Dalle visioni distopiche di Aldous Huxley alle ricerche scientifiche, l'utero artificiale è realtà. Le prossime generazioni nasceranno per ectogenesi?
 


Nel 1486 il noto umanista e filosofo Giovanni Pico della Mirandola scrisse la sua celebre orazione, Discorso sulla dignità dell’uomo (Oratio de hominis dignitate), per dimostrare e celebrare la potenza dell’intelletto che mette l’essere umano al centro dell’Universo, distinguendolo così dalle altre creature.
L’uomo per Pico è il medium tra la condizione di bestia e quella di Dio: può innalzarsi al cielo o rendersi animale. Avvalendosi delle sue capacità intellettive, l’uomo può diventare artefice del proprio destino. Su ciò si basa il concetto di “dignità umana” ovvero la qualità suprema che solo l’uomo ha ricevuto da Dio: egli può coltivarla e farla crescere facendo buon uso del libero arbitrio che gli è stato assegnato, oppure degradarsi tradendo la sua stessa natura.

A distanza di cinque secoli, l’insegnamento di Pico e degli altri filosofi dell’Umanesimo sono convogliati in un sistema che porta lo stesso nome ma che ha poco in comune con il Rinascimento. L’Umanesimo promosso infatti da pensatori mondialisti come i fratelli Aldous e Julian Sorel Huxley (cofondatore e primo direttore dell’UNESCO), ha abbracciato la filosofia positiva di Comte e il neodarwinismo, dando vita a un’ideologia ibrida che unisce eugenetica, neo-malthusianesimo, socialismo e una spiccata attenzione per le scienze e il controllo sociale, arrivando a prevedere un ulteriore passo avanti nell’evoluzione umana: il Transumanesimo. Si tratta, in estrema sintesi, di un progetto dai connotati demiurgici, che, come spiega il professor Antonio Marazzi, docente di antropologia culturale all’Università di Padova,

«si è affermato come una sorta di new age dai contorni ambigui, quasi una setta, che predica l’avvento di un futuro utopico in cui l’uomo potrà finalmente essere libero dalle sue catene biologiche».

Un futuro che vedrà l’alba di un uomo nuovo.

 

Le tappe del Transumanesimo

È stato lo stesso Julian a dichiarare in New Bottles for New Wine: Essays la sua “professione di fede” in questo nuovo “credo” scientifico:

«La specie umana può, se lo desidera, trascendere sé stessa – non solo sporadicamente, un individuo qui in un modo, un individuo là in un altro modo, ma nella sua totalità, come umanità […] “Credo nel transumanesimo”: una volta che vi siano sufficienti persone che possono seriamente affermarlo, la specie umana sarà sulla soglia di un nuovo tipo di esistenza, diverso dal nostro quanto il nostro lo è da quello dell’uomo di Pechino e realizzando così, consapevolmente, il proprio destino».

La «nuova visione del destino umano» promossa da Julian Huxley si è però “convertita” in uno scenario che neppure romanzieri quali Isaac Asimov e Philip Dick avrebbero potuto immaginare, tra scenari di ibridazione e di interfaccia virtuale. L’uomo è stato infatti scalzato dal suo ruolo di libero plasmatore del proprio destino dalle stesse macchine che con tanta dedizione sta ora costruendo. Nessuna battaglia fantascientifica all’orizzonte: semplicemente l’uomo si è fatto “plagiare” dalla pigrizia e ammaliare dalla possibilità di abbattere la natura per abbracciare tutto ciò che è artificiale. L’atteggiamento demiurgico, persino prometeico, di abbattere la natura, riscrivere i confini di ciò che è “umano” per modificare, migliorare e aumentare le proprie capacità è un atteggiamento tipicamente moderno all’insegna dell’idea visionaria di “evoluzione”.
Per questo motivo il Transumanesimo è l’ideologia di riferimento del mondialismo che attraverso tappe forzate sta traghettando l’umanità verso una vera e propria rivoluzione antropologica: creazione di spermatozoi in vitro, apprendimento tramite alimentazione del cervello (HRL Laboratories), rianimazione di soggetti clinicamente morti (società biotech Bioquark, progetto Reanima), creazione di robot umanoidi (University of Science and Technology of China), microchip dermali NFC, realtà virtuale, ecc. La pulsione dell’uomo moderno è infatti quella di migliorare le proprie potenzialità, per giungere infine a sostituirsi alla compiuta evoluzione naturale, per proseguire il proprio corso secondo autonome finalità.
Ogni aspetto della vita dell’uomo sembra che stia per essere “riscritta” in chiave tecnologica: alle maglie di questa “evoluzione” indotta non scappa nemmeno la riproduzione, passando dalla maternità surrogata all’ectogenesi (utero artificiale).

 

Dalla maternità surrogata all’ectogenesi

La maternità surrogata o gestazione per altri (gpa), a cui ho dedicato il saggio Utero in affitto (rEvoluzione Edizioni) rientra in questo discorso: è infatti uno dei molteplici aspetti dell’incombente presenza dell’artificiale nella nostra vita. Come spiega ancora l’antropologo Antonio Marazzi, essa

«rappresenta un intervento radicale di manipolazione del normale periodo di gestazione. L’espressione generale “utero in affitto” chiarisce bene di cosa si tratta […] Non vi è da stupirsi che tale tecnica abbia sollevato forti discussioni: a molti è sembrata una violazione di un ambito che in tutte le culture è oggetto di una particolare sensibilità, bisognoso di protezione più che di manipolazione e ancora avvolto in un alone di mistero».

L’attuale orizzonte post-umano verso cui ci sta traghettando la modernità impone di oltrepassare le possibilità naturali, intese come un evidente “limite” per giungere fino all’estremo: il punto di approdo è una società in cui gli uomini conviveranno con i robot (e verranno persino scalzati da questi sul posto di lavoro!), come sempre più articoli ci ricordano. Spermatozoi in provetta e uteri artificiali sono sgusciati dalle distopie per divenire reali. Semplicemente l’uomo della strada non ne è consapevole perché i Media mainstream hanno appena iniziato a occuparsene. Siamo cittadini di una zona grigia in cui realtà e finzione si fondono, in cui i deliri prometeici stanno riscrivendo la nostra società.

Così George B. Dyson, figlio del celebre fisico Freeman Dyson e docente alla Western Washington University, sposa la causa dell’artificiale contro ogni timore che la tecnologia dei computer renda l’uomo “antiquato” o le macchine possano in futuro scontrarsi con esso. Nel suo L’evoluzione delle macchine da Darwin all’intelligenza globale, Dyson asserisce che la vita, avendo avuto origine

«a partire dalle sostanze materiali e dalle forze esistenti al mondo […] potrebbe svilupparsi di nuovo dalle sostanze materiali e dalle forze che muovono le macchine». Come nota ancora Marazzi, in questo passo Dyson rispolvera lo scrittore inglese Samuel Butler, autore del racconto satirico Erewhon, testo culto dei fanta-transumanisti a cui si ispirò lo stesso Aldous Huxley per il suo capolavoro distopico Mondo Nuovo, che nel 1872 si domandava: «Perché allora noi non potremmo fare parte del sistema riproduttivo delle macchine?».

 

Il monito di Bill Joy, il papà di Java

Se però Dyson immagina che la teoria darwiniana si adatti anche alle macchine, arrivando quindi a sostenere la silenziosa evoluzione delle macchine, nell’aprile del 2000 su Wired, una delle riviste di punta della nuova era digitale, il papà di Java, Bill Joy, pubblicava una specie di risposta alle ricerche di Dyson.
Nell’articolo “Perché il futuro non ha bisogno di noi”, l’epilogo (cupo) di Joy è esattamente opposto a quello immaginato da Dyson. Joy teme che la digitalizzazione delle discipline scientifiche come biologia e nanotecnologie possa produrre effetti sgradevoli e persino pericolosi. L’incipit del suo articolo è emblematico:

«Dal momento che sono stato coinvolto nella creazione di nuove tecnologie, la loro dimensione etica mi ha preoccupato, ma è stato solamente nell’autunno del 1998 che sono diventato ansiosamente consapevole di quanto grandi siano i pericoli che ci si propongono nel XXI secolo».

Le macchine prenderanno il sopravvento e la specie umana rischia di scomparire nella competizione tra materia organica e inorganica. Scrive Joy:

«…Ciascuna di queste [nuove] tecnologie offre una promessa non detta […] Insieme potrebbero in maniera significativa aumentare la nostra soglia di vita e migliorare la qualità della nostra vita. Tuttavia, con ciascuna di queste tecnologie una sequenza di piccoli, individualmente sensibili passi in avanti portano a un accumulo di enorme potere e in concomitanza quindi a un grande pericolo. […] Credo non sia affatto un’esagerazione l’affermare che siamo sulla soglia per l’ulteriore perfezionamento del male, un male le quali possibilità si aprono ben al di là delle armi di distruzione di massa lasciate alle nazioni-stato, verso un sorprendente e terribile conferimento di potere di individualità estreme».

Questo potere si sta oggi concentrando anche sulla riproduzione sessuale. Il ricorso all’artificiale che riguarda la maternità surrogata può essere intesa come l’anticamera per l’ectogenesi. La scelta di ricorrere alla maternità per procura avviene inoltre anche per futili motivi: a ricorrere all’utero in affitto non sono solo coppie sterili ma anche le classiche donne “manager” che non vogliono dover portare in grembo per nove mesi il bambino e privarsi così dei ritmi frenetici del proprio lavoro. Insomma, per non rischiare la propria carriera o per non “rovinare” il proprio corpo nel caso di attrici o modelle, molte donne si rivolgono alle madri surroganti affinché queste le sostituiscano nel lato più gravoso della gravidanza (e del parto ovviamente, che ormai è divenuto un tabù nella società occidentale). Ciò è evidentemente classista e ferocemente egoista, eppure Hollywood, le serie tv e i Media ci hanno abituato negli ultimi vent’anni ad accettare come “normale” anche le derive della gestazione per altri. L’egoismo non viene solo “compreso” ma anche giustificato, persino promosso, ribaltando di fatto la realtà e inculcando nell’immaginario collettivo una nuova morale. Inoltre si è instillato nella mente delle donne che la gravidanza sia una malattia e che vada ospedalizzata, giustificando così, come vedremo, le ricerche nel campo dell’utero artificiale.

Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley

In Mondo Nuovo, Aldous Huxley immaginava infatti che le “nuove” generazioni sarebbero state generate con sofisticate tecniche scientifiche e nate in uteri artificiali all’interno di apposite fabbriche. Il romanziere inglese nel lontano 1932 preconizzava un traguardo tecnologico che solo settant’anni dopo sarebbe stato sfiorato. La potenza del saggio distopico huxleyano è di aver anticipato con sconcertante precisione temi quali lo sviluppo delle tecnologie della riproduzione (prima ancora della scoperta del dna da parte di Watson e Crick), l’eugenetica e il controllo mentale (dall’ipnosi al metodo farmacologico) usati per forgiare e manipolare un nuovo modello di uomo.
Il mondo globale descritto da Huxley è solo in apparenza un modello perfetto: per ottenere la pace e l’apparente soddisfazione di tutti i bisogni primari, sono stati soppressi quegli elementi che contraddistinguono l’essere umano nel profondo, la famiglia, l’amore, la filosofia, il libero arbitrio, l’arte, la letteratura.
La società globale che è stata instaurata dopo una guerra devastante, è basata sui principi della riproduzione in serie elaborati da Henry Ford nelle sue industrie. Gli uomini − divisi in caste − sono omologati e addirittura creati in serie come se fossero oggetti, “merce”: la riproduzione umana avviene ormai soltanto per via extrauterina. Gli embrioni vengono prodotti e fatti sviluppare in apposite fabbriche secondo quote prestabilite e pianificate dai coordinatori mondiali in modo da contenere il numero di abitanti. Si è passati così dall’uomo mercificato all’uomo merce, fabbricato grazie alle tecniche biotecnologiche.
Come nella Repubblica di Platone, non esistono più vincoli familiari di alcun tipo («ognuno appartiene a tutti») e i bambini vengono sottratti alle rispettive madri per essere allevati dall’intera comunità. Nel Mondo Nuovo i bambini, ormai generati in provetta, vengono educati dallo Stato, essendo ormai venuta a mancare l’idea di famiglia.
Il condizionamento psicofisico avviene fin dal concepimento attraverso l’eugenetica e nei primi anni di vita attraverso l’ipnagogia, una forma di condizionamento psichico che utilizza l’ipnosi per controllare e indirizzare le menti dei bambini. L’educazione è stata così sostituita dal “condizionamento”.
Per impedire nascite naturali, e quindi non controllate, vengono usate apposite pratiche di contraccezione, insegnate ai giovani nelle scuole. Per impedire il “bisogno” di crearsi una famiglia, gli individui vengono educati fin dall’infanzia ad avere rapporti sessuali liberi scevri da sentimento affettivo: la monogamia è infatti vietata e il sesso è svincolato dall’amore. Le attività dilettevoli più elementari sono incessanti e la promiscuità sessuale, in particolare, è vista quasi come un dovere sociale a tutte le età: dai “giochi sessuali” dei preadolescenti al continuo scambio di partner fra adulti (un rapporto affettivo stabile, infatti, dopo l’abolizione della famiglia, sarebbe visto addirittura come un elemento socialmente pericoloso per il sistema).

 

Le ricerche sull’utero artificiale

Dall’incubo huxleyano alla realtà, però, il passo è breve. Se a volte i libri profetizzano eventi destinati ad accadere in futuro, dall’altro sembra che certi eventi siano sgusciati dalle pagine di un romanzo per la loro assurdità. Negli ultimi anni il cinema ci ha lentamente abituato a “vedere” un mondo in cui la popolazione si riproduce per via extrauterina: dal film The Island a Matrix. Queste pellicole non hanno però evitato di denunciare le derive del Transumanesimo, mostrando le diseguaglianze di una società divisa tra cloni e cittadini o semplicemente suddivisa in caste, o ancora dove gli esseri umani sono sfruttati come “cibo” energetico per le macchine.
Nel 2002, a settant’anni esatti dalla pubblicazione di Mondo Nuovo, un gruppo di ricercatori al Centro di Medicina Riproduttiva della Cornell University, sotto la direzione della dottoressa Hung-ching Liu, ha realizzato il primo utero umano artificiale, riuscendo così a far crescere un embrione al suo interno per sette giorni. L’equipe ha costruito l’utero artificiale

«servendosi prima di una specie di stampo fatto con tessuti al collagene, al cui interno sono state applicate delle cellule prelevate dall’endometrio di una donna, che hanno sostituito a poco a poco i tessuti artificiali, ricostruendo un ambiente simile a quello dell’utero naturale (l’endometrio è la mucosa che ne riveste le pareti interne). L’organo artificiale è stato poi “arricchito” con ormoni e sostanze nutrienti, e infine vi è stata inserita una blastula, cioè un embrione nelle primissime fasi di sviluppo, prelevata tra quelli soprannumerari di interventi di fecondazione artificiale. La blastula ha aderito alle pareti dell’utero artificiale e si è impiantata, proseguendo nello sviluppo fino a che i ricercatori non hanno interrotto il test».

In Giappone il dottor Yoshinori Kuwabara della Juntendo University lavora invece da anni alla realizzazione di un utero artificiale per ottenere l’incubazione fetale extrauterina. Un modo per allevare feti senza neppure più il supporto dell’utero femminile: nel suo embrio-incubatore, riesce a preservare lo sviluppo di un cucciolo di capra per tre settimane. Si dice che questa tecnologia potrebbe essere disponibile per gli umani nell’imminente futuro…

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