Nel luglio 1944 all’Hotel Mount Washington a Bretton Woods nel New Hempshire, Usa, fu istituita la Banca Mondiale (acronimo in inglese WB) il cui primo intervento in favore della povertà fu un prestito alla nascente Francia, che in cambio garantiva che i comunisti non avrebbero mai messo piede nelle stanze del potere della nazione.
Pochi anni dopo, nel 1948, tramite la WB, gli Usa concessero un prestito per la ricostruzione alle nazioni distrutte dalla Seconda Guerra Mondiale di 13 miliardi dell’epoca, circa 160 miliardi attuali, spalmato in quattro anni. Questo prestito, noto come Piano Marshall, permise agli Usa di diventare i maggiori finanziatori e benefattori della ricostruzione dell’Europa, posizione che fino ad oggi ha permesso agli Usa una enorme leva politica ed economica della quale ha goduto in primis il dollaro.
Oggi la Cina sta facendo essenzialmente la stessa cosa.
Il rapido sviluppo della regione dell’Asia - Pacifico richiede ogni anno 750 miliardi di investimenti in infrastrutture, circa 8 trilioni di dollari nei prossimi dieci anni, ed ecco che la Cina, stanca delle lungaggini della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (IFM), nel 2012 propone all’India la creazione di una banca internazionale autonoma dalla grande finanza controllata da Usa,  Europa e Giappone. 
Il 24 ottobre 2014 ventuno stati, China, India, Thailandia, Malaysia, Singapore,  Filippine, Pakistan, Bangladesh, Brunei, Cambogia, Kazakhstan, Kuwait, Laos, Myanmar, Mongolia, Nepal, Oman, Qatar, Sri Lanka, Uzbekistan e Vietnam, firmano la nascita della nuova organizzazione bancaria orientale, la AIIB.
A poche settimane dalla nascita la AIIB (Asia Infrastructure Investment Bank) inizia la propria attività prestando 175 miliardi per progetti di infrastrutture nella regione.
Visto l’enorme potenziale di investimento Australia e Sud Corea si dichiarano interessate ad entrare nella banca, come pure la Gran Bretagna per bocca del suo ministro all’economia Osborne. La reazione Usa è immediata: la Gran Bretagna non può fare ciò senza consultarsi prima con gli Usa. Lo scatto di imperialismo dell’amministrazione Obama ha come conseguenza l’irrigidimento di Osborne che si augura che Londra diventi la prima base non asiatica delle operazioni della moneta cinese, lo yuan. Nel mese di marzo altre tre nazioni che avevano goduto del Piano Marshall e che erano sempre state allineate agli Usa, Italia, Francia e Germania, si uniscono alla Gran Bretagna e chiedono di entrare come fondatori della AIIB.  
Al momento, 30 marzo, anche Argentina, Belgio, Canada, Hong Kong, Messico, Sud Africa, Sud Korea e Ucraina stanno considerando l’ingresso nella AIIB mentre Usa e Giappone continuano ad essere fortemente contrari. 
Chissà perché?!
Come già fecero gli Usa per 70 anni con la WB e IMF, per concedere un finanziamento per una infrastruttura, ad esempio un ponte, una diga, un’autostrada, chi chiede il prestito deve garantire alla AIIB che per la costruzione utilizzerà aziende cinesi. 
In questo modo lo stato cinese: 
    •    presta soldi che tornano indietro alle sue aziende
    •    la sua banca incassa gli interessi sul denaro prestato
    •    risolve il problema della sovrapproduzione della sua industria pesante
    •    impone la sua politica alle nazioni dove effettua finanziamenti
    •    elimina il concorrente dollaro dal suo mercato

Un’operazione dove la Cina è cinque volte vincente.
I prestiti della AIIB prevedono che i paesi beneficiari effettuino le così dette “riforme”, ovvero che attuino dei mezzi di politica economica che permettano la distruzione dell’economia originale e l’ingresso dei prodotti cinesi nei paesi costretti al finanziamento. Queste “riforme” altro non sono che: aumento delle tasse, privatizzazioni (vendita dei patrimoni statali), liberalizzazione del commercio (abolizione delle barriere doganali, politiche o culturali che impediscono o limitano l’ingresso di beni cinesi), eliminazioni di sussidi per generi di prima necessità come cibo, carburanti, istruzione e medicine. Esattamente come fecero gli Usa 70 anni fa e la BCE sta ancor oggi facendo con l’Italia e altre nazioni dell’area Euro.
Ma la Cina ha anche un altro problema, un problema che in parecchi vorrebbero avere: ha troppi soldi.
È opinione comune che i soldi diano la felicità e la sicurezza, ma avere tanti soldi, veramente tanti, non dà la felicità, e neppure la sicurezza. Ne sa qualcosa la Cina che ha nelle sue casse un capitale sufficiente per comprare due volte e mezza tutta Manhattan, o per comprare 140 portaerei nucleari. 

La Cina è il maggior possessore di titoli del tesoro stranieri, circa 3,42 trilioni, l’equivalente dell’economia di tutta la Germania, la maggior parte dei quali in Buoni del Tesoro USA che, come tutti sappiamo, gli Usa non hanno nessuna idea di pagare e che quindi valgono il valore della carta su cui sono stampati. 
Tramite la AIIB la Cina cede come prestiti i fogli di carta americani e si mette al riparo da eventuali crolli del dollaro. 
Oltre a ciò la Cina presta pezzi di carta Usa e prende indietro, dai paesi ai quali concede prestiti, non monete o altri fogli di carta ma beni materiali durevoli come territori, miniere, palazzi.
Esattamente come fu per il dollaro dopo Bretton Woods nel 1944, un altro interessante beneficio di questa politica è per la moneta cinese, il renminbi, che sta diventando sempre più la moneta di riferimento del mercato asiatico.
Negli ultimi anni la Cina sta sistematicamente abbandonando il dollaro dalle proprie transazioni economiche o usando la moneta del cliente, euro, rublo, sterlina, rupia, peso… o la propria. Dal novembre 2013 la moneta cinese ha superato l’euro come moneta usata per le transazioni collocandosi al secondo posto mondiale dopo il dollaro Usa.
Tutto ciò non potrà che avere un impatto sul valore del dollaro Usa, dell’oro, del petrolio e sulla politica economica e militare Usa dei prossimi mesi.