Con la quantità di chiacchiere dilaganti che giungono sulle interferenze russe, vale la pena di raccontare il ruolo giocato da Washington nel compromettere le elezioni russe del 1996.


Nel mese di gennaio, la CIA, l’FBI, e la NSA hanno pubblicato il loro tanto atteso rapporto sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016. Esso afferma che Putin ha avuto una “netta preferenza” per Trump, ed ha ordinato personalmente operazioni progettate per farlo eleggere. L’intervento della Russia, continua il rapporto, è stato il “più audace” nel suo “desiderio di lunga data di minare l’ordine liberal-democratico guidato dagli Stati Uniti”.

Il clamore suscitato dalle macchinazioni russe ha una forte dose di ironia se si considera che, vent’anni fa, gli Stati Uniti hanno lanciato una campagna d’interferenza ancora più audace per garantire la rielezione di Boris Eltsin.

Gli anni ’90 sono stati uno dei periodi più tumultuosi e tragici della storia moderna russa. Nel 1996, un mix caotico di intrighi russi – che andavano dalle frodi, all’affarismo vecchio stile e alla cospirazione – ha fatto sì che Eltsin rimanesse sul sedile del conducente. Durante tutto il processo, gli Americani hanno osservato in silenzio, hanno facilitato, e, a volte, hanno contribuito attivamente a forgiare il patto faustiano tra Eltsin e i suoi sostenitori dell’oligarchia. Questo patto avrebbe avuto effetti disastrosi sulla democrazia e sull’economia della Russia nei decenni a venire.

In effetti, gli Americani hanno sostenuto Eltsin nel corpo e nello spirito, per la gioia sua e dei suoi sostenitori. Non è necessario approfondire le teorie del complotto per vedere la mano degli Stati Uniti, soprattutto se si fanno valutazioni in base ai criteri utilizzati per valutare il coinvolgimento della Russia nelle elezioni americane dello scorso anno.
Detto questo, è sorprendente che l’influenza americana in Russia fosse così apertamente riconosciuta. Le registrazioni pubbliche mostrano chiari segni del coordinamento diretto, della collusione, e delle azioni americane a favore di Eltsin. Si può solo immaginare ciò che i documenti d’archivio delle due nazioni potrebbero rivelare.

Quello che segue non serve a ricordare l’ipocrisia americana, e non è un gesto diretto all’equivalenza morale. Tutte le grandi potenze si impegnano qua e là in piccole ingerenze elettorali. Serve piuttosto a raccontare la storia del coinvolgimento americano nelle elezioni russe del 1996, e ci aiuta a ricordare la storia delle relazioni tra i due paesi.
In definitiva, gli Stati Uniti hanno interferito non per facilitare la volontà del popolo russo, ma per favorire i propri obiettivi di politica estera.

“Pensavamo che nel giugno del 1996 fosse assolutamente necessario che vincesse Eltsin, o qualcuno come Eltsin, al fine di continuare il processo di riforma”,

ha ricordato Thomas Graham, capo analista politico presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca nel 1996.

“Questo è stato un classico caso di fine che giustifica i mezzi, e abbiamo ottenuto il risultato che volevamo”.

Anche se sembra improbabile che il ricordo di questa “umiliazione” abbia motivato Putin a vendicarsi nel 2016, ha fatto ricordare al popolo russo che i mantra democratici americani sono spesso retorica sottilmente travestita che promuovono la potenza americana. I Putiniani hanno elencato interferenze passate – sia reali che immaginarie – per giustificare la repressione politica, e certamente lo faranno di nuovo quando la Russia si avvicinerà alle sue elezioni presidenziali del 2018.

 

Bill ama Boris

La politica estera dell’amministrazione Clinton si è concentrata in particolare sulla transizione al capitalismo in Russia. L’approccio del presidente, tuttavia, non derivava da un semplice impegno ideologico, ma tra Clinton e Eltsin c’era affinità personale.
Boris piacque a Clinton dal loro primo incontro, avvenuto nel 1993. “Mi è piaciuto,” Clinton ha scritto nella sua autobiografia.

“Era un orso di un uomo, pieno di contraddizioni. Viste le alternative, la Russia è stata fortunata ad avere lui al timone.”

Clinton descrive Eltsin come “un leader coraggioso e visionario”, “pieno di aceto ed urina, un vero combattente,” qualità che a Clinton piace rivendicare per sé medesimo. Persino l’ubriachezza del presidente russo non lo scomponeva. Dopo un’ubriacatura, Clinton disse ai suoi consiglieri di rilassarsi:

“Almeno Eltsin non è un ubriaco cattivo.”

Anche se il legame personale tra Clinton e Eltsin non ha prodotto un Piano Marshall russo, come molti speravano, gli Stati Uniti hanno fornito massiccio sostegno politico e finanziario per il “Chubais Clan”, il gruppo di giovani russi promotori del neoliberismo. Per tutti gli anni ’90, il FMI, l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), e altre fonti Americane ed Europee hanno investito decine di miliardi di dollari in Russia. USAID ha investito più di $40.4 milioni in sovvenzioni aperte e senza gara, tramite il “Harvard University Institute for International Development(HIID)” fino al giugno 1996. La maggior parte dei fondi è andata ad “assistere lo sviluppo del settore privato”, con bazzecole dedicate alla “assistenza della democrazia.”

Ciò nonostante, le bazzecole (quelle dedicate all’assistenza della democrazia), hanno influenzato direttamente la vita sociale e politica russa. La HIID ha creato e finanziato varie ONG che hanno condotto seminari e distribuito materiale su come mettere in piedi campagne ed elezioni, in stile occidentale.
Nel frattempo, Clinton ha fermamente sostenuto Eltsin, specialmente durante la crisi costituzionale apertasi tra lui e il Congresso dei Deputati del Popolo nel 1993. Clinton disse a Strobe Talbott che

“dobbiamo rimboccarci le maniche e tirare fuori dai pasticci il vecchio Boris.”

Clinton prese alla leggera il bombardamento del Parlamento russo, da parte di Eltsin, che provocò 187 morti e centinaia di feriti. La vulgata per i giornalisti era che Eltsin aveva fatto l’impossibile per evitare la violenza, aggiungendo,

“non vedo come potesse avere altra scelta… Se una cosa del genere fosse accaduta negli Stati Uniti, vi sareste aspettati che mi comportassi allo stesso modo.”


Come Thomas Pickering, poi ambasciatore in Russia, ha spiegato, “Non avevamo altra alternativa.”

Per ironia della sorte, la guerra di Eltsin contro la Duma e il suo referendum del dicembre 1993 per una nuova costituzione, hanno creato il quadro giuridico per l’immenso potere di cui gode oggi Putin.

L’amministrazione Clinton dovette fronteggiare un’altra situazione “senza alternative” nel febbraio del 1996, quando Eltsin annunciò che avrebbe cercato la rielezione. Le sue prospettive erano desolanti: era ultimo nei sondaggi, con preferenze a meno del 10%. Gennady Zyuganov, lo sfidante del Partito Comunista, aveva un rassicurante vantaggio e molti dell’élite globale, nonché i media, avevano cominciato ad avvicinarsi a lui, dando per certo che la sua vittoria fosse scontata.
I consiglieri della Casa Bianca suggerirono a Clinton di prendere le distanze, ma il presidente era determinato a rimanere accanto al Vecchio Boris nonostante i rischi. Citando Talbott, Clinton “ci ha fatto capire che non desiderava essere istruito oltre sul soggetto”. “So che il popolo russo deve scegliere un presidente,” gli disse Clinton, “e so che significa che dobbiamo smettere di fare discorsi per le elezioni del ragazzo. Ma dobbiamo impegnarci al massimo per aiutarlo in qualsiasi altro aspetto”.

Secondo un memo della Casa Bianca, trapelato al Washington Times nel Marzo 1996, Clinton e Eltsin decisero di comune accordo di sostenersi a vicenda per tentare la rielezione. Come riferito, Eltsin avrebbe detto a Clinton “un leader dalla statura internazionale come il Presidente Clinton dovrebbe sostenere la Russia, e questo significa sostenere Eltsin. Bisogna solo suggerire come farlo con saggezza.” Clinton rispose che il Segretario di Stato Warren Christopher e il Ministro degli Esteri russo Evgeny Primakov “ne avrebbero discusso” durante la prossima riunione di Mosca.
Secondo il memorandum, Clinton aggiunse inoltre di “voler essere sicuro che tutto ciò che gli Stati Uniti avrebbero fatto avrebbe avuto un impatto positivo, e che nulla avrebbe avuto un impatto negativo. Il punto principale è che le due parti non facciano niente per danneggiarsi a vicenda”.

Il memo ha causato un tumulto al Congresso. L’amministrazione Clinton ne ha confermato l’autenticità ma ha chiamato la fuga di informazioni “una violazione della legge federale” e aperto un’indagine penale. Il segretario della stampa Mike McCurry ha spiegato che Clinton considera la fuga di notizie “molto più sensibile che la tipica informativa anonima” perché “il presidente sente che avrebbe avuto il diritto di sedersi e di poter parlare con il presidente russo in una conversazione privata”.
Nonostante la pressione interna, Clinton ha mantenuto le promesse a Eltsin. Durante la prima metà del 1996, la Casa Bianca ha spinto per un tempestivo prestito del FMI, si è astenuta dal sostenere pubblicamente un’espansione della NATO, ha ignorato l’enorme campagna di furti e frodi guidata dagli oligarchi russi, ed è rimasto in silenzio durante la brutale guerra di Eltsin in Cecenia. Clinton ha onorato la richiesta di Eltsin di non incontrare privatamente Zyuganov durante la sua visita a Mosca. Pickering ha messo sotto pressione Grigory Yavlinsky, un membro del partito liberale Yabloko, per abbandonare il primo round delle elezioni allo scopo di sostenere le chances di Eltsin.

La strenua difesa di Clinton all’assalto di Eltsin in Cecenia ha raggiunto infine livelli assurdi. Durante la sua visita dell’Aprile 1996, il presidente ha spiegato perché non avesse criticato la campagna militare:

Vorrei ricordarvi che abbiamo avuto una Guerra Civile in questo paese e che abbiamo perso più persone di quante ne abbiamo mai perse in qualsiasi delle altre guerre del XX secolo, per la proposta alla quale Abramo Lincoln dette la vita, cioè che nessuno Stato ha il diritto di ritirarsi dalla nostra Unione.

Dopo la conferenza stampa, Clinton realizzò quanto suonasse ridicolo. “Immagino di aver davvero dipinto un bersaglio sul mio sedere con quella frase di Lincoln”. Più tardi aggiunse “Voglio così tanto che questo tizio vinca che mi fa male, immagino si noti”. Nel frattempo incalzò i giornalisti dicendo che “gli Stati Uniti non dovrebbero assumere una qualsiasi posizione riguardo alle elezioni in un altro paese”.

 

Le connessioni col Texas e la California

La maggior parte dei resoconti sulle interferenze americane nella elezione del 1996 si concentrano sui tre consulenti americani – George Gorton, Joe Shumate, e Richard Dresner – che hanno lavorato per la campagna di Eltsin. Secondo un rapporto della rivista investigativa Time, pubblicato nel luglio 1996, il primo responsabile della campagna di Eltsin, Oleg Soskovec, avrebbe detto in segreto a Feliks Brajnin, un emigrato e consulente in management bielorusso, di “trovare alcuni americani”. Brajnin usò Fred Lowell, un avvocato di San Francisco con legami con i Repubblicani, per assumere il trio, al quale vennero offerti 250.000 $ più le spese per aiutare la squadra di Eltsin a condurre una campagna in stile occidentale. Entrambe le parti mantennero l’accordo segreto per evitare che i Comunisti sfruttassero gli spunti nazionalisti.

Gli Americani vennero tenuti segregati nell’Hotel Presidential di Mosca – il quartier generale della campagna di Eltsin – in una suite di fronte alla stanza di Tatjana Djančenko, figlia del presidente e capo della campagna elettorale. Hanno fornito aiuto con i sondaggi di opinione; hanno suggerito una campagna di “trucchi sporchi” che includevano la creazione di “squadre della verità” di disturbatori che interrompessero i raduni di Zjuganov; resero più brillanti le pubblicità di Eltsin e più sottili i suoi messaggi; e lo esortarono a viaggiare in tutto il paese, rimanere sul pezzo, e connettersi con il popolo russo.
Ancora più importante, sostennero i consulenti, invitarono la sua squadra ad “esaltare i lati negativi” spingendo i media russi controllati dagli oligarchi a stimolare “una selvaggia psicosi anticomunista tra la gente”, come disse un redattore connivente.

L’assunzione di consulenti americani, tuttavia, non dimostra che il governo degli Stati Uniti abbia interferito nelle elezioni. Queste mosse sono diventate la norma negli Stati post-sovietici, come dimostra la recente polemica intorno a Paul Manafort (Manafort ha lavorato per il Partito delle Regioni ucraino a partire dal 2006, e poi per la campagna presidenziale di Viktor Janukovyč del 2010 e di nuovo nel 2014 per il Blocco d’Opposizione, il Partito delle Regioni post-Maidan. Il lavoro di Manafort per Janukovyč viene spesso citato come una connessione a Putin. L’Ucraina, tuttavia, non è la Russia, Janukovyč tendeva a buggerare sia l’Occidente che la Russia, e Manafort spinse Janukovyč a firmare l’accordo di associazione con la UE).

Inoltre, non è chiaro quanta influenza ebbero davvero Dresner, Gorton e Shumate. Si sono presentati come “salvatori” di Eltsin – un’idea comicamente esagerata nel film del 2003 Spinning Boris – Intrigo a Mosca. Aleksandr Koržakov, ex guardia del corpo di Eltsin, ha sostenuto la loro storia, dicendo che i consulenti sono stati trattati come “re stranieri”. Ma molti nella squadra hanno minimizzato la loro importanza, descrivendoli come “idioti fanatici”, o hanno negato la loro presenza anche dopo che la storia divenne pubblica su Time.

Anche alcuni Americani come Michael McFaul, il guru della transizionologia di Stanford, che è stato ambasciatore di Obama in Russia, misero in discussione il loro ruolo. In una furente missiva, rimproverò Time e Nightline per aver esagerato l’importanza degli Americani e non aver raccontato la vera notizia – “il trionfo dei democratici e della democrazia nella prima elezione diretta di un capo di stato in Russia in mille anni”. McFaul ha ridicolizzato l’affermazione dei consulenti di aver distribuito “semplice educazione, Le Basi della Conduzione di una Campagna”, ammettendo palesemente le interferenze americane, ancora in corso, nella vita politica post-sovietica.

Decine di persone che lavorarono alla campagna di Eltsin avevano frequentato Le Basi della Conduzione di una Campagna ben prima che i “maestri” americani mettessero piede in Russia. Dal 1990, l’Istituto Nazionale Democratico e l’International Republican Institute hanno condotto centinaia di seminari, conferenze e scambi sul come organizzare un partito, sviluppare dei messaggi, focus group, metodi elettorali, spot televisivi, e così via.

Fondati nel 1983, il National Democratic Institute (NDI) e l’International Republican Institute (IRI) hanno ricevuto una affiliazione indiretta ai partiti Democratico e Repubblicano e sono stati finanziati da USAID, dal National Endowment for Democracy e dal Dipartimento di Stato USA, assieme ad altre fondazioni nazionali e governi esteri. Dal 1992 al 1997 USAID ha erogato ai due istituti la somma complessiva di 17,4 milioni di dollari per programmi di “assistenza democratica” alla Russia.
Che la campagna di Eltsin abbia impiegato consulenti americani è difficilmente contestabile. Il collegamento fra Richard Dresner e Dich Morris, stratega capo di Clinton, in ogni caso, è andato oltre. Nelle sue memorie Dietro allo Studio Ovale, Morris nota che Dresner gli offrì di inserirlo nella macchina della competizione presidenziale russa. Con l’approvazione di Clinton, Morris ricevette rapporti settimanali con sondaggi demoscopici da condividere con il presidente, che poi avrebbe riscontrato con raccomandazioni inviate a Dresner attraverso Morris.
Morris descrive questo rapporto come “particolarmente utile” in occasione della visita di Clinton a Mosca nell’aprile del 1996. Clinton voleva sapere come avrebbe potuto aiutare Eltsin, e Dresner diligentemente propose i suoi suggerimenti. Visto che la linea russa era con tutta probabilità controllata, si riferivano a Clinton come “governatore della California” e a Eltsin come “governatore del Texas”. Dresner stilò una lista di linee di condotta:

  1. Omaggiare il ruolo di Eltsin nel mondo e far campagna con lui, visto che il suo rango di capo mondiale era un elemento importante del suo ascendente sui Russi.
  2. Chiarire che la guerra cecena era considerata un affare interno della Russia.
  3. Riconoscere i recenti progressi economici della Russia.

A quanto pare Clinton non aveva bisogno di queste imbeccate, visto che (lo dice Morris) “è probabile che il Presidente avrebbe fatto tutto questo spontaneamente”. In una intervista del 2003 Morris confermò la collusione fra Casa Bianca e Cremlino, sottolineando che la coppia presidenziale “lavorò a stretto contatto in quella elezione”.

 

Finanziare Boris

Se un aspetto dell’intervento americano ha giocato un ruolo decisivo nella vittoria di Eltsin, questo fu il sostegno di Clinton nella fornitura di un prestito di 10,2 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale nel marzo 1996. Ma l’assistenza non si fermò qui. Due settimane più tardi la Germania e la Francia prestarono al governo Eltsin rispettivamente 2,7 miliardi di dollari e 400 milioni. Quella somma giunse proprio a fagiolo per coprire i costi delle sue promesse nell’anno elettorale.
Tutti i soldi poi finirono velocemente. Per esempio le riserve russe di valuta estera scesero da 20 miliardi di dollari a 12,5 miliardi nella prima metà del 1996. Il governo russo spese almeno 9 miliardi, quasi l’intera somma prestata dal Fondo Monetario Internazionale.

Secondo Paul Klebnikov, “parte del danaro finì nella campagna di Eltsin, parte ad affaristi e funzionari con le mani in pasta, parte venne impiegata per pagare ai cittadini russi i loro tanto sospirati salari arretrati”. Elstin si vantò sulla Rossiiskaya Gazeta alla vigilia delle elezioni che “i Russi hanno già dimenticato cosa siano gli scaffali vuoti. Quello che serve ora è che il popolo dimentichi cosa sono i portafogli vuoti”. Un eminente studioso di politica russa ha ipotizzato che la pratica del voto di scambio da parte di Eltsin gli abbia assicurato la vittoria.
Clinton garantì personalmente il prestito del Fondo Monetario Internazionale, e Eltsin si vantò di aver dovuto coinvolgere “Clinton, Jacques Chirac, Helmut Kohl e [John] Major” per ottenerlo. Il prestito era condizionato ad ulteriori liberalizzazioni dell’economia russa, ma molti riconobbero che tali condizioni erano un copertura per secondo fini.

Helene Hessel, al tempo direttore di Standard & Poor’s per l’Europa Orientale, disse alla Reuters:

“l’Occidente è talmente terrorizzato dall’idea che Eltsin possa perdere, che si danno molto da fare per sostenerlo. Questa decisione è certamente motivata da ragioni politiche”.

Il giornale francese Le Monde definì il prestito “un voto implicito a favore del candidato Eltsin”, ed avvertì “l’Occidente gioca un gioco pericoloso” sostenendo che “non c’era né urgenza né necessità di un gesto tanto spettacolare”.

Sul Moscow Times, Nicholas Eberstadt, ricercatore all’American Enterprise Institute, scrisse

“alcune delle affermazioni relative all’ultima erogazione di prestiti dal Fondo Monetario Internazionale sono talmente implausibili ed assurde che solo un funzionario di un governo occidentale, o un burocrate internazionale potrebbe, forse, bersele”.

Persino il Washington Post vide oltre i cavilli, pur con approvazione:

E DUNQUE questo è il modo giusto per servire gli interessi occidentali… Non si tratta di sventolare una bandierina per Boris Eltsin, avallando il suo malcostume politico e attirandosi risentimento per l’“intervento” straniero. Si tratta di usare gli strumenti del Fondo Monetario Internazionale, che sono potenti, per quanto politicamente rozzi.

Nonostante il fine del prestito fosse scoperto, il suo ruolo nel finanziare la rielezione di Eltsin è una storia molto più complessa. I soldi – tanti – scesero a pioggia dentro e fuori la campagna elettorale. Un po’ tornò indietro direttamente alle fonti occidentali, ma il grosso venne riciclata dai fondi governativi e, attraverso un sfilza di banche russe gestite da oligarchi, conti offshore e banche occidentali, finì nella cassaforte di Eltsin. Grosse porzioni vennero prelevate lungo il percorso.
Nessuno sa con esattezza quanti soldi arrivarono alla campagna elettorale. La legge russa limitava i bilanci elettorali a 2,9 milioni di dollari, ma le stime su quello di Eltsin partono da 100 milioni per lievitare fino a 1 miliardo e raggiungere i due miliardi di dollari. Determinare una cifra esatta è impossibile, visto che un sacco di soldi entravano ed uscivano dal “tesoro nero” di Eltsin.

Boris Berezovsky architettò questo ingegnoso sistema nel gennaio del 1996, quando convinse gli intimoriti oligarchi russi (Vladimir Gusinsky, Vladimir Vinogradov, e Mikhail Khodorkovsky) a riunirsi dietro Eltsin. Ancora meglio: il lucroso affare permise agli oligarchi di arricchirsi ancora di più. In un’intervista con Paul Klebnikov, il colonnello

Valery Streletsky, capo del dipartimento anti-corruzione del Servizio di Sicurezza Presidenziale, spiegò come funzionava il “tesoro nero”:

$50 milioni venivano trasferiti da una banca russa alle Bahamas. Poi questi soldi venivano trasferiti ad un altro paese, in Europa, per esempio, o negli Stati Baltici. Da lì i soldi venivano portati in Russia in contanti e depositati nel tesoro nero. Ma non tutta la somma di partenza tornava indietro.

Molti sospettavano che il ministro delle finanze avesse reindirizzato molti di questi soldi stornandoli dal bilancio. Quando gli venne chiesto da dove venivano questi fondi, l’economista Vadim Medvedev disse al Toronto Star:

 “Ovviamente dal bilancio. Non escludo che vi siano state delle contribuzioni da società o singoli privati. Ma penso che la squadra presidenziale trasse la gran parte dei propri fondi dal bilancio.”

E riguardo i soldi del FMI? Nonostante sia difficile da smontare su internet, una verifica di PricewaterhouseCoopers condotta nel 1999 ha mostrato che la Banca Centrale Russa ha emesso 1 miliardo di dollari in riserve per un pagherò del Ministero delle Finanze. Dopodiché 855 milioni di dollari sono stati incanalati attraverso la compagnia Financial Management Co., o FIMACO, una banca offshore basata nel Jersey, Channel Islands.
Successivamente il denaro è stato investito nel mercato obbligazionario interno russo a breve termine (GKO). Nel 1996 il GKO aveva ricavato oltre il 200 percento e i russi non erano gli unici a fare pulizie. Il denaro del FMI spinse su il GKO per attrarre investitori stranieri, creando una bolla speculativa che è stata sfruttata da Lawrence Summers, i direttori di HIID Jonathan Hay e Andrey Shleifer, George Soros e molti altri.
Nel 1999 il GKO è crollato, il rublo è collassato, e centinaia di migliaia di russi hanno perso i loro risparmi. Un anno dopo, il FMI ammise di essere a conoscenza della truffa, aveva detto ai russi che non si trattava di un “bel modo di fare” ma non fece niente per fermarla.
Una parte di quei ricavi è finita nella campagna di Yeltsin, Nessuno sa dov’è andato il resto, anche se l’indagine di Streletsky stima che siano stati sottratti tra i 200 milioni e i 300 milioni di dollari. Infatti i suoi uomini cercarono negli uffici della campagna elettorale nel Giugno 1996, trovando 1.5 milioni di dollari in una cassaforte dentro l’ufficio del ministro German Kuznetsov.

Il giorno successivo, in uno dei momenti più ignobili della campagna, Streletsky sorprese Arkady Yevstafyev e Sergei Lisovsky – due ragazzi di Chubais – mentre uscivano dalla Casa Bianca trasportando 500.000 dollari in una scatola di carta Xerox. Secondo Korzhakov, la campagna consegnava in tutto il paese pacchi come quelli per comprare le élite regionali e assicurarsi i voti. Quando sono stati interrogati dalla Novaya Gazeta riguardo i finanziamenti alla campagna del 1999, Lisovsky rispose:

“E da dove verranno i soldi? L’ultima volta [nel 1996] la maggior parte del denaro era occidentale. Ora chi in occidente vorrà investire nelle elezioni russe? E, ancora più importante, investire in chi?”

 

Eravamo facilitatori

Non è un segreto che l’Occidente abbia aiutato a finanziare la campagna elettorale di Eltsin. Nel 2002, lo scienziato politico Lilia Shevtsova disse a Frontline:

Yeltsin era sostenuto da denaro occidentale. Per esempio, il FMI ha fornito a Eltsin un versamento tempestivo. Nessuno chiese dove andarono quei soldi. Servì a sostenere compagnie, oligarchi, tecnocrati, il team presidenziale. Tutti pretendono di non vedere.

Strobe Talbott si lamentò, “Eravamo facilitatori. Dovevamo provare con più tenacia, lavorare con Eltsin e i suoi consiglieri chiave per cercare di trovare un modo per farlo rieleggere senza dare agli oligarchi la possibilità di regnare sull’economia”.
Ma non lo fecero e il risultato ha devastato la democrazia russa e la sua economia.
Eltsin vinse prepotentemente la rielezione nel luglio 1996. David Remnick, del New Yorker, scrisse che “ci sono stati brindisi nel Dipartimento di Stato”. Il New York Times definì le elezioni “una vittoria per la democrazia russa”. Anche Clinton si congratulò con il Vecchio Boris e, alla manifestazione per il Giorno dell’Indipendenza in Ohio, proclamò che “in una elezione libera e imparziale… il popolo russo ha scelto la democrazia” e si congratulò con “Eltsin e il popolo della Russia per il suo impegno a quella libertà che noi amiamo”.

Il ritorno politico di Eltsin difficilmente fu libero o imparziale, denunce di frodi elettorali abbondarono. Gli osservatori elettorali occidentali ignorarono o sminuirono queste denunce. Secondo Sarah Mendelson,

“l’ambasciata USA avvertì gli impiegati di USAID a Mosca di tenersi lontani dalle verifiche elettorali, e fu detto loro, in modo non ufficiale, che avrebbero potuto essere scoperte frodi a beneficio di Eltsin ”.

Perfino Michael Meadowcroft, capo della missione in Russia della Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), ha poi ammesso che i suoi capi fecero pressioni su di lui per dichiarare pulite le elezioni, e disse “l’Occidente deluse la Russia e questo fu una vergogna”. È stato riportato che il Primo Ministro russo Dmitry Medvedev riconobbe in una riunione a porte chiuse del 2012 che “ci sono pochi dubbi su chi vinse [quella gara], e non fu Boris Nikolaevich Eltsin”.

Il rapporto informativo di gennaio sulle elezioni americane del 2016 afferma che la Russia voleva “minare la fede del pubblico nel processo democratico statunitense”. Gli Stati Uniti hanno descritto il loro coinvolgimento in Russia durante gli anni ’90 con ben altre parole: volevano aiutare a costruire la democrazia russa. E sebbene le élite russe non avessero bisogno di assistenza per trasformare l’oro in sterco, e la speranza in disperazione, è significativo che la maggior parte dei Russi vedano l’apice del coinvolgimento politico americano non come l’avvento della demokratiya (democrazia), ma come l’esistenza della reale dermokratiya (merdocrazia).

Come riportato nel 2000 da una valutazione del Congresso sulle politiche riguardo la Russia dell’amministrazione Clinton,

“Inseguendo una politica di ‘riforme’ che richiedeva la vittoria politica con qualsiasi mezzo necessario dei loro riformisti, l’amministrazione minò il processo democratico stesso”.

Dopo tutto, forse i Russi hanno imparato qualcosa dal 1996: che la dermokratiya può essere rispedita al mittente.


Articolo di Sean Guillory apparso su Jacobin il 13 marzo 2017

Traduzione in italiano di Fabio_San, Sascha Picciotto, Raffaele Ucci, Marco Bordoni, Voltaire1964 per SakerItalia

Fonte in italiano: sakeritalia.it