Putin, alla annuale conferenza stampa, su Donald Trump: 

“È una persona brillante e di talento, senza alcun dubbio. Non è nostro compito giudicare le sue qualità, ciò spetta agli elettori americani, ma lui dice che vuole passare a un nuovo rapporto più sostanziale, un rapporto più profondo con la Russia, come possiamo non accogliere questo?”

Non danneggerà il colorito candidato dal ciuffo finto, questo appoggio del russo? si chiedono i media e i politici, trattenendo il respiro speranzosi. Magari stavolta il Donald crolla nei sondaggi, è la volta buona. E s’affrettano a mettere i microfoni sotto il naso del candidato, aspettandosi una delle sue celebri, volgarissime rispostacce.

Trump: 

“È un grande onore essere complimentato da un uomo tanto rispettato all’interno del proprio paese e oltre. Ho sempre pensato che la Russia e gli Stati Uniti dovrebbero collaborare per sconfiggere il terrorismo e ripristinare la pace nel mondo, per non parlare di commercio e tutti gli altri benefici derivanti dal rispetto reciproco”.

Joe Scarborough (di una trasmissione chiamata Te Hill Report), gelidamente indignato: “Certo lei sa che Putin uccide giornalisti ed oppositori politici e invade paesi…”.

Trump: 

“Beh, penso che anche il nostro paese fa’ un sacco di uccisioni, Joe, per cui… E lui sta governando il suo paese, e almeno lui è un leader, a differenza di ciò che abbiamo nel nostro paese”.

Che Obama non sappia governare, è una fissa di Trump. Nel settembre 2014 ha detto: 

“Se Obama si dimette immediatamente, gli regalo l’entrata gratuita a vita in uno dei miei campi da golf, per il servizio che rende al Paese”.

Non che misuri le parole sugli altri politici. Di Jeb Bush, suo concorrente alla presidenza, ha detto:

“L’ ultima cosa di cui il nostro paese ha bisogno è un altro BUSH ! Scemo come un sasso”.

Hillary Clinton?

“Se Hillary Clinton non è capace di soddisfare il marito, che cosa le fa’ pensare che può soddisfare l’America?”

(tweet poi cancellato su consiglio del suo staff).

L’ex presidente George W. (Dubya) Bush: 

“Intendete quel George Bush che manda i nostri soldati in battaglia, dove sono feriti gravemente, e poi vuole $ 120.000 per tenere a questi feriti un noiosissimo discorso?”

In altra occasione:

“Bush non ha avuto il QI [per essere presidente]”.

Sul senatore John McCain, un tweet: 

“Il Sen. John McCain deve essere sconfitto alle primarie. Laureato ultimo del suo corso ad Annapolis – Idiota!”. 

“Ma quale ‘eroe di guerra’? è un eroe perché s’è fatto catturare. A me piacciono quelli che non si fanno catturare”.

Il 7 dicembre, dopo l’eccidio di San Bernardino, Trump ha proposto 

“un blocco completo e totale” dell’immigrazione di musulmani in Usa, “fino a quando non siamo in grado di determinare e capire questo problema e la pericolosa minaccia pone; il nostro paese non può essere vittime di attacchi orrendi da parte di persone che credono solo nel Jihad , e non hanno alcun senso della ragione o di rispetto per la vita umana.” 

L’intero mondo politico e mediatico s’è virtuosamente indignato (anche McCain). Fra i virtuosi indignati s’è illustrato il principe saudita Alwaleed Bin Talal, miliardario, che ha definito Trump: “Una disgrazia per l’America – Si ritiri dalla gara, non vincerà mai”. Pronta la risposta del candidato: “Lo strafatto principe Alwaleed vuol controllare i nostri politici Usa con i soldi di papà. Non potrà farlo quando sarò eletto”.

Nelle sue polemiche verso i media, editori, giornalisti e direttori, sa colpire dove fa’ più male.
Sul Wall Street Journal, dopo che il suo proprietario Rupert Murdoch ha ordinato a giornale di criticarlo: 

“Il WSJ eternamente in calo (di vendite) che vale un decimo del prezzo a cui è stato comprato, continua a colpirmi politicamente.. chi se ne frega”.

Su Arianna Huffington:

“La sinistrorsa da ridere ariannahuff ha detto ai suoi servetti dell’Huffington Post – che è in passivo – di trattarmi come un caso di entertainment. Adesso sono il n. 1 nei sondggi Huffington Post”.

Alla rivista Forbes, il periodico dei miliardari, che ha calcolato che la sua ricchezza è metà di quel che Trump sostiene (4,5 miliardi invece di 10) 

“si occupa di inezie irrilevanti? È così che la sua  circolazione scende”.

 

Odiato dai neocon

Non s’è peritato di provocare i potenti e pericolosissimi neocon. A Bill Kristol (J), direttore del Weekly Standard, influente organo della israeli lobby, che sta facendo campagna per Hillary Clinton (il che la dice lunga), ha twittato:

“Bill, il tuo periodico microscopico e un po’scadente diventerà un enorme successo quando finalmente appoggerà Trump. Crescerà con tutto il paese!”.

Su Charles Krauthammer, il columnist di Fox News, ebreo, Trump ha ricordato come 

“questo guru politico tracagnotto” sia stato un fanatico promotore della guerra contro Saddam. “Uno dei più noiosi guru della politica in tv, ‘sto Krauthammer. Un clown completamente sopravvalutato che parla senza conoscere i fatti”.

Ancor più esplicito nell’attaccare le guerre a cui i neocon hanno spinto l’America:

“Abbiamo speso 4 mila miliardi di dollari per rovesciare dei personaggi che, francamente, se fossero ancora lì… e se fossero rimasti qui i 4 mila miliardi, qui negli Stati Uniti per riparare le nostre strade, i ponti, aggiustare tutti gli altri problemi che abbiamo, gli aeroporti… staremmo molto meglio, ve lo dico chiaro.”.

E rincarando la dose: 

“Abbiamo reso un pessimo servizio non solo al Medio Oriente, abbiamo reso un grave disservizio all’umanità. Persone che sono state uccise, gente che è stata spazzata via, e per che cosa? Non è che abbiamo vinto, è un disastro. Il Medio Oriente è completamente destabilizzato; un disastro totale, completo. Mi piacerebbe avere i 4, i 5 trilioni di dollari qui. Vorrei fossero stati spesi per gli Stati Uniti, nelle scuole, negli ospedali, strade, aeroporti, dove tutto sta cadendo a pezzi!”

È questo un attacco diretto alla Israeli Lobby; la violazione del tabù massimo, che i competitori politici di Trump si guardano bene dall’infrangere. Ossia la domanda: tutto questo sangue e tutti questi soldi spesi in guerre, e per che cosa? Domanda che non si deve fare in Usa, perché suggerisce la risposta.


Fatto sta che ad ogni nuovo sproposito del candidato dal ciuffo finto, ogni battutaccia esagerata ed oltraggiosa di questo personaggio dall’ego comicamente spropositato, ogni suo rincarare la dose al di là della buona educazione e del buon gusto – e dopo ogni nuovo servizio e inchiesta mediatica che lo dipinge come un buffone, un pagliaccio impresentabile nei salotti buoni – Trump sale nei sondaggi. Laddove gli altri candidati si trascinano a gran distanza da lui, grigi e noiosi e prevedibili. L’Establishment (dei due partiti che sono uno) è semplicemente terrorizzato, perché sta conducendo la campagna a sue spese e non ha bisogno dei finanziamenti delle lobbies (“Sono abbastanza ricco, e credetemi, ciò fa’ la differenza”); i repubblicani temono che corra come terzo indipendente, perché farebbe vincere i democratici (la Clinton) by default.  


Le aggettivazioni su di lui son passate al “buffonesco”, al populista, al “demagogo”, e persino “fascista”; pure ingigantite, nell’Establishment, dal sospetto che il maturo clown abbia, in realtà, “la stoffa”: può diventare uno dai più grandi presidenti americani? s’è chiesto il consulente finanziario Bill Bonner.
La misurata risposta alla valutazione di Putin può indicarlo? 

Per ora, si ritiene che la sua popolarità in crescita abbia il senso di “Un dito indice collettivo che il Paese mostra a Washington”; il che ci porterebbe a riflessioni su altri personaggi che l’hanno preceduto in Italia con caratteristiche simili (a nostro modo continuiamo ad essere un laboratorio politico) e che hanno gettato via l’occasione storica loro, da Berlusconi al Grillo del “vaffa-day”.

Per intanto, è evidente l’odio e il panico che suscita, e il motivo vero: ad ogni parolaccia di Trump, la gente sente che vendica la sua verità, il suo buon senso di massa, censurato, autocensurato e soppresso dal “politicamente corretto”. Mostra l’indice non tanto a Washington, ma a quella che lo storico delle idee Pierre Le Vigan chiama la “Iper-classe”. La sua maleducazione mostra che il “politicamente corretto” è il linguaggio necessario di questa iperclasse – i privilegiati globali, l’1% cosmopolita che possiede il 9%, coi loro maggiordomi e serventi locali, politici e giornalisti; per essa, è la verità nuda e cruda del buonsenso magari rozzo ad essere intollerabile; e sfidando la neolingua, Trump la fa’ non solo schiattare di rabbia, ma smaschera l’intolleranza e la voglia di censura che si cela dietro le forme della “democrazia” liberale e liberista. È...

“l’intolleranza del Sistema di fronte a tutto ciò che rivela qualche indipendenza di spirito e contro tutte le proposizioni non consensuali, un’intolleranza stupefacente”, 

dice Le Vigan, se si pensa che essa si proclama “liberale”. 

Il fatto è che il liberalismo economico s’è sviluppato sul fondo del liberalismo politico, facendone ormai il suo ausiliario. 

“Questo liberalismo è una democrazia puramente formale che è sempre meno democratica. Il popolo non può pronunciarsi su temi importanti, e peggio, quando si pronuncia, non si tiene conto del suo parere”. 

Lo abbiamo constatato ormai troppe volte in quella gabbia che si nomina Unione Europea: referendum calpestati, la moneta comune imposta, proteste contro le immigrazioni e la perdite di sovranità criminalizzate, mentre la società vengono smantellate e i diritti sociali rubati. Con la scusa che lo chiede “il mercato”, lo chiede “L’Europa”, che “Non esistono alternative”. 

“Questo regno della decisione impersonale è di fatto il regno dell’iperclasse. Questa iperclasse che ha sferrato una guerra di classe contro il popolo. Nelle relazioni internazionali, abbiamo a che fare con un Sistema per uccidere i popoli, che poggia sugli Stati Uniti e i suoi satelliti, fra cui l’Europa, a volte all’avanguardia dell’atlantismo bellicista e destabilizzatore; sul piano interno, istituzionale e politico, abbiamo un Sistema per uccidere il popolo, fondato sul disprezzo di questo. Sono le due facce dello stesso Sistema. E l'intolleranza degli uomini del Sistema è sì spesso proporzionale alla loro incultura, ma è anche il prodotto di una formidabile ‘formattazione’ degli spiriti, che và dai livelli più alti dell’iperclasse ai quadri intermedi della società, suoi ausiliari”. 

Avendo tutto il potere, non hanno bisogno di essere intelligenti. È ciò che rende l’attuale capitalismo “terminale” come un cancro. L’obiezione che Donald Trump, miliardario, è esso stesso un membro dell’iperclasse e quindi non la minaccia veramente, ha sempre valso poco (solo per gli illusi che la democrazia ammetta selezioni ‘dal basso’) ma vale ancor meno in questa fase patologica della realtà politica autonominata “democrazia”. Anche i Gracchi erano nell’iperclasse del loro tempo (nipoti di Scipione l’Africano), Cesare di altissima nobiltà patrizia – e provarono a rovesciare il sistema ottuso e incancrenito dell’iperclasse di allora, schierandosi come “populares”, ossia come “rossi”.

* * *

Articolo tratto dal sito Blondet & Friends