Roma, 17 mag – In un mondo in cui la tecnologia la fa da padrona, ogni giorno siamo sommersi da una mole di informazioni che ci consente di sopravvivere. Dalle rubriche sul telefono, alle chat, passando per le notifiche di Facebook, le nostre vite sono scandite da costante suono del “bip” di una qualche applicazione che ci ricorda qualcosa. L’assuefazione a questa forma di aiuto, però, ha effetti sulla neurologia degli individui e, più precisamente, sull’aspetto mnemonico. Molti studiosi hanno notato che la facilità con cui gli internauti giungono alle informazioni con un semplice “clic” ha portato molti di loro ad una perdita progressiva della memoria, a causa della “pigrizia” nel memorizzare informazioni. Tale sindrome è stata ribattezzata “effetto Google”
Una ricerca condotta dal Kaspersky Lab ha evidenziato dati preoccupanti su questo fenomeno. Il 90% degli utenti di dispositivi tecnologici soffre, infatti, di una qualche forma di amnesia digitaleOltre il 70% non conosce a memoria il numero di telefono dei figli e il 49% quello del partner. Diversamente, chi ha vissuto l’era del telefono con cornetta ha una facilità maggiore nel ricordare i suddetti numeri.

Lo studio ha, inoltre, evidenziato che gli internauti non ricordano molte delle informazioni basilari, ma sanno esattamente “dove queste vanno cercate”. L’effetto google è rapportabile anche alla memoria visiva. Uno studio condotto anni fa dalla della Fairfield University ha dimostrato che fare fotografie riduce i nostri ricordi delle immagini
In pratica, a causa della mania di fare foto, la gente passa sempre meno tempo ad “osservare” e sempre di più a “guardare”. In un certo senso, dunque, l’individuo fa sempre meno affidamento sulle proprie capacità memo-cognitive e sempre più sulle conoscenze che risiedono sul web. È come se si affermasse: “è inutile che mi sforzi di sapere le cose, tanto so che su internet troverò le risposte alle mie domande!” Uomo sempre più schiavo della macchina?  In effetti, questa sembra la direzione che si sta prendendo. Quanto immaginato da Pirandello esattamente cento anni fa, con i “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” non sembra, oggi, tanto fantascientifico. L’autore e commediografo siciliano, immaginava un mondo dove, la meccanizzazione avrebbe portato sempre più alla scomparsa dei valori: si può affermare, senza aver paura di essere smentiti, che aveva ragione.

L’affidarsi sempre più a internet per reperire informazioni se, da un lato, aumenta la velocità con cui vengono acquisite le nozioni, dall’altra crea sempre più individui con un bagaglio culturale medio-basso e sempre più alieni dagli aspetti più comuni del vivere sociale. Si passa sempre più tempo a leggere su Wikipedia le informazioni su un personaggio o un evento, ma non ci si sforza di memorizzare quanto letto, perché tanto, si è consapevoli che, quando servirà, si potrà nuovamente tornare a leggere ciò che interessa. L’internet-dipendenza è la piaga del ventunesimo secolo. Il web non ci rende più stupidi, ma meno vogliosi di apprendere, ma bisogna ricordarsi una cosa: è proprio la curiosità di cercare delle risposte e provare nuove strade che hanno portato l’umanità agli attuali livelli di sviluppo. Senza la voglia di conoscere e apprendere, si rischia di tornare indietro di millenni.


Articolo tratto da Il Primato Nazionale