Quello della migrazione di gruppi di individui originari di paesi impoveriti da guerre, regimi oppressivi o altri disastri socio-economici verso paesi più ricchi e pacifici è un fenomeno che esiste praticamente da sempre, e la cui entità è stata limitata, nel corso dei secoli, dal grado di sviluppo dei sistemi di trasporto e soprattutto dall’istituzione di confini più o meno rigidi tra vari territori, stati o nazioni. 
Nell’epoca contemporanea, però, fenomeni del genere sono andati gradualmente aumentando, facilitati sia dai progressi tecnologici, a livello di mezzi di trasporto ma anche di comunicazione, sia dall’indebolimento di divisioni e confini tra stati e regioni del mondo. E negli ultimi anni, in particolare, il fenomeno ha raggiunto, in Europa, proporzioni tali da portare al conio dell’espressione ufficiale “Crisi europea dei migranti (o dei rifugiati)” che, secondo una fonte online ufficiale come Wikipedia,

“ha avuto inizio nel 2015, quando un numero sempre crescente di rifugiati e di migranti ha cominciato a spostarsi verso l’Unione europea, viaggiando attraverso il Mar Mediterraneo, oppure attraverso l’Europa Sudorientale”.  

La maggior parte di tali migranti proviene da Medio Oriente, Asia Meridionale e Africa e, secondo i dati forniti dall’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati alla pagina http://data.unhcr.org/mediterranean/regional.php, dal Mediterraneo ne sono arrivati in Grecia e in Italia circa un milione nel 2015, con un aumento progressivo rispetto a 216.000 nel 2014, 60.000 nel 2013 e 22.000 nel 2012) e con tendenza a un ulteriore aumento nei primi sei mesi del 2016, in cui si è registrato lo sbarco in Europa di circa 230.000 persone, rispetto alle meno di 150.000 dello stesso periodo dell’anno scorso.

Non è sui numeri, però, che voglio concentrarmi qui, perché di cifre se ne possono trovare tante in rete, anche riguardo alla composizione demografica dei migranti/rifugiati, che sono comunque in maggioranza – con percentuali che possono andare da circa il 60% a circa l’80% del totale – adulti di sesso maschile (anche se in genere queste persone non presentano documenti e molte di loro vengono prese in parola quando dicono di essere minorenni). E neanche su altre proiezioni statistiche riguardanti il numero di anni che saranno necessari per trasformare le popolazioni europee originarie in minoranze nei loro stessi paesi, fino eventualmente a scomparire, o su fino a che punto i governi europei stiano facilitando o addirittura incoraggiando il fenomeno dell’immigrazione, offrendo alloggi gratuiti e addirittura dei veri e propri “stipendi gratuiti” ai nuovi arrivati, per esempio. 
Preferisco concentrarmi sul dato secondo cui, procedendo di questo passo, le popolazioni europee indigene sono destinate a diventare minoritarie e a scomparire. Magari nel giro di vari decenni o di un secolo, ma difficilmente di più, anche perché ci riproduciamo a livelli inferiori alla soglia di sostituzione demografica, pari a circa 2,1 figli per donna. Secondo le statistiche ufficiali pubblicate dal World Fertility Patterns 2015 dell’ONU, prima dunque dell’inizio della “crisi dei migranti”, il tasso di fertilità medio in Europa è stato pari a 1,6 (1,4 in Italia), al 2,2 in Asia (ma un paese come l’Afghanistan sta a 4,9) e in America Latina, e a 4,7 in Africa (con picchi di 7,6 in Niger e di poco inferiori in altri paesi soprattutto sub-sahariani). 

Insomma, malgrado i continui tentativi di confondere le acque su questo aspetto, come su molti altri, mi sembra chiaro che importare in Europa popolazioni straniere più fertili e già molto più numerose – invece di incentivare gli europei a fare più figli, come sarebbe logico – determina una progressiva sostituzione della popolazione indigena con altri gruppi etnici, considerando non solo la quantità di rappresentanti di altre etnie che vengono importati, ma anche il fatto che molti di loro si mescoleranno con la popolazione caucasica originaria, ibridandola. 

 

Una rischiosa “utopia” a senso unico

Purtroppo a molti, troppi europei autoctoni il possibile genocidio imminente non sembra neanche un problema. E questa, secondo me, è la prova che l’“invasione” la stiamo subendo anche e soprattutto nella testa, dove in particolar modo i media dominanti stanno cercando di sterminare ogni barlume di logica. 

Ormai da decenni, tanto per cominciare, in Occidente s’insegna che quello di razza è soltanto un “costrutto sociale” imposto dalla cultura dominante, perché in realtà facciamo parte tutti quanti di un’unica razza umana sostanzialmente indistinguibile nelle sue varie espressioni, a parte l’insignificante colore della pelle. Per questo ogni essere umano di qualunque “razza” sarebbe intercambiabile con tutti gli altri e capace di vivere ovunque nel mondo senza produrre modifiche di cui qualcuno possa preoccuparsi.
In realtà, questo tipo di ideologia universalista risulta contraria a ogni evidenza, dato che, nel corso della storia, popolazioni diverse hanno sempre prodotto civiltà molto diverse tra loro. Inoltre, viene applicata, in pratica, soltanto alle popolazioni europee, definite anche caucasiche o, più semplicemente, “bianche”, apparentemente per convincerle che, se venissero sostituite da altre etnie, la loro cultura e il loro stile di vita, invidiati da tutto il resto del mondo, non ne risentirebbero in modo rilevante. 
Nessuno, infatti, osa negare ad altre popolazioni, peraltro ben consapevoli e persino orgogliose della loro etnia, il diritto ad avere dei propri territori più o meno esclusivi. L’Africa appartiene agli africani, l’Asia agli asiatici, e via dicendo. Chi mai oserebbe dire che il Congo è “troppo nero” o il Giappone è “troppo giallo”, per esempio? Solo l’Europa è “troppo bianca” e deve diventare di tutti i colori, a quanto pare. E infatti è solo qui – a parte altri territori storicamente dominati negli ultimi secoli da gruppi di origine europea come l’America, il Canada e l’Australia – che viene promosso il cosiddetto multiculturalismo, ovvero l’ideologia che incoraggia la coesistenza di diverse etnie e culture all’interno di un medesimo territorio.

Un’ideologia del genere, se venisse davvero applicata in buona fede, potrebbe essere considerata una sorta di scommessa utopica, un esperimento sociale discutibile o quantomeno avventuroso, perché nel corso della storia la coesistenza di gruppi diversi tra loro nello stesso territorio ha sempre portato a conflitti, anche molto violenti, eventualmente risoltisi con il predominio di un gruppo sugli altri. Per esempio, oggi viene citato l’impero romano come esempio di multiculturalismo nella storia, ma in quel caso era chiaro chi fosse il gruppo dominante che conquistava altre popolazioni e imponeva il proprio modo di vivere, pur consentendo alcune differenze come la libertà di religione che gli antichi romani garantivano ai conquistati. E alla fine, comunque, la presenza di troppe popolazioni diverse va annoverata tra le cause della dissoluzione dell’impero in questione, inizialmente costituitosi sulla base di una forte identità etnica. 
Un altro esempio più recente può essere considerato quello degli Stati Uniti d’America, un impero moderno che però, in concomitanza con l’erosione della maggioranza bianca fondatrice, risulta sempre più lacerato da violenti conflitti tra gruppi etnici diversi, e soprattutto tra bianchi, neri e ispanici. Lo stesso presidente Abraham Lincoln, passato alla storia come colui che abolì la schiavitù dei neri, era convinto che bianchi e neri dovessero vivere separati perché biologicamente incapaci di convivere pacificamente, e che i bianchi dovessero occupare una posizione dominante in America, essendone stati i fondatori.

Insomma, il “multiculturalismo” non ha mai funzionato in passato. Per cui, se si volesse davvero tentare in buona fede di farlo funzionare oggi, ignorando gli insegnamenti della storia, non sarebbe più opportuno sperimentarlo in alcuni stati situati in varie parti del mondo dominate da culture diverse, invece che cercare di imporlo esclusivamente negli stati e nei territori in cui la razza caucasica ha le sue radici o è stata dominante negli ultimi secoli? 

Anche perché, parliamoci chiaro, se l’esperimento multiculturale fallirà, come appare peraltro più che probabile, tutti gli altri gruppi etnici che in questo momento vengono incoraggiati a invadere le società bianche occidentali potranno scegliere di tornare nei loro stati in Africa o in Asia, che nel frattempo saranno rimasti etnicamente abbastanza omogenei. Solo gli europei di razza caucasica non avranno più territori etnicamente omogenei a cui fare ritorno. Anche per questo rischiano di scomparire. 
I motivi di preoccupazione, dunque, sembrano legittimi. E invece no: i bianchi europei che osano sottolinearli sono etichettati subito dai media con la definizione di “razzisti”, applicabile, in pratica, soltanto a loro. Viene addirittura rimproverato loro di essere “privilegiati” nelle società fondate dai loro avi e logicamente costruite su misura per loro, e di preferire la compagnia di altri bianchi. In realtà, queste cose avvengono in tutte le società del mondo: in Asia gli asiatici hanno costruito società e culture su misura per loro stessi e preferiscono vivere con persone appartenenti al loro stesso gruppo etnico. Infatti, continuano a farlo anche quando arrivano nei paesi occidentali, invece di “integrarsi”, senza essere considerati “razzisti” neppure in questo caso. Perché si sa che anche qui, ovviamente, la colpa è dei bianchi padroni di casa (almeno in teoria) che non li lasciano integrare. Loro vorrebbero farlo, ma poverini…

Insomma, nessuno sembra responsabile di niente in questo mondo di vittime: così come i musulmani non sono responsabili degli atti dei terroristi che colpiscono nel nome dell’Islam, anche le popolazioni che migrano in Europa non sono responsabili né delle condizioni disastrose in cui versano i loro paesi, né delle loro difficoltà a integrarsi nelle società occidentali. Solo gli occidentali di etnia caucasica vengono considerati responsabili di tutto per tutti. E in particolare di tutti i mali del mondo, a quanto pare…

E infatti soltanto a loro, che pure risultano sempre in prima fila per difendere altre etnie minacciate, viene contestato, persino nei territori di appartenenza, il diritto sia di associarsi con persone del proprio gruppo etnico sia di opporsi a tentativi di assimilazione forzata (non è mai stato indetto in alcuno stato europeo, in effetti, un referendum sull’immigrazione) che la stessa Convenzione dell’ONU per la prevenzione e la repressione del diritto di genocidio, adottata nel 1948, considera una forma di genocidio. E chi osa comunque opporsi viene subito colpito con definizioni-randello come la suddetta “razzista” – ma anche “xenofobo”, “fanatico della supremazia bianca” o “nazista” – e minacciato di esclusione sociale.


Una sedicente ronda della "Shariah Police" in Germania


Le colpe del passato

A proposito di nazismo, sembra che proprio a causa dei crimini di quel regime – nonché di quelli perpetrati dai colonizzatori europei in Africa e in America, con particolare riferimento alla tratta degli schiavi africani e allo sterminio delle popolazioni originarie del “nuovo mondo” – la razza bianca non meriti più di mantenere dei territori propri, o addirittura di esistere. Bisogna ricordare, però, che vari altri gruppi hanno commesso, nel corso della storia, crimini analoghi o addirittura peggiori. Anche gli asiatici, per esempio, non dovrebbero aver più diritto a dei loro territori a causa del massacro di milioni di persone provocato dal sanguinario conquistatore mongolo Gengis Khan. E neanche i musulmani che, nel corso dei secoli, hanno sterminato e ridotto in schiavitù milioni e milioni di cristiani europei. 
E invece, a tutte le popolazioni della Terra vengono perdonati gli errori dei loro antenati, e ad alcune anche errori più recenti come le violazioni dei diritti umani perpetrate dai governanti cinesi e gli atti terroristici commessi da militanti islamici. Anzi s’insiste addirittura, in quest’ultimo caso, sul fatto che l’Islam sia “una religione di pace”, pur avendo dato vita a concetti apparentemente poco pacifici quali “guerra santa” e “morte agli infedeli”. Solo i bianchi europei sembra debbano continuare a pagare per gli errori commessi dai nazisti, dai colonizzatori e dagli schiavisti, anche se tutti gli imperi della storia, di qualunque razza fossero, hanno conquistato con la forza territori stranieri, e anche se la schiavitù è stata praticata (e in alcuni casi viene praticata ancora oggi) da tutte le popolazioni del mondo, e casomai i bianchi, oltre a esserne stati vittime anche loro, hanno il merito esclusivo di averla abolita.
Dopo la Seconda guerra mondiale, tra l’altro, e proprio su iniziativa dei governanti occidentali, sono state create organizzazioni sovranazionali come l’ONU, dichiaratamente per mantenere la pace tra le varie nazioni che, pur conservando ognuna una propria identità razziale e culturale, non avrebbero più dovuto cercare di prevalere su altre e renderle schiave. E sempre secondo una logica dell’“unità nella diversità” avrebbe avuto un senso anche la creazione di un’Unione Europea volta a rafforzare la collaborazione tra nazioni diverse ma assimilate da un patrimonio culturale e razziale comune.
Sotto questa luce idealistica poteva essere interpretata, all’inizio, anche l’abolizione dei confini tra i vari stati europei appartenenti all’Unione, volta a favorire il libero scambio e la libera circolazione non solo di merci, ma anche e soprattutto di persone diverse, sebbene provenienti da culture simili o comunque non antitetiche. 

Integrazione o scontro frontale?

Se questa fosse stata davvero la sua logica fondante, però, l’Europa avrebbe dovuto mantenere almeno dei confini rispetto ad altre regioni del mondo, e in particolare rispetto a quelle storicamente caratterizzate da culture e tradizioni difficilmente assimilabili, se non addirittura antitetiche, come l’Islam in particolare, da sempre in conflitto con i valori cristiani dei paesi europei.
E invece, con il fenomeno dell’immigrazione (non solo incontrollata ma anche incentivata) a cui stiamo assistendo soprattutto negli ultimi due anni, dopo i confini interni hanno ceduto anche quelli esterni. Di qui l’aumento del fenomeno dell’immigrazione da paesi extraeuropei eternamente “in via di sviluppo” (malgrado tutti gli aiuti economici che ricevono da decenni), che negli ultimi tempi ha assunto le proporzioni di una vera e propria invasione, stimolata da inviti ai migranti da parte dei politici europei stessi. Come la cancelliera tedesca Angela Merkel, per esempio, che ha sollecitato i migranti a stabilirsi in Germania, prima ancora che in altri paesi più vicini e più simili ai loro (come sarebbe più logico), e agli industriali tedeschi di assumerli.

Il problema, a tal proposito, non è rappresentato soltanto dalla crisi economica che lascia già moltissimi europei senza lavoro, ma anche dal fatto che la gran massa di migranti offre una gran quantità di manodopera non qualificata e di difficile impiego nelle industrie europee in generale e tedesche in particolare. Lo ha rivelato, in un recente articolo, il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, secondo cui, proprio per la mancanza di qualifiche professionali da parte dei nuovi arrivati, le 30 principali compagnie tedesche quotate in borsa sono riuscite a dare lavoro a soltanto 54 dei 300.000 rifugiati in cerca di lavoro in Germania. Un problema ovviamente esacerbato dalla presenza di due milioni e mezzo di disoccupati tedeschi già costretti a contendersi i 665.000 posti di lavoro disponibili. In altri paesi europei, come l’Italia, i disoccupati sono molti di più, quindi immaginate un po’ come possa essere la situazione… Gli sfruttatori e i malviventi, naturalmente, ringraziano.
A questo si aggiungono altri problemi inevitabili, dovuti al conflitto di culture troppo diverse tra loro per poter coesistere a stretto contatto, come quello degli stupri, che sono aumentati in tutta Europa ma hanno raggiunto livelli record in paesi precedentemente modello sotto questo aspetto come la Svezia e la Germania. Lo dimostrano episodi quali le violenze sessuali di massa a capodanno a Colonia, e quelle più recenti verificatesi, anche ai danni di minorenni, durante dei concerti estivi in Svezia. Malgrado la reticenza dei media ufficiali, si è scoperto che in tutti sono implicati gruppi di musulmani, per i quali la vista di una donna non coperta come prescrive la loro religione costituisce una sorta di “invito” allo stupro...

PUOI LEGGERE L'ARTICOLO COMPLETO SULL'ULTIMO NUMERO DI NEXUS NEW TIMES

Leggi l'Editoriale di Tom Bosco


Sfoglia l'anteprima della rivista: