Numerose tribù di Aborigeni australiani nutrono da lungo tempo la convinzione che esistano minuti ominidi irsuti e, a partire dall’epoca coloniale, vi sono rapporti in tal senso anche a opera di molti non-indigeni, che li hanno individuati nell’area settentrionale sino a Cape York, in quella meridionale sino a Gippsland, Victoria, e nelle remote regioni dell’outback.




Adolescenti terrorizzati raccontano di “piccoli uomini irsuti”

    Agli inizi del 1979, per un paio di settimane fra gli abitanti di Charters Towers vi fu un certo trambusto a causa di rapporti secondo i quali “piccoli uomini scimmia irsuti” presumibilmente attaccarono alcuni adolescenti su una collina che dominava la vecchia città mineraria del Queensland settentrionale. A quanto risultava tali episodi si erano verificati verso agosto o settembre del 1978, tuttavia la notizia balzò agli onori della cronaca locale e nazionale soltanto sei mesi dopo. (1) La vicenda aveva tutto l’aspetto di uno scadente film dell’orrore.
    Una notte di fine febbraio la tranquilla routine della stazione di polizia di Charters Towers fu turbata allorquando un giovane trafelato si presentò per riferire che uno dei suoi amici era sparito in strane circostanze presso Towers Hill, popolare ritrovo di coppiette nei dintorni della città; secondo la polizia, nel raccontare l’episodio il diciannovenne apprendista fornaio Michael Mangan era cereo in viso. Come in altre occasioni, quella notte il giovane aveva convinto un gruppo di amici ad unirsi a lui per perlustrare l’accidentato pendio della collina alla ricerca di misteriosi “piccoli uomini irsuti”, ma in qualche modo uno dei ragazzi era sparito; gli altri poterono udire distintamente le sue grida di terrore ma, nonostante i tentativi, non riuscirono a localizzarlo nelle fitte tenebre.
    Dato che l’intera area era crivellata di pericolosi vecchi pozzi minerari, la polizia si diede immediatamente da fare e nel giro di alcuni minuti arrivò alle pendici della collina. Ad ogni modo, non appena iniziata la salita gli agenti si imbatterono nel ragazzo disperso che scendeva affannosamente lungo la strada, venendo loro incontro. Una volta al sicuro presso la stazione il giovane, assai scosso, raccontò di essere stato attaccato da uno dei piccoli uomini irsuti e di averlo respinto con una pietra. Nel corso dell’interrogatorio il funzionario responsabile, sergente Gill Engler, notò del sangue sulla gamba del ragazzo illeso, sangue che evidentemente non era il suo.
    Quando gli interdetti poliziotti interrogarono nuovamente Michael Mangan, quest’ultimo confermò il racconto dell’amico, affermando che l’episodio era il culmine di numerosi avvistamenti e ricerche inerenti ai piccoli uomini scimmia. Tutto era iniziato all’incirca sei mesi prima, mentre egli se ne stava appartato in macchina in compagnia della sua ragazza: “Guardai dal lato del passeggero e scorsi un nero viso irsuto in corrispondenza del finestrino; era orribile, piccolo e dai lineamenti simili a quelli di una scimmia. Io e la mia ragazza ci mettemmo entrambi a urlare dallo spavento, quindi avviai il motore per andar via e quella cosa sollevò la mano e mandò in frantumi il finestrino del passeggero.” La creatura era alta all’incirca un metro e ricoperta di pelo nero.
    Quando venimmo a conoscenza della vicenda di Charters Towers all’inizio non sapevamo che farne. Alla fine degli anni ’70 avevamo raccolto un discreto numero di rapporti inerenti alla presenza di uomini scimmia irsuti in Australia, tuttavia tali creature, comunemente note come yowie, a quanto pareva erano del tipo Sasquatch e, in base ai resoconti dei testimoni oculari, avevano una statura di oltre due metri. Se le creature di un metro di altezza osservate a Towers Hill erano yowie, dovevano sicuramente essere esemplari estremamente giovani – semplici ‘bambini’. In tal caso, come mai durante i mesi delle loro perlustrazioni, in cui avevano visto vari esemplari piccoli, Michael e i suoi amici non si erano mai imbattuti in yowie adulti?


“Littlefoot” nella tradizione aborigena

    La storia del “Littlefoot” sembrava un caso atipico e, inizialmente, la archiviammo nella sezione “troppo difficile”; tuttavia, non molto tempo dopo dovemmo riprenderla in mano, poiché iniziammo a sentire frammenti della tradizione aborigena che sembravano fare riferimento alla diffusa credenza relativa all’esistenza di simili piccoli uomini irsuti in altre parti dell’Australia.
    Le piccole creature erano conosciute secondo varie denominazioni, fra cui dinderi, kuritjah, magulid, net-net, nimminge, nimbunj, njimbin, waaki, wadagadarn, waligada, waladhegahra, winambuu e diverse varianti del termine junjudee.
    Alcuni Aborigeni del New South Wales settentrionale facevano comunemente riferimento alle creature con il termine di brown jack.
    Secondo un’edizione del Richmond River Historical Society Bulletin del 1977, la ‘Mecca’ hippie di Nimbin, NSW, fu così denominata in virtù delle piccole creature irsute che, secondo gli Aborigeni, vivevano nell’area e che vennero descritte come una “specie di hobbit”. L’anziano Gerry Bostock di Bundjalung rammenta che quando era bambino gli dissero che il nome di una vicina città, ovvero Mullumbimby, significa anche “piccoli uomini irsuti”. (2) Naturalmente si presume che le scimmie non siano mai esistite in Australia; quelle più vicine si trovano nell’isola indonesiana di Bali, a circa 1.200 chilometri di distanza in direzione nord-ovest; le scimmie di grandi dimensioni più prossime, gli oranghi, si trovano ancor più lontano, a Sumatra.
    Anche se dovevano trascorrere alcuni anni prima che intervistassimo persone che sostenevano di aver incontrato personalmente i junjudee, ben presto conoscemmo alcuni Aborigeni che ci raccontarono di avvistamenti da parte di loro parenti o amici. Un aspetto comunque sconcertante era che apparentemente i nostri ‘informatori’ non parlavano di una razza del tutto selvatica di piccoli uomini scimmia allo stato brado: talvolta attribuivano loro strani comportamenti e qualità semi-magiche che ricordano la tradizione fiabesca della Gran Bretagna e di altre località.
    Gli Ualarai del NSW centro-settentrionale, ad esempio, nutrono la convinzione che a volte i winembu convincano un essere umano a seguirli fino alla loro dimora. Quindi lo spirito di quest’ultimo viene rubato, ma quando la vittima fa ritorno alla società umana, si trova nell’impossibilità di descrivere la tremenda esperienza.
    Fra le tribù della bassa Clarence Valley, NSW settentrionale, i piccoli uomini irsuti prendono il nome di nimminge. Nel 1991 l’anziano di Bundjalung Ron Heron rievocò una storia che riecheggia la fiaba europea “I tre capretti furbetti”:
    “All’età di 16 o 17 anni Frank Randall, un amico di mio padre, mi riferì di piccoli uomini irsuti che vivevano ad Ashby. Certe notti, quando Frank tornava a piedi verso casa dal traghetto…giungeva ad un ponticello in legno, dove lo attendeva un piccolo uomo peloso. Per poter attraversare il ponte Frank doveva lottare con questo essere, ed episodi del genere si verificavano una decina di volte all’anno. Da allora…ho sentito storie analoghe narrate da persone più vecchie.” (3)
    Be’, tutto questo era assai sconcertante, per non dire seccante. Stavamo giusto iniziando ad assemblare dati sufficienti a formulare una tesi sull’esistenza dei grandi irsuti yowie, ed ecco che ci trovavamo costretti ad occuparci di fuorvianti storie di piccola gente irsuta – e per giunta ammantata di magia! Per un certo periodo tentammo di sistemare i rapporti degli Aborigeni, che in quella fase erano di seconda o terza mano, archiviandoli come folklore indigeno; i rapporti di Charters Towers finirono nuovamente nell’archivio del “troppo difficile”.
    Questa era la situazione agli inizi degli anni ’90, quando stavamo lavorando al nostro primo libro Out of the Shadows: Mystery Animals of Australia. Di conseguenza, pur avendo scritto un lungo capitolo sullo yowie tipo “Bigfoot”, dedicammo al piccolo junjudee soltanto alcuni paragrafi. Da allora, tuttavia, abbiamo raccolto molto altro materiale sul folklore aborigeno riguardante il junjudee, nonché testimonianze oculari tanto di aborigeni quanto di non aborigeni. Vorremmo poter affermare che, muniti di queste nuove informazioni, sappiamo con esattezza cosa sono i piccoli uomini irsuti e in che modo sono collegati al fenomeno yowie; purtroppo dobbiamo ammettere in tutta franchezza che al momento attuale i junjudee ci lasciano perplessi pressoché nello stesso modo in cui accadde 27 anni fa, quando sentimmo parlare di essi per la prima volta.
    Nel corso degli anni ci siamo ovviamente trastullati con varie teorie, tuttavia le fastidiose piccole creature, come gli elfi e le fate della tradizione europea, sono sempre riuscite a evitare di essere catalogate con precisione. In alcuni casi, come molti nostri colleghi, abbiamo prediletto quella che appare come la spiegazione più logica: vale a dire che i junjudee non sono altro che yowie in giovane età; tale supposizione, però, contrasta con l’opposta e apparentemente unanime convinzione dei ben informati Aborigeni.
    A volte gli aspetti magici della tradizione del junjudee ci hanno indotti fortemente ad archiviare l’intero fenomeno come un mito indigeno. Ad ogni modo, ogniqualvolta ci è capitato di lasciarci trasportare troppo in tale direzione, siamo stati riportati alla “realtà” dai rapporti di Aborigeni e Australiani caucasici i quali, come Michael Mangan, sembravano descrivere incontri con piccole creature assai concrete e reali. Forse, giunti a questo punto, la cosa migliore che potremmo fare sarebbe presentare vari elementi rappresentativi di tale questione che abbiamo a disposizione, affinché i lettori siano nelle condizioni di farsi una propria idea in proposito.


“Un piccolo tipo di bell’aspetto”

    Nel 1977, l’ottantaseienne Henry Methven raccontò a Patricia Riggs del Macleay Argus (4) di una piccola creatura da lui vista, intorno al 1901, mentre andava a caccia vicino a Jervis Bay, New South Wales meridionale. Separatosi dai suoi compagni Henry, che all’epoca aveva dieci anni, fece ritorno da solo all’accampamento.

    “Mi stavo togliendo la camicia e, quando mi guardai attorno, l’Uomo Irsuto si trovava proprio dietro di me. Era alto solo circa…due o tre piedi…un piccolo tipo di bell’aspetto … aveva un lungo naso diritto e un colore rosso sangue…scuro e ramato…tutto, di quel piccolo individuo…sembrava umano.”
    La creatura aveva una corporatura possente e un collo corto. Il dorso delle mani era ricoperto di peluria. I capelli erano lunghi due o tre pollici, “un po’ grigi, color fumo”. La peluria del corpo era diversa, “marrone scuro”. Questi sono i dettagli che lo sbigottito adolescente riuscì a registrare. “Mi rifugiai nella boscaglia e rimasi punto dalle ortiche. Il giorno seguente seguimmo le sue tracce; aveva piedi come quelli umani…cinque dita.”
    Su un vicino crinale scoprirono riscontri del fatto che la piccola creatura viveva con altre in una piccola caverna e si cibava di crostacei. Henry disse che tutti gli anziani delle tribù sapevano delle creature, che chiamavano wallathegah. Si diceva che fossero innocue e nutrissero una grande passione per il miele. Il giorno dell’episodio, il gruppo di Henry aveva prelevato del miele da un alveare locale e Henry lo aveva riportato al campo. Gli anziani dissero, “Riusciva a fiutare il miele e ti ha seguito.”


Un lillipuziano manolesta

    L’esperto di folklore Aldo Massola, autore di Bunjil’s Cave, (5) ha ascoltato storie analoghe relative a piccoli uomini irsuti, noti a livello locale come net-net, raccontategli negli anni ’50 e primi anni ’60 dagli Aborigeni del Lago Condah, Victoria. Oltre ad essere pelosi e molto piccoli, si diceva che avessero artigli al posto delle unghie. Gli esseri in questione erano dispettosi ma innocui, e si riteneva vivessero in cavità naturali in mezzo a cumuli di massi. Andrew Arden ha raccontato di averne incontrato uno nel 1932, mentre si trovava a caccia con la moglie a Stony Rises, nei pressi del lago. Aveva appena sparato a un coniglio quando “uno del piccolo popolo” comparve all’improvviso, si impadronì del corpo del coniglio e se la svignò fra le rocce; Arden rincorse il lillipuziano manolesta, ma ben presto ne perse le tracce.
    Le straordinarie storie di Mr Methven e Mr Arden si presentano come resoconti di prima mano relativi a incontri con un qualche genere di animale o ominide apparentemente reale, quantunque estremamente raro. Ad ogni modo, molte – se non la maggior parte – storie sui junjudee non risultano del tutto realistiche (quantomeno per la mentalità “occidentale”).


Creature irsute con conoscenze occulte

    Frank Povah, ricercatore, conferenziere e scrittore che si occupa degli ascendenti misti europei ed aborigeni, ha raccolto numerose storie sui piccoli uomini irsuti e le ha presentate nel suo affascinante libro You Kids, Count Your Shadows. (6) Questi racconti sono stati in gran parte narrati dal popolo Wiradjuri – il cui territorio si estende per circa 87.000 chilometri quadrati nel New South Wales centrale – e in molti casi riferiscono dettagli dal sapore alquanto magico; tuttavia, anche se Frank considera i piccoli uomini irsuti “creature fantastiche della tradizione indigena… [il] corrispondente aborigeno del folklore dei bianchi australiani”, non esclude la possibilità che abbiano un qualche riscontro oggettivo nella realtà. I suoi ‘informatori’ gli hanno fornito descrizioni decisamente omogenee dei piccoli esseri, cui conferivano varie denominazioni, la più comune delle quali era yuurii:

    “Un piccolo uomo alto così – diciamo un metro. Piccolo, davvero piccolo. Ricoperto di pelo, con lunghe unghie e grossi denti… Yuuriwinaa significa donna irsuta, di circa un metro [di altezza], un po’ di più. Molto irsuta… denti come quelli di un levriero, grandi zanne…”

    Alcuni ‘informatori’ hanno detto che talvolta i maschi sfoggiavano lunghe barbe, laddove sono state frequenti le citazioni di un ripugnante odore corporeo: “davvero maleodorante”, “davvero fetido”. Vivevano nelle caverne delle montagne, in cavità del terreno e nelle macchie di gidji. Come Henry Methven, i Wiradjuri hanno affermato che i piccoli uomini avevano piedi di foggia umana; tuttavia, quantunque il primo avesse visto impronte con cinque dita, i secondi sostenevano con forza che le creature ne avevano solo quattro. Anche le testimonianze relative al comportamento delle creature contengono alcune lievi discrepanze. Si diceva che fossero fondamentalmente innocue ma, paradossalmente, i più sembravano temerle; alcuni genitori sfruttavano i racconti sui piccoli uomini irsuti per intimorire i loro bambini e tenerli alla larga da luoghi pericolosi, mentre altri “dicevano sempre ai bambini ‘Non abbiate paura di loro’”.
    Una straordinaria caratteristica sembrava collocare le piccole creature nel regno della tradizione fantastica: sapevano parlare, anche se di norma si limitavano a conversare in “gergo” (la lingua dei Wiradjuri) con vecchi “saggi” iniziati. Alcuni Wiradjuri erano convinti che i “piccoli individui” possedessero considerevoli conoscenze dell’occulto, “le stesse degli iniziati di rango superiore”. Analoghe convinzioni sono condivise da Aborigeni di altre zone del paese.
    Nel 2002 un anziano aborigeno della costa meridionale del NSW ha riferito al naturalista Gary Opit di una tradizione tribale che evidenziava la natura sovrannaturale dei junjudee, nonché il loro legame con i bambini. A suo dire un’antica cerimonia di iniziazione prevedeva che alcuni bambini spalmassero il proprio corpo con sangue e ocra e quindi si immergessero nelle pozze nei pressi della Mumbulla Mountain; la sua gente riteneva che i piccoli uomini irsuti venissero quindi generati spontaneamente dal sangue e dall’ocra che defluiva lungo il Murrah River. L’anziano aveva visto di persona le piccole creature.

 

Uno spirito magico

    Henry Buchanan, un Kumbaingeri di Nambucca Heads, NSW, ha affermato che il junjudee ha forma materiale – almeno a volte – ma è anche una sorta di elfo magico/spirito benevolo. Nel 1976 disse alla corrispondente del Macleay Argus Sue Horton: (7)

“L’uomo irsuto è solo un piccolo bambinetto, come una piccola scimmia. Se li capite, sono mansueti come il pane. Fanno cose per voi.”

Henry sosteneva che emergevano dalle fosse di Middle Head e di averne scorto uno in loco, senza tuttavia riuscire a gridare. “Non ero capace di emettere alcun suono.” Quando gli chiesero della possibilità di intrappolarne uno, Henry replicò: 

Non è possibile intrappolarlo. No… è uno spirito, ma è anche una cosa viva. Non appena lo acchiappate, penetra nel vostro sangue e il suo spirito entra in voi, dove resta per sempre. Alcuni si ammalano…come se stessero per morire, loro…vi mandano a chiamare e voi dite, ‘Ascolta, voglio che tu vada in questo luogo’ e questo [piccolo] individuo sa dove dirigersi. Egli…sistema tutto. Lo chiamano ‘il piccolo brown jack’.”

    Dopo questa sconvolgente storia, bizzarra ma raccontata con apparente sincerità, non ci sarebbe da meravigliarsi se ora numerosi lettori ritenessero che il fenomeno junjudee andrebbe considerato come un pittoresco e ampiamente diffuso mito aborigeno. Ma se si tratta solo di un mito, come si spiegano i numerosi avvistamenti da parte di soggetti non aborigeni?

 

“Se la filò in fretta e furia…”

    Verso la metà del 1997, mentre stava percorrendo la Mount Lindsay Highway nel NSW settentrionale, Mark Pope di Bexhill, NSW, si imbatté in quello che poteva benissimo essere un junjudee: (8)
 

   “Stava albeggiando; avevo ancora i fari accesi. Mi stavo dirigendo a sud, a Tooloom. Da quelle parti c’è una foresta demaniale, con imponenti eucalipti bianchi… Svoltai ad una curva…vi era una combinazione di luce dei fari e luce [naturale] sufficiente a permettermi di vedere. Sull’altro lato della strada c’era qualcosa…sembrava che questa cosa avesse attraversato appena prima del mio arrivo. Stava per inoltrarsi nei cespugli dall’altro lato, su un modesto terrapieno. Sembrava proprio che si fosse accorto di me, si fosse fermato, avesse sbirciato da sopra la spalla e stesse aspettando la mia prossima mossa.

    “Se dovessi dire a cosa assomigliava, direi uno scimpanzé. Se lo fosse davvero, no, direi di no, ma era qualcosa della stessa famiglia; non saprei cosa… Per quel che riuscivo a distinguere era ricoperta di pelo. Di colore molto scuro, marrone scuro o nero. Il suo volto… Non riesco  ricordarlo molto vividamente, salvo per il fatto che appariva decisamente piatto. Non era molto grande: alto all’incirca quanto un indicatore stradale [circa un metro]… Quando decise di muoversi, se la filò in fretta e furia e utilizzò braccia, gambe e qualsiasi altra parte per aprirsi un varco lungo il pendio – quindi scomparve.”

    Agli inizi di ottobre del 1979, mentre all’imbrunire si stavano dirigendo verso ovest lungo la Wide Bay Highway, a circa 20 chilometri a nord-est di Murgon, Mr e Mrs Roy Locke di Theodore, Queensland, scorsero a lato della strada un animale irsuto alto un metro. Mrs Locke riferì al South Burnett Times che la creatura aveva spalle ampie e rimase a osservarli mentre passavano oltre. La Cherbourg Aboriginal Reserve si trova a soli sei chilometri a sud di Murgon. Quando venne a sapere dell’esperienza dei Locke, il presidente del Cherbourg Aboriginal Council Les Stewart disse: “Non più di otto anni fa qui è stato avvistato un piccolo uomo denominato junjurrie; alto circa un metro, era solito giocare con i bambini nel vecchio ospedale. Molti adulti sostengono di averlo scorto quando sentivano i bambini ridere durante la notte.” (9)

 

Segreti spirituali e guardiani

    Nel febbraio 2000, dopo che a lato del Burnett River di Gayndah, 120 chilometri a ovest di Hervey Bay, Queensland, erano stati avvistati piccoli animali bipedi irsuti, un aborigeno del luogo, tale Sam Hill, disse ai giornalisti che quelle creature non erano orsi selvatici, come ipotizzato dai testimoni non aborigeni, bensì jongari.(10) Secondo Henry le piccole creature vivevano accanto alla sua gente, i Waka Waka, sin da quando ve ne era memoria; in tempi recenti tuttavia, si erano per la maggior parte trasferiti a causa dei drastici cambiamenti apportati al loro ambiente dagli insediamenti europei: “…quando hanno fatto saltare in aria la montagna qui vicino per costruire la ferrovia…molti di essi sono fuggiti dalle colline”. Le piccole creature, solitamente inoffensive, potevano reagire violentemente alla distruzione dell’ambiente naturale. Sam ha detto che suo nonno era stato attaccato da una di esse mentre stava scortecciando [con una tecnica particolarmente devastante, ndt] degli alberi.
    Quando, alcune settimane più tardi, incontrammo Rodney Hill, padre di Sam, costui disse esplicitamente di non approvare il fatto che il figlio avesse parlato con i media.(11) La sua gente, spiegò, in genere non accennava mai ai piccoli uomini irsuti con gli estranei; la loro tradizione segreta era una delle poche cose rimaste ai Waka Waka. Ad ogni modo, quando comprese che noi eravamo genuinamente interessati al fenomeno e avevamo percorso molta strada per saperne di più, Rodney ci mise a conoscenza di alcuni particolari, sottolineando al contempo che molto altro dovrà rimanere sempre segreto.
    Il termine jongari non è del tutto corretto. Il termine più corretto utilizzato dalla sua gente per definire il piccolo popolo sarebbe jungurri, anche se junjudee è una variante accettabile. I cosiddetti jungurri erano da sempre i protettori della sua gente e riservavano particolare cura ai bambini. Se tuttavia vengono derisi oppure descritti troppo approssimativamente, sono capaci di punire l’individuo troppo loquace o i suoi familiari con malattie; poi solo riti tradizionali – non la medicina occidentale – sono in grado di curare le persone colpite. Purtroppo, si doleva Rodney, tutti i “saggi” Waka Waka erano ormai scomparsi: l’ultimo di costoro era passato a miglior vita con la generazione di suo padre. Questo era in parte il motivo per cui la situazione a Gayndah – unitamente alle storie sul piccolo popolo che i media riportavano, talora in modo scherzoso – lo preoccupava a tal punto. Se, come risultato, la malattia avesse colpito la sua gente, non era rimasto più nessuno per porvi rimedio. L’intera questione lo rattristava.
    I ricercatori convinti che le piccole creature siano animali a tutti gli effetti spiegano in modo soddisfacente gli aspetti sovrannaturali della tradizione aborigena del junjudee; costoro sottolineano che gli Aborigeni non ascrivono tali qualità solo ai junjudee, ma riscontrano qualità sovrannaturali o spirituali in tutti gli altri animali dell’Australia – e in tutte le piante, corsi d’acqua, forme del suolo ed altri aspetti del creato. Per di più, è del tutto naturale che i popoli tribali abbiano attribuito poteri magici a un animale maledettamente elusivo come il junjudee. Sebbene anche noi gradiremmo vedere dimostrata la concretezza delle creature, riteniamo stolto e irriverente non tenere nel debito conto una tradizione aborigena apparentemente vecchia di secoli, se non addirittura di millenni.
 

Orme e attacchi

    Anche se al momento attuale in Australia vi saranno all’incirca due dozzine di ricercatori che si occupano attivamente di yowie, conosciamo soltanto una persona che dedica da lungo tempo la propria attenzione esclusiva al mistero dei piccoli junjudee; costui risponde al nome di Grahame Walsh. Il Dr. Walsh, ex funzionario del National Parks and Wildlife, scrittore e fotografo, è una delle massime autorità australiane in materia di arte rupestre aborigena. Il Carnarvon National Park, dove egli ha condotto la maggior parte delle sue indagini, si trova a circa 350 chilometri a nord-ovest di Gayndah ed è famoso non solo per la sua aspra bellezza, ma anche per la quantità di esempi di antica arte rupestre aborigena – il tipo di arte che il Dr. Walsh ha così magnificamente esposto nei suoi vari libri.
    Durante gli anni trascorsi al Carnarvon, Walsh ha avuto modo di sentire numerosi riferimenti ai junjudee e ha visto loro presunte impronte, simili a quelle di un bambino di cinque anni. Ha intervistato numerosi testimoni oculari, i quali hanno tutti descritto le creature in quanto ricoperte di pelo, simili a scimmie e alte circa un metro; i più hanno anche menzionato il loro terribile odore. Walsh ha detto che si trattava di attempati boscimani, i quali evitavano di accamparsi in determinate aree per paura delle piccole creature. “Vi sono stati numerosi rapporti [fino alla metà degli anni ’70], ma la gente non si reca più nei propri territori [a cavallo] come faceva un tempo. Oggi si sposta su veicoli a motore.”(12)
    Un testimone, il boscaiolo Graham Griggs, fu svegliato dai junjudee che saltellavano al margine del suo accampamento e ripetutamente fra la sua tenda e il fuoco, lasciando molte tracce e spaventandolo al punto da indurlo ad abbandonare il luogo in tutta fretta. Un altro boscaiolo, Leo Denton di Injune, scoprì delle piccole orme e udì delle grida “simili al chiocciare di galline”. Anche la moglie Joy vide in remoti luoghi del bush impronte fresche, “come quelle di un bambino a piedi nudi”.
    Abbastanza curiosamente, un altro abitante del luogo paragonò i vocalizzi dei junjudee ai versi degli uccelli. Il boscaiolo in pensione Paddy O’Connor disse al giornalista John Pinkney di essersi imbattuto in due esemplari delle piccole creature mentre era accampato nelle vicinanze di Carnarvorn Gorge. Emanavano un odore nauseabondo e, secondo le parole di O’Connor, “indicavano la mia gavetta. Sembrava che si stessero scambiando commenti in merito. Non avevo molti dubbi che utilizzassero un qualche tipo di linguaggio, una sorta di cinguettìo, che tuttavia sembrava rispettare una qualche sua coerenza.” Anche se stava albeggiando e non vi era luce a sufficienza perché Paddy distinguesse il colore della loro pelliccia, egli notò che gli occhi delle creature, come quelli degli yowie, sembravano luccicare: “i loro occhi rossastri si distinguevano nettamente”. (13)
    Qualsiasi cosa siano i junjudee, sono certamente diffusi in un ampio territorio. Les Holland di Tully, nell’estremo nord tropicale del Queensland, ha raccolto alcuni interessanti resoconti di testimoni oculari. (14) Nathan Moilan, i cui genitori sono uno aborigeno e l’altro indiano, hanno riferito a Holland che suo padre, un lavoratore del legno, spesso gli raccontava di aver visto piccoli uomini irsuti nella Kirrama Range dietro Tully. Presumibilmente gli avvistamenti ebbero luogo fra il 1990 e il 1991, appena prima che nell’area venisse bloccato l’abbattimento degli alberi della foresta pluviale. Il padre di Nathan disse che una notte, mentre egli e suo zio stavano condividendo una casupola di tre stanze sulle montagne, un piccolo essere peloso attaccò suo zio, che se ne stava disteso a letto. Udendo le disperate grida di aiuto, il padre di Nathan si precipitò nella stanza e, assieme allo zio, si mise a lottare con la possente piccola creatura. Non appena iniziarono ad avere la meglio su di essa, questa si liberò, saltò fuori dalla finestra e sparì nella notte.

    Nathan Moilan non è l’unico a riferire di un attacco portato da un piccolo uomo irsuto. Nei nostri archivi disponiamo della documentazione relativa a una vicenda analoga, avvenuta molto più a sud. (15) Nel settembre del 1968, mentre lavorava a Kookaburra, isolato insediamento adibito a segheria sul Carrai Plateau, a circa 50 chilometri a ovest di Kempsey, NSW, George Gray andava a dormire in una piccola casupola circondata da una fitta boscaglia. Una notte, fra mezzanotte e l’una, George venne svegliato dalla sensazione che qualcosa gli stesse comprimendo il torace e si rese conto di essere attaccato da una creatura irsuta; nonostante fosse alto soltanto quattro piedi (1.2 metri), l’essere era prestante e vigoroso e, apparentemente, stava cercando di trascinare fuori l’uomo. Aveva una peluria “come una parrucca di Phyllis Digger”, un volto glabro color rame, un grande naso piatto e occhi rotondi di tipo umano.

    “Quell’affare mi guardava dritto in faccia. L’aspetto buffo era che non sembrava infuriato. Il pelame era di colore grigio [ma] sembrava pulito. Non emanava alcun odore, di nessun tipo. Strano.”

    Altri particolari bizzarri. Le grandi mani “tozze” della creatura avevano apparentemente cinque dita, ma le sue braccia, quantunque grosse, sembravano assai corte. Ancor più strano, “la pelle…era come flaccida…come priva di muscoli…come stesse cercando di trattenere qualcosa di viscido. Riuscivo a percepire le ossa, ma non la carne.” Non emetteva alcun suono, “sembrava che non respirasse affatto”.
    Nondimeno riusciva ugualmente a sbatacchiare George come un cagnolino. Mentre lottavano sul pavimento, grazie alla luce lunare George Gray riuscì a scorgere che l’orrore peloso pareva avere dita palmate. Dopo dieci minuti drammatici, l’essere sgusciò all’improvviso fuori dalla porta. I due giovani figli di George, che si trovavano in una stanza attigua, avevano sentito il trambusto ma erano troppo spaventati per indagare su quanto stava accadendo.


Da dove sono venuti?

    Il quesito più rilevante a riguardo dei junjudee è il seguente: sono semplicemente yowie in giovane età oppure una specie del tutto diversa? Il nostro collega Gary Opit fa notare che nessuno dei presunti junjudee avvistati da aborigeni o non aborigeni era accompagnato da “genitori” yowie completamente formati il che, a parere di Gary, indica con forza che le piccole creature sono di una specie distinta.
    Nonostante la tradizione aborigena e i rapporti sugli avvistamenti da parte di non aborigeni, non esiste uno straccio di prova fisica a indicare che creature simili a scimmie, grandi o piccole, siano mai esistite nel continente australiano. Ad ogni modo, nel 2004 sull’isola indonesiana di Flores sono stati scoperti resti relativamente recenti (risalenti a 18.000 anni fa) di creature simili al junjudee, denominate Homo floresiensis. (16)


Disegno di Homo Floresiensis. In realtà le creature potrebbero essere interamente ricoperte di pelo (illustrazione per gentile concessione di Mike Morwood).



    Attualmente è opinione comune che il molto più grande Homo erectus, i cui resti sono stati trovati in tutta l’Asia sud-orientale, abbia anch’esso raggiunto Flores all’incirca 840.000 anni fa e sia sopravvissuto lì per vari millenni; l’Homo erectus era un bipede di costituzione possente, potenzialmente alquanto peloso e dotato di arcate sopraorbitali sporgenti. Alcuni ricercatori ritengono possibile che alcune creature si siano sospinte in direzione sud sino all’Australia, dove si sono evolute per diventare i goffi e corpulenti yowie dei giorni nostri. Flores dista dall’Australia 700 chilometri, tuttavia durante le ere glaciali, quando il livello dei mari era considerevolmente più basso, il passaggio da un’isola all’altra doveva essere meno complicato.
    La teoria Homo erectus = yowie presenta un aspetto assai interessante: potrebbe spiegare tanto le leggende sugli yowie quanto quelle sui junjudee. Mike Morwood e Peter Brown, gli scienziati che hanno scoperto gli scheletri del minuto Homo floresiensis a Flores, ritengono che quel piccolo popolo sia disceso dall’Homo erectus il quale, nel corso di 840.000 anni di permanenza sulla piccola isola, si è gradualmente ridotto di dimensioni. (Flores ospitava anche elefanti che, nell’arco di un analogo periodo di tempo, si sono ridotti alle dimensioni di vacche.)
    Alcune caratteristiche degli scheletri di H. Floresiensis rivestono particolare interesse, alla luce della loro possibile connessione con il mistero degli yowie e dei junjudee: gli scheletri presentavano braccia straordinariamente lunghe, che arrivavano quasi alle ginocchia; i volti erano protesi in avanti e, sebbene i loro crani fossero molto piccoli, erano dotati di grandi denti sporgenti.
    A proposito degli “hobbit”, come li hanno soprannominati i loro scopritori, uno degli aspetti più stimolanti è che gli attuali abitanti di Flores asseriscono che le piccole creature siano vissute in loco sino a circa 300 anni fa. Secondo la tradizione tribale le creature, conosciute a livello locale come ebu gogo, erano dotate di grandi occhi, fronte piatta e pelo su tutto il corpo.
    Anche durante le ere glaciali, il passaggio – da isola a isola – dal continente asiatico sino a Flores avrebbe richiesto all’Homo erectus una traversata di almeno 24 chilometri. Morwood e Brown pensano che l’Homo erectus avesse la perizia essenziale per costruire zattere, ma tale tecnologia potrebbe non essere stata necessaria. Ogni passaggio potrebbe essere avvenuto accidentalmente.
    Dopo la tragedia dello tsunami avvenuta a dicembre del 2004, vari gruppi di Indonesiani sono stati scagliati a decine di chilometri in mare aperto. Per il passaggio da Flores all’Australia durante l’ultima era glaciale, all’Homo erectus sarebbe stata necessaria una traversata di 60 chilometri; sembra un balzo alquanto lungo – sino a quando non prendiamo in considerazione quanto accaduto all’indonesiano Rizal Shahputra il quale, dopo il recente tsunami, è andato alla deriva per 160 chilometri sopra un intrico di rami d’albero, e ha raccontato ai suoi soccorritori che nei primi giorni della sua odissea assieme a lui vi erano “molte” altre persone.

    Nel corso degli ultimi 840.000 anni devono essersi verificati centinaia di tsunami simili, nonché decine di migliaia di cicloni e di altri catastrofici fenomeni climatici. Di conseguenza si è indotti ad azzardare che mentre alcuni esemplari di Homo erectus sono rimasti a Flores, altri si siano diretti alla cieca verso sud e siano giunti in Australia. Mentre i loro cugini rimasti sulla piccola Flores si riducevano nelle dimensioni, i secondi, ritrovatisi su un gigantesco continente brulicante di goffa megafauna, potrebbero aver sviluppato considerevolmente le proprie (come un altro parente, l’Homo heidelbergensis, ha fatto sul continente asiatico (17) ). Alcune centinaia di migliaia di anni più tardi alcuni esemplari di Homo floresiensis potrebbero aver seguito lo stesso percorso.
    All’incirca 60.000 anni orsono, al loro arrivo in Australia, gli antenati dei moderni aborigeni avrebbero quindi incontrato entrambi i tipi di uomini irsuti: i “grandi individui”, denominati in vari modi fra cui yowie e dulagarl, e i “piccoli individui”, conosciuti come junjudee, njmbin, etc. Forse all’inizio le tre specie coabitarono in armonia.
    Nel corso dei millenni, comunque, gli Aborigeni colonizzarono tutte le zone dell’Australia. L’introduzione dei dingo, avvenuta 3-4.000 anni fa, e l’impiego di cani adibiti alla caccia potrebbero aver dato agli Aborigeni un grande vantaggio sull’Homo erectus e l’Homo floresiensis. A quel punto il conflitto sarebbe stato inevitabile.
    Dopo secoli di schermaglie con i loro vicini tecnologicamente più progrediti, gli uomini irsuti, fortemente ridotti di numero, forse si ritirarono nei luoghi più adatti a nascondersi: fitte foreste e scoscese montagne.
    Uno dei problemi presentati dall’ipotesi che yowie e junjudee discendano dall’Homo erectus è il seguente: tanto l’Homo erectus quanto l’Homo floresiensis utilizzavano utensili di pietra e, a quanto pare, il fuoco. È possibile che tanto i “grandi individui” quanto i “piccoli individui” abbiano perso o abbandonato la loro tecnologia al loro arrivo in Australia? Uno scenario di questo genere è del tutto implausibile. In ambedue i casi gli originari ‘immigranti’ probabilmente giunsero abbarbicati a detriti trasportati da tempeste; forse solo coppie isolate o gruppi molto ristretti – magari anche gruppi costituiti da soli bambini – furono sospinti a riva. In 500.000 anni possono succedere molte cose.

    Anche gli Aborigeni tasmaniani, isolati per 12.000 anni a partire dall’ultima era glaciale e ridotti a meno di 8.000 individui, persero quasi tutta la loro tecnologia. In The Future Eaters, (18) il Dr. Tim Flannery riporta che, in base ai rapporti dei primi Europei che li incontrarono, i Tasmaniani avevano dimenticato come generare il fuoco. Se il fuoco di un gruppo si estingueva, i suoi componenti non avevano altra alternativa se non quella di cibarsi di carne cruda sino a quando non riuscivano a individuare un altro gruppo i cui stecchi da fuoco erano ancora accesi. Successivi scavi in accampamenti tasmaniani hanno rivelato altri aspetti bizzarri: anche se arnesi in osso, compresi punteruoli e aghi, erano di uso comune 7.000 anni orsono, il loro impiego declinò lentamente sino a quando, 3.500 anni più tardi, non furono completamente abbandonati; andò persa anche la manualità per la costruzione di asce con manico, boomerang e spear-thrower (una sorta di fionda per scagliare giavellotti, ndt).
    Tuttavia, anche se fare ipotesi sul rapporto fra Homo erectus e Homo floresiensis, sui loro potenziali viaggi da Flores verso est e sud nonché sulla possibile relazione con yowie e junjudee è un esercizio piacevole, resta il fatto che sino ad ora in Australia non è stato reperito un solo osso o dente dell’una o dell’altra creatura. Di conseguenza resta senza risposta anche l’interrogativo relativo alla possibilità che il junjudee sia collegato allo yowie o che addirittura esista.
    Forse un giorno scopriremo la verità sui nostri piccoli amici irsuti – o forse non la sapremo mai. Per il momento tutto quello che possiamo fare è tenere a portata di mano macchine fotografiche e videocamere nelle aree in cui sono stati segnalati avvistamenti, nonché tenere i nostri file sui junjudee – e le nostre menti – aperti.    ∞


Articolo di Tony Healy e Paul Cropper
© 2007 Sito web: http://www.yowiefile.com

Tratto da Nexus New Times, n. 70, ottobre - novembre 2007


Note:
1. Northern Miner, Charters Towers, 23 febbraio 1979; Daily Bulletin, Townsville, 5 marzo 1979.
2. Intervista di Gerry Bostock con Tony Healy, 27 gennaio 2005.
3. Ron Heron, "The Dreamtime to the Present, Aboriginal Perspectives" (MS), College of Indigenous Australian Peoples, Southern Cross University, Lismore, NSW, 1991, pp. 42-43.
4. Macleay Argus, 6 gennaio 1977.
5. Aldo Massola, Bunjil's Cave: Myths, Legends and Superstitions of the Aborigines of South-East Australia, Lansdowne Press, Melbourne, 1968.
6. Frank Povah, You Kids, Count Your Shadows – Hairymen and other Aboriginal folklore in New South Wales, Wollar, NSW, 1990.
7. Macleay Argus, 10 febbraio 1977. 
8. Intervista di Mark Pope con Paul Cropper, 30 gennaio 2000.  
9. South Burnett Times, 2 ottobre 1979.
10. Fraser Coast Chronicle, 4, 5, 10 febbraio 2000. 
11. Intervista di Rodney Hill con Tony Healy, aprile 2000.
12. The Courier-Mail, Brisbane, 29 gennaio 1994.
13. John Pinkney, Great Australian Mysteries, The Five Mile Press, Victoria, 2003, p. 32.
14. Corrispondenza personale da Les Holland a Gary Opit, 11 agosto 1999.
15. Macleay Argus, 4 e 18 settembre 1976; Sun-Herald, Sydney, 12 settembre 1976.
16. Nature, vol. 431, pp. 1055 e 1087; New Scientist, 30 ottobre 2004; Richard Freeman, "For fear of little men", Animals & Men, nr. 35, pp. 19-20; The Sydney Morning Herald, 6 dicembre 2004, pp. 1-2; National Geographic, novembre 2005.
17. Anche se non propriamente delle dimensioni dello yowie, un discendente dell’Homo erectus, ovvero l’Homo heidelbergensis, che prosperò per millenni in Europa e in Asia, era alto mediamente sei piedi e più muscoloso degli esseri umani moderni. A volte vi si fa riferimento come “Goliath”.
18. Tim Flannery, The Future Eaters, Reed New Holland, Sydney, 1994, pp. 264-270.


A proposito degli Autori:
Tony Healy e Paul Cropper conducono ricerche su yowie e animali misteriosi in Australia dalla metà degli anni ’70 e, dal 1981, collaborano a vari progetti, fra cui il loro libro Out of the Shadows – Mystery Animals of Australia (IronBark, Panmacmillan, 1994, ISBN 0-3302-7499-6). Il loro nuovo libro, The Yowie: In Search of Australia’s Bigfoot, in Australia è pubblicato da Strange Nation (ISBN 9-7806-4646-9645) e in UK/USA da Anomalist Books; è disponibile presso la Libreria Mackay’s di Sydney (email mackays@netspace.net.au) e Amazon.com. Il presente articolo si basa su materiale compreso nei capitoli cinque e sette di quest’ultimo testo. Per ulteriori dettagli, visitate il sito web degli autori http://www.yowiefile.com.