Forse si rimarrebbe sorpresi nell’apprendere che il nostro pianeta ha una controparte nascosta, oscurata dal Sole, e che antiche civiltà vennero seminate da extraterrestri progrediti conosciuti dagli Egizi con il nome di Neferu.


del Dr. Valery Uvarov © 2008
Department N13 - Accademia per la Sicurezza Nazionale - San Pietroburgo, Russia
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Oltre i confini del probabile

L’era in cui furono edificate le piramidi affonda le sue radici nella preistoria. Alla base dell’intero sistema statale e religioso egizio vi erano nozioni e idee derivate da una qualche civiltà ancor più antica e assai evoluta; le tracce di riferimento che risalgono a essa si dipanano lungo tutte le fasi della storia dell’antico Egitto, sino al luogo in cui troviamo la prima citazione storica di una piramide, all’epoca della leggendaria Atlantide successivamente inghiottita da una tremenda inondazione.
Andiamo a ritroso di 15.000 anni, al periodo storico che gli antichi testi egizi denominano “il Primo Tempo” (Zep Tepi), ovvero l’era dei Neferu, “quando i Neferu dimoravano sulla Terra e comunicavano con i suoi abitanti”.
Il termine Neferu (Netheru), traducibile come “dèi”, ha una complessa struttura interna. La descrizione dei Neferu nei testi indica che costoro erano esseri umani dotati di capacità divine; furono tali esseri a donare alla popolazione le nozioni inerenti a matematica, architettura, astronomia e medicina, alla struttura del sistema solare, ai processi ciclici e ai principi a fondamento dell’universo. Tutto quello che rese grande l’Egitto dell’epoca derivò dai Neferu.

La rilevanza dei saperi ottenuti dai Neferu, conoscenze che concernevano tutti gli ambiti della vita, fu talmente estesa che tutte le civiltà e generazioni successive riconobbero la successione del potere e la legittima esistenza di qualcosa soltanto se era giustificata, spiegata da o connessa con “il Primo Tempo” – l’era dei Neferu.
Ora consideriamo la regione della Mesopotamia, la terra dei Sumeri (l’attuale territorio di Siria e Iraq). Non si tratta di un’iniziativa arbitraria: anche in tale area la popolazione erigeva costruzioni piramidali – gli ziggurat a gradoni. Le leggende e i testi scritti degli antichi Sumeri giunti fino a noi contengono anch’essi numerose citazioni di alcune civiltà assai evolute, le quali “discesero sulla Terra dai cieli” e collaborarono a stretto contatto con l’élite sumera. L’interazione fra “dèi” e umani divenne talmente serrata che vari testi antichi parlano esplicitamente di “dèi” che intrattenevano rapporti sessuali con “vergini terrestri”, il cui esito fu la nascita di bambini dotati di insolite capacità genetiche e descritti nelle leggende come “semidèi”, i quali finirono per diventare i governanti della terra dei Sumeri.
Le acquisizioni scientifiche e innovazioni tecniche dei Sumeri sono incalcolabili; essi dedicarono particolare attenzione allo studio della volta e dei corpi celesti, nonché ai Nephilim, gli dèi che “discesero sulla Terra dai cieli”. In The Stairway to Heaven Zecharia Sitchin, eminente esperto di traduzione della lingua sumera, denotando le inesattezze nell’interpretazione degli antichi testi scrisse:

“Diciamo subito che né gli Accadi né i Sumeri definivano questi esseri provenienti dal cielo con il termine ‘dio’. Solo molto più tardi, nell’era pagana, la nozione di esseri divini o dèi fece il suo ingresso nel pensiero comune e nelle lingue delle popolazioni dell’antichità.

“Gli Accadi denominavano gli esseri provenienti dal cielo ‘Ilu’ – ‘i Superiori’. Canaaniti e Fenici invece usavano il termine ‘Baal’ – ‘Signori’ o ‘Coloro che Vagano oltre le Nubi’.”

Parrebbe che i Neferu degli antichi Egizi e i Nephilim dei Sumeri siano viaggiatori provenienti da un altro pianeta.
Possibile? Difficile a credersi: ancor più arduo considerarne le conseguenze logiche. In fin dei conti a scuola e all’università i nostri docenti ci hanno fornito e continuano a fornirci una versione dell’argomento del tutto diversa. Se tuttavia le cose stanno in questi termini, da dove provenivano questi Neferu o Baal? Gli scritti egizi contengono quantomeno qualche citazione, qualche indizio, potenzialmente utile a far luce sulla questione? Ebbene sì, qualcosa c’è!


Rivelazioni derivate dal Libro della Terra egizio

Torniamo in Egitto, nella Valle dei Re. Ci accingiamo a visitare la tomba di Ramsete VI, faraone della ventesima dinastia nel periodo del Nuovo Regno. Addentriamoci all’interno del livello superiore J, nella parte centrale della parete destra (vedere fig. 1); si tratta di un frammento del Libro della Terra, Parte A, Scena 7. Questa immagine contiene molteplici strati di informazioni, tuttavia per il momento concentreremo la nostra attenzione sull’aspetto principale.


Figura 1. Un frammento del Libro della Terra, Parte A, Scena 7, tomba di Ramsete VI, Valle dei Re.


La figura collocata al centro della composizione è ricoperta di tinta gialla. Dal suo pene cade il seme, sulla testa della piccola figura umana. Quali associazioni tutto questo richiama alla vostra mente? Gli egittologi hanno pensato la stessa cosa.
Tutto quanto qui raffigurato viene spiegato in modo brillantemente concreto.
La figura al centro è il Sole, da cui la colorazione gialla del suo corpo. Il pene e lo sperma alludono al fatto di dare la vita.
Osserviamo ulteriormente. La parte centrale della figura è attraversata da una linea curva. Si tratta di un’orbita, che passa attraverso il terzo chakra (il plesso solare), il che costituisce un’indicazione diretta della posizione dell’orbita, sulla quale vengono indicati due pianeti: uno davanti alla figura, l’altro dietro. Questa composizione esprime chiaramente che sull’orbita della Terra (terzo pianeta dal Sole) transitano due pianeti: la Terra e un altro corpo. Il Sole guarda la Terra, le cui dimensioni (massa) sono inferiori a quelle del pianeta sito alle spalle del Sole; si trova in una posizione diametralmente opposta alla nostra, dietro il Sole, quindi non riusciamo a scorgerlo!
A quanto pare gli Egizi si proponevano di annotare in perpetuo le informazioni ottenute dai Neferu, che di conseguenza sono rimaste non solo sulle pareti delle tombe della Valle dei Re, ma anche nella cosmogonia del pitagorico Filolao, il quale asserì anch’egli che dietro il Sole (denominato Hestia, il focolare centrale) esisteva un corpo simile al nostro pianeta – la Contro-Terra, o Anti-Terra.


Curiosi avvistamenti documentati dagli astronomi

La mattina del 25 gennaio 1662 Gian Domenico Cassini, direttore dell’Osservatorio di Parigi, scoprì nelle vicinanze di Venere un ignoto corpo a forma di mezzaluna che gettava un’ombra – indizio diretto che si trattava di un pianeta e non di una stella. Al momento anche Venere aveva la forma di mezzaluna e inizialmente Cassini ritenne di aver scoperto un satellite del secondo pianeta. Il corpo era di dimensioni assai ragguardevoli. Cassini ne stimò il diametro in misura pari a un quarto di quello di Venere; nel 1672 documentò la successiva osservazione del pianeta. Quattordici anni più tardi, il 18 agosto 1686, egli rivide nuovamente lo stesso corpo – evento che annotò nel proprio diario.
Il 23 ottobre 1740, poco prima del sorgere del sole, il misterioso pianeta venne individuato da James Short, membro della Royal Society (delle scienze) nonché appassionato di astronomia. Puntando il proprio telescopio verso Venere, scorse assai vicino a quest’ultimo una “piccola stella”. Puntando un altro telescopio con ingrandimento 50-60x e dotato di micrometro ne determinò la distanza da Venere, pari all’incirca a 10.2°; riusciva a vedere Venere in maniera eccezionalmente nitida. L’atmosfera era assai tersa, quindi Short osservò la “piccola stella” con un ingrandimento di 240x e, con sua enorme sorpresa, scoprì che si trovava nella medesima fase di Venere, il che equivale a dire che Venere e il misterioso pianeta erano illuminati dal Sole e il secondo formava lo stesso tipo di ombra a mezzaluna osservabile sul disco visibile di Venere. Il diametro del pianeta sembrava all’incirca pari a un terzo di quello di Venere ma, in virtù del fatto che rispetto a quest’ultimo si trovava considerevolmente più lontano dal Sole, aveva contorni straordinariamente netti e definiti, sebbene la sua luce non fosse altrettanto brillante o luminosa. Una linea che attraversava il centro di Venere e il pianeta formava un angolo di circa 18-20° con l’equatore di Venere. Short osservò il pianeta per un’ora, ma con l’aumentare della luce solare perse il contatto visivo verso le 8.15.

L’osservazione successiva ebbe luogo il 20 maggio 1759 a Greifswald, Germania, ad opera dell’astronomo Andreas Mayer.
L’eccezionale “anomalia” nel funzionamento della “dinamo” solare che si verificò alla fine del diciassettesimo secolo e sino alla metà di quello seguente (che si manifestò peraltro come Maunder Minimum, caratterizzato per mezzo secolo da una quasi totale assenza di macchie solari) provocò l’instabilità orbitale della Contro-Terra.
IL 1761 fu l’anno in cui quest’ultima venne osservata con maggior frequenza. Per vari giorni (10-12 febbraio) il celebre matematico Joseph-Louis Lagrange, all’epoca di stanza a Marsiglia, Francia, stilò rapporti di osservazioni del pianeta (presunto satellite di Venere). Nei giorni 3, 4, 7 e 11 marzo il pianeta venne avvistato da Jacques Montaigne di Limoges, Francia, mentre i giorni 15, 28 e 29 marzo Monbarreaux di Auxerre, Francia, vide anch’egli con il proprio telescopio un corpo celeste che considerava un “satellite di Venere”. Redner di Copenhagen, Danimarca, effettuò otto avvistamenti del corpo fra giugno, luglio e agosto.
Nel 1764 il misterioso pianeta fu avvistato da Roedkier, mentre il 3 gennaio 1768 fu la volta di Christian Horrebow di Copenhagen. L’ultima osservazione ebbe luogo il 13 agosto 1892, allorquando l’astronomo statunitense Edward Emerson Barnard individuò nei pressi di Venere (dove non si trovavano stelle cui l’avvistamento potesse essere associato) un corpo ignoto di settima magnitudine stellare; poi il pianeta ritornò dietro il Sole.

Le varie stime relative alle dimensioni del corpo osservato variavano da un quarto a un terzo rispetto alle dimensioni di Venere.
Qualche lettore perplesso potrebbe muovere obiezioni, citando le acquisizioni dell’astronomia moderna e le sonde che stanno già viaggiando verso i remoti recessi del sistema solare, quindi affrontiamo subito tali questioni.
Un importantissimo aspetto di cui solitamente i non addetti ai lavori non sono consapevoli è che le sonde che viaggiano nello spazio non “guardano ai lati”. Onde mantenere e correggere costantemente la rotta, gli “occhi elettronici” dei velivoli spaziali sono diretti verso specifici corpi celesti utilizzati come punti di riferimento, come la luminosa stella Canopus.
La distanza fra la Terra e la Contro-Terra è talmente ampia che, tenendo a mente le dimensioni del Sole e gli effetti che esso produce, è possibile ‘smarrire’ dietro il Sole un corpo celeste di ragguardevoli dimensioni, che rimane invisibile per lunghi periodi di tempo. Per farvene un’idea osservate l’illustrazione (figura 2).


Figura 2. Il sistema Terra – Sole – Contro-Terra. L’invisibile area dietro al Sole, tenendone in considerazione la corona, equivale a 10 volte l’orbita lunare, ovvero 600 volte il diametro della Terra.


La distanza media fra il Sole e la Terra è pari 149.600.000 chilometri, come peraltro la distanza fra il Sole e la Contro-Terra, dato che quest’ultima si trova sull’orbita della Terra dietro al Sole. Il diametro del Sole è di 1.390.600 km, ovvero 109 diametri della Terra (diametro equatoriale di 12.756 km). Se, tenendo in considerazione il diametro solare, sommiamo la distanza della Terra dal Sole e dal Sole alla Contro-Terra, otteniamo una distanza totale dalla Terra alla Contro-Terra pari a 300.590.600 km, ovvero 23.564,6 volte il diametro della Terra.
Ora raffiguriamo la situazione in miniatura, ponendo che la Terra sia un oggetto dal diametro di un metro (vale a dire secondo una scala di 1:12.756.000) e vediamo in una fotografia in che modo si presenterà la Contro-Terra rispetto al suddetto oggetto. Prendiamo un’altra sfera di un metro. Se collochiamo la prima sfera (Terra) direttamente davanti alla lente dell’obiettivo, secondo i nostri calcoli dovremo posizionare l’altra sfera a una distanza di  23.564,6 metri.

Ovviamente a tale distanza, nella foto la seconda sfera (Contro-Terra) sarebbe talmente minuscola da risultare semplicemente invisibile. Indipendentemente dalla definizione della macchina fotografica e dalle dimensioni della cornice, sarà impossibile vedere ambedue i globi in simultanea in una foto, in particolar modo se a metà strada fra essi è situata una potente fonte luminosa dal diametro di 109 metri corrispondente al Sole! Di conseguenza, tenendo in considerazione la distanza, le dimensioni relative e la luminosità del Sole, nonché il fatto che gli occhi della scienza guardano altrove, non sorprende che la Contro-Terra passi ancora inosservata.
L’invisibile area dietro al Sole, tenendone in considerazione la corona, equivale a 10 volte l’orbita lunare, ovvero 600 volte il diametro della Terra. Di conseguenza vi è spazio più che sufficiente in cui il misterioso pianeta può rimanere celato. Gli astronauti statunitensi in viaggio verso la Luna non hanno potuto scorgere il pianeta; a tale scopo avrebbero dovuto inoltrarsi 10-15 volte più oltre.
Onde convincerci una volta per tutte che non siamo soli nell’universo e che altre forme di vita intelligente sono assai vicine – ma non dove stanno cercando gli astronomi – dobbiamo fotografare l’appropriata sezione dell’orbita terrestre. Il telescopio spaziale SOHO, che fotografa costantemente il Sole, è vicino alla Terra e quindi in linea di principio non è nelle condizioni di individuare il pianeta dietro il Sole, a meno che il pianeta non cambi nuovamente posizione, come fece alla fine del 1600 a causa di intense tempeste solari magnetiche.
Sarebbe possibile chiarire la situazione tramite una serie di fotografie scattate dalle sonde in orbita attorno a Marte – tuttavia angolazione dell’inquadratura e ingrandimento dovrebbero essere appropriati, altrimenti la scoperta verrà ulteriormente posticipata.

Il segreto della Contro-Terra ci viene precluso non solo dalla vastità dello spazio esterno e dalla cecità e indifferenza della scienza rispetto a quanto ci riferiscono i documenti storici, ma anche dalla mano invisibile di qualcuno.
In tale contesto, si potrebbe ipotizzare che la scomparsa della sonda spaziale sovietica Phobos 1 fu con tutta probabilità dovuta al suo divenire un “testimone inopportuno”. La sonda venne lanciata il 7 luglio 1988 dal centro spaziale di Baikonur e, una volta raggiunta l’orbita prestabilita, in base al programma iniziò a scattare fotografie del Sole.
Sulla Terra vennero ritrasmesse complessivamente 140 immagini ai raggi-X e se Phobos 1 avesse proseguito la propria opera, allora avrebbe scattato una foto che avrebbe determinato una scoperta di importanza storica. Tuttavia nel 1988 tale scoperta non era in programma, quindi le agenzie a livello mondiale riferirono che con Phobos 1 si era perso il contatto.

Il destino di Phobos 2 [a destra, ndr], lanciata il 12 luglio 1988, fu analogo, quantunque questa fosse riuscita a raggiungere i dintorni di Marte – probabilmente perché non scattò fotografie del Sole. Tuttavia il 28 marzo 1989, mentre si avvicinava alla luna di Marte Phobos, da Terra si persero i contatti con la sonda. L’ultima foto inviata alla Terra da Phobos 2 ritraeva un enorme oggetto ellittico a forma di sigaro che con tutta evidenza deviava la sonda.
Questi sono fenomeni ben diversi da tutte le “strane cose” che accadono nel nostro sistema solare, sui quali la scienza ufficiale preferisce mantenere il silenzio. Giudicate voi stessi. Ecco quanto ha da dire l’astrofisico Dr. Kirill Butusov in merito:

“La presenza di un pianeta dietro il Sole e il comportamento razionale di determinate forze a esso associate vengono evidenziati da insolite comete al cui proposito si sono accumulate informazioni in considerevole quantità. Talora tali comete transitano dietro il Sole senza tuttavia ripresentarsi nuovamente, quasi fossero delle astronavi.

“Oppure un altro esempio assai interessante – la cometa Arend-Roland del 1956, individuata nelle radiofrequenze, la cui radiazione è stata rilevata da radioastronomi. Quando la cometa Arend-Roland comparve da dietro il Sole, sulla sua coda vi era un trasmettitore, che operava su una lunghezza d’onda pari a circa 30 metri. Quindi il trasmettitore sulla coda ha iniziato a operare su una lunghezza d’onda pari a mezzo metro, si è separato dalla cometa e si è allontanato, rifugiandosi nuovamente dietro il Sole.

“Un fatto ancor più incredibile concerne le comete che hanno eseguito una sorta di voli di ricognizione, oltrepassando a turno i pianeti del sistema solare.”

Nelle immagini sopra: le sopracitate "interferenze" nelle foto inviate da Phobos 2.


Questo è ben più che curioso; ma non divaghiamo, e torniamo al passato.
Il corpo a forma di mezzaluna che si manifesta dietro il Sole è il dodicesimo pianeta, il quale mancava per delineare un quadro stabile ed elegante relativo alla struttura del sistema solare che, fra l’altro, coinciderebbe con gli antichi testi. A tal proposito i Sumeri sostenevano che “gli Dèi del Cielo e della Terra” scesero sulla Terra dal dodicesimo pianeta.
Va sottolineato che la posizione di questo pianeta sulla nostra orbita dietro il Sole lo colloca nel novero di quelli favorevoli alla vita, diversamente dal pianeta Marduk (secondo Sitchin), sul quale l’esistenza della vita risulta impossibile in virtù del periodo orbitale di 3.600 anni, dell’orbita che oltrepassa di gran lunga la “fascia della vita” e dei limiti del sistema solare.
Una tale catena di eventi è certamente alquanto sconcertante – ma poi, gradualmente, tutto inizia a coincidere. Di conseguenza, la prima notevole conclusione da trarre da quanto affermato è che la “fonte” delle antiche conoscenze sembra aver avuto un’origine extraterrestre!
Questo ci costringe a rivalutare radicalmente il nostro atteggiamento rispetto alle opere dell’antichità giunte fino a noi, in quanto queste probabilmente contengono informazioni impagabili concernenti il mondo che ci circonda, l’umanità, la reale storia della Terra e i nostri sorprendenti antenati.


La storia che abbiamo dimenticato

A questo punto ci siamo fatti un’idea della “fonte” delle conoscenze e possiamo passare alla fase successiva: prendere in esame le ragioni a monte dell’edificazione delle piramidi.
Al fine di comprendere gli interessi degli antichi e il ruolo rivestito dalle piramidi nel relativo conseguimento, dovrete fare quello che nessuno ha mai fatto prima: formulare una concezione di base sul destino della nostra civiltà. Non sarà facile, ma sulla via verso la verità non si va alla ricerca di percorsi agevoli…
Se deciderete di prestare ascolto alla vociante e contraddittoria schiera degli storici convenzionali, le vostre chance di scoprire la verità in questa vita saranno pari a zero. Usate la vostra testa e la logica e una possibilità, per quanto esigua, l’avrete. A tale scopo torniamo all’inizio di questa storia che, come avrete già notato, ha evidenti origini extraterrestri. Per questo motivo non dovremmo prendere in considerazione quanto accadde sulla Terra separatamente da quanto avvenuto nel sistema solare. In questo contesto tutto è interconnesso.

Spostiamo l’orologio astronomico indietro di 15.000 anni.
Nonostante il fatto che all’epoca l’interazione fra terrestri e Neferu fosse già consolidata da considerevole tempo, questo contatto non era esplicito e tantomeno di carattere universale. Per la maggioranza della popolazione terrestre che sapeva della loro esistenza, i Neferu erano circondati da un alone di mistero e ammantati da un’aura dei semidèi. Tale situazione si confaceva ai Neferu, in quanto l’atteggiamento dei terrestri di venerazione nei loro confronti in qualità di esseri “divini” consentiva infinite opportunità di portare a compimento i loro interessi, alcuni dei quali di natura prettamente pratica.
Il contatto fra terrestri e Neferu ebbe inizio molto tempo prima degli eventi descritti e fu inaugurato dai Neferu stessi nel corso del loro processo di esplorazione dei pianeti del sistema solare.
In tale periodo, indiscutibilmente promettente, di sviluppo del sistema, la “zona di vita” comprendeva tre pianeti provvisti di vita nella propria atmosfera: Marte – la sede dei Neferu – Fetonte (Maldek) e la Terra.
Chiunque sia ferrato in astronomia noterà subito la struttura alquanto differente del sistema planetario dell’epoca. Innanzitutto, i tre pianeti che ospitavano la vita si trovavano tutti più vicino al Sole, quindi i rispettivi climi erano considerevolmente più caldi; questo comunque non era tutto quello che all’epoca contraddistingueva l’“armonia delle sfere” rispetto alla nostra situazione odierna.

In secondo luogo non esistevano né Venere né la Luna vicino alla Terra.
L’umore generale nel sistema solare era improntato a un gagliardo ottimismo: lo sviluppo dei pianeti centrali, Marte e Fetonte (Maldek), procedeva di buon passo. La Terra restava in qualche misura indietro rispetto a questa coppia, nondimeno con essa esisteva, seppure a basso livello, una certa interazione.
Molto tempo prima degli eventi che descriviamo, la civiltà presente su Marte, e in seguito anche quella su Fetonte, scoprirono sui rispettivi pianeti manufatti indicanti la presenza di vita in altri luoghi della galassia. Lo studio di tali manufatti – ogni sorta di oggetti prodotti a livello tecnico, come quelli attualmente disseminati in Jacuzia, Siberia nord-orientale – diedero un forte impeto allo sviluppo della civiltà.
Con l’andar del tempo tale sviluppo raggiunse un livello fantastico. Non sarebbe esagerato affermare che se nel loro complesso gli attuali abitanti della Terra dovessero essere testimoni del genio, delle acquisizioni tecnologiche e delle capacità parapsicologiche dei Neferu di quell’epoca, in essi verrebbero evocate ammirazione e un’estasi quasi religiosa.

Il livello di sviluppo dei Neferu era talmente elevato che la nostra scienza contemporanea non sarebbe semplicemente in grado di accettarlo, quantunque si siano già accumulati fatti sbalorditivi in quantità più che sufficiente. A nostro parere il più travolgente riscontro concreto del genio tecnico-scientifico dei Neferu è costituito dal gigantesco complesso sotterraneo di difesa da asteroidi e meteoriti allestito nell’attuale Siberia occidentale.
Tale complesso, costruito migliaia di anni fa (citato nella tradizione nazionale epica della Jacuzia), funziona ancora oggi in modo automatico. Fu questo complesso che distrusse il meteorite di Tunguska nel 1908, il meteorite Sikhote-Alin nel 1947, il bolide Chulym nel 1984 e il meteorite Vitim la notte del 24 settembre 2002. A tal proposito vi invitiamo caldamente a consultare con attenzione gli articoli  pubblicati su NEXUS, nr.i 51, 57, 58, 59.
Questo sistema di difesa dagli asteroidi fu l’esito dello studio, da parte dei Neferu, della storia – in larga misura tragica – del sistema solare. Di fatto nel suo percorso attraverso la galassia il nostro giroscopio planetario passa ciclicamente – una volta ogni 33 milioni di anni, quando incrocia il piano galattico – attraverso uno sciame di meteore; incidentalmente, 65 milioni di anni fa questo sciame spazzò via tutti i dinosauri. In più di un’occasione questa pioggia letale ha distrutto le forme vita terrestri capaci di sviluppare intelligenza.

Il solo pensiero di quali vette avrebbe potuto raggiungere la civiltà del sistema solare sotto la guida dei Neferu suscita entusiasmo. In quel remoto “Primo Tempo” la Terra era qualcosa di simile a un membro subordinato della civiltà Neferu, tuttavia i livelli di sviluppo dei terrestri e dei Neferu non erano paragonabili. Vi era un divario che in seguito avrebbe rivestito un ruolo nel destino della Terra e del sistema solare, anche se questo non significa che la Terra venne abbandonata ai margini della civiltà.
La preparazione dei terrestri a un più profondo contatto con i Neferu iniziò con la formazione di un’élite in grado di comprendere l’ideologia dei Neferu e di comunicarla alla popolazione. A tale scopo, i rappresentanti dei Neferu instaurarono contatti diretti con i capi delle alleanze tribali che vivevano nelle aree del globo verso cui i Neferu nutrivano particolare interesse.

Uno straordinario esempio concerne le abbondanti risorse naturali di Iperborea, un’enorme isola un tempo situata all’estremo nord della Terra, e degli assai estesi territori contigui della zona settentrionale del plateau eurasiatico. In quei tempi remoti il clima della parte settentrionale del pianeta era notevolmente più caldo di quanto non sia al giorno d’oggi.
Una volta instaurati contatti diretti con i capi tribali di Iperborea, i Neferu li sostennero nei loro conflitti contro altre alleanze tribali. In tal modo fece la sua comparsa il primo Stato. La costituzione e lo sviluppo di Iperborea ebbero inizio nel momento cui i Neferu cominciarono a estrarre uranio presso la loro colonia locale; nei testi mesopotamici la colonia di Iperborea viene citata come “la Terra delle Miniere”, che si trovava in corrispondenza di quella che attualmente è la Penisola di Kola.
La fase successiva fu la creazione di un sistema di comunicazioni di portata planetaria, che garantiva ai Neferu ampie opportunità di stimolare lo sviluppo delle menti dei terrestri. Onde assolvere questo compito decisamente complesso, a un determinato gruppo di terrestri vennero fornite “istruzioni” su come edificare strutture in cui avrebbero avuto la facoltà di udire la “voce di dio” (i Neferu) e comunicare con lui.
Tramite visite alla “casa di dio” (piramide) nei giorni stabiliti dagli “dèi”, i prescelti ricevevano conoscenze “di origine divina”. Mettendo a frutto tali conoscenze, costoro erano in grado di migliorare il proprio stato di salute, acquisire eccezionali capacità, “ascoltare l’universo” e vedere luoghi di altre zone della Terra e persino oltre. In breve, i sacerdoti si resero conto che gli “dèi” li avevano scelti per una grande missione e che ogni fase, ogni nuova acquisizione, li avrebbero portati più vicini agli “dèi” e alle qualità “soprannaturali” da questi possedute. Agli esseri umani si presentarono fantastiche prospettive, la cui rilevanza superava qualsivoglia sforzo richiesto per le loro realizzazioni; quindi si dedicarono a lavorare di buona lena.
Iniziarono a edificare piramidi in varie parti del mondo, secondo i progetti e le istruzioni prescritti dagli “dèi”. Gli sforzi senza precedenti e, aspetto importante, la manualità dei terrestri, crearono un complesso che abbracciava l’intero globo in una spirale che si estendeva da nord a sud.
Il complesso delle strutture includeva piramidi, stele, dolmen, nonché colline e vette di montagne cui venne conferita una forma piramidale. Tutti gli elementi del complesso furono eretti in base a caratteristiche di elevazione appositamente selezionate, correlate con faglie geologiche attive sotto il profilo energetico le quali, nella tradizione religiosa egizia, erano conosciute come “le Sacre Colline del Primo Tempo”. In tutto ne vennero scelte 64. La distanza fra le piramidi appartenenti al complesso era pari a 5.000 chilometri.
I dolmen – che (come le camere delle piramidi) fungevano da risonatori, amplificando specifici flussi di energia – erano collocati direttamente su queste faglie, con le aperture di fronte a un oggetto lontano appartenente al complesso, a formare un circuito volto al trasporto dell’energia. Le piramidi, intanto, venivano edificate in base ad un rigido orientamento nord-sud.    ∞


L’autore:

Il Dr. Valery Mikhailovic Uvarov, a capo del Dipartimento di Ricerca sugli UFO, Paleoscienze e Paleoetnologia dell’Accademia per la Sicurezza Nazionale della Russia, ha dedicato quasi un ventennio allo studio dell’ufologia e al retaggio delle civiltà antiche. Il Dr. Uvarov è autore di numerosi documenti nell’ambito della paleotecnologia e della paleoscienza, nonché dell’ufologia e dell’esoterismo, pubblicati sulla stampa russa ed estera. Ha avviato e ha partecipato a una serie di spedizioni in India, Egitto e Siberia, alla ricerca di prove concrete degli antichi saperi. Partecipa regolarmente in veste di oratore a convegni ufologici internazionali e tiene seminari e conferenze in Russia, Regno Unito, USA, Germania e Scandinavia; è stato presente come oratore ai convegni di NEXUS tenutisi ad Amsterdam nel 2004 e 2005, nonché a quello tenutosi a Brisbane nel 2004.
Il suo articolo in quattro parti, “I Misteri della Valle della Morte siberiana”, è stato pubblicato su NEXUS, nr.i 51, 57, 58, 59. Una sua intervista è stata pubblicata su NEXUS nr. 45. Il presente articolo è una versione ridotta di una parte del suo libro di prossima pubblicazione dal titolo The Pyramids, attualmente disponibile come e-book in PDF e scaricabile a pagamento dal sito web di NEXUS australiano http://www.nexusmagazine.com. Per contatti via email: nsa@homeuser.ru e departament13@mail.ru.


Il presente articolo è stato pubblicato originariamente su NEXUS New Times n. 78 (Febbraio - Marzo 2009). Ogni ripubblicazione è gradita previo riferimento all’autore ed a questa citazione.


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