La Russia potrebbe avere presto un proprio sistema operativo mobile, alternativo ad Android e iOS, attualmente i più diffusi anche tra gli utenti russi. Lo scopo è di ridurre nei prossimi dieci anni dall'attuale 95% ad un futuro 50% la presenza di sistemi operativi mobili stranieri nel paese, con il chiaro riferimento a quelli prodotti dai due colossi della Silicon Valley, Apple e Google.

Il Ministro delle Comunicazioni di Mosca Nikolai Nikiforov ha confermato che del progetto si sta occupando la società Open Mobile Platform, in collaborazione con la finlandese Jolla, già creatrice di Sailfish OS che fungerà da base per il nuovo SO russo; lo scopo del governo è di favorire la permanenza all'interno del paese dei dati sensibili dei suoi cittadini, in particolare dopo il coinvolgimento di Google e Apple nelle operazioni di spionaggio da parte della National Security Agency, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale statunitense, oggetto delle rivelazioni di Edward Snowden nel corso degli ultimi tre anni. Con la stessa finalità, a settembre entrerà in vigore una legge che obbliga le aziende russe ad utilizzare solo server situati sul territorio nazionale.

La diffidenza di Mosca per la tecnologia di produzione statunitense non è nuova: già nel 2010 l'allora premier Vladimir Putin fece rimuovere Windows dai computer degli uffici pubblici russi, sostituendo il sistema operativo di Microsoft con l'open source Linux; stessa sorte agli iPad di casa Apple, rimpiazzati negli uffici del Cremlino con i tablet Samsung.

Le preoccupazioni di Mosca in tema di privacy e sicurezza nazionale, possono trovare inaspettata conferma nelle parole di Lynn Parramore, ricercatrice dell'Istituto per il Nuovo Pensiero Economico, che sul sito dell'Istituto (ineteconomics.org) è stata intervistata nel novembre scorso da Mariana Mazzuccato, docente di Economia dell'innovazione presso l'Unità di ricerca di Scienze Politiche all'Università del Sussex, in Inghilterra.

Alla domanda se il successo di un prodotto come l'iPhone sia un merito esclusivo di Apple e del genio di Steve Jobs, la Parramore, che ha studiato i meccanismi di influenza dello Stato sui mercati e sull'economia, risponde:

“Spesso cito l’iPhone come esempio per spiegare come i Governi plasmano i mercati, visto che a rendere l’iPhone intelligente (“smart”, e non stupido) sono le sue funzionalità. Ebbene: tutto quello che si può fare con un iPhone è stato sovvenzionato dal Governo. A partire dall’internet con cui navigate nella rete, dal GPS che vi permette di consultare le mappe di Google, fino al display touch screen e alla tecnologia di comando vocale SIRI – tutto questo è stato finanziato dallo Zio Sam attraverso il DARPA (l’agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la Difesa), la NASA, la Marina e perfino la CIA! Tutte queste agenzie agiscono nell’ottica di una missione: è da questo che dipende il loro successo e la caratura delle persone che vengono impiegate.”

Lo sviluppo di ogni singolo componente dello smartphone di casa Apple, e non soltanto il suo sistema operativo, sarebbe quindi stato finanziato dall'agenzia statunitense che si occupa di tecnologia militare.

L'iPhone è allora uno strumento di spionaggio militare? Se fosse così, non sorprenderebbero le politiche di restrizione prese dai governi considerati 'nemici' da Washington (Pechino ha addirittura messo al bando i servizi iBooks e iTunes di Apple) che sono quindi maggiormente sottoposti a spionaggio (spionaggio che ha coinvolto da vicino anche alleati fedeli di Washington, come Berlino e Roma). A questo si dovrebbe aggiungere il ruolo dei social network, oggi raggiungibili più facilmente con lo smartphone, nell'accendere e diffondere la miccia delle “rivoluzioni colorate” organizzate contro i governi non leali a Washington, ed oggi il loro utilizzo da parte dell'ISIS, che è risultato essere armato, addestrato e finanziato da Stati Uniti, Israele e Turchia per destabilizzare Iraq e Siria e promuovere uno scontro di civiltà di connotazione religiosa tra musulmani e cristiani.

Tornando alla nostra intervista, la Dott.ssa Mazzuccato chiede poi alla Parramore: “Quindi ciò che Steve Jobs ha fatto con il suo team non ha giocato un ruolo centrale nella grandezza della Apple?”;

la risposta:

“Non dico che Steve Jobs non fosse un genio. Il problema è che la storia che raccontiamo sugli imprenditori come lui, o come Bill Gates ed Elon Musk, è completamente sbilanciata. Fingiamo che al massimo il Governo sia importante per qualche infrastruttura o per una scienza di base impiegata durante la costruzione dei loro imperi. Pensiamo al recente film su Steve Jobs, che si basa su un libro di 600 pagine in cui non c’è una singola parola che accenni ai finanziamenti pubblici che hanno reso possibile l’impero della Apple. La vera storia dell’iPhone – ma anche della biotecnologia – rivela un processo molto diverso, in cui la ricerca sovvenzionata dal Governo ha reso possibile le innovazioni più entusiasmanti.”

Il mito di Steve Jobs e di Bill Gates sarebbe quindi stato gonfiato per nascondere il coinvolgimento attivo del Pentagono nello sviluppo della tecnologia informatica?

La Parramore continua e a conferma delle sue parole cita anche il caso di Elon Musk:

“Tesla Motors e Space X non solo beneficiano della ricerca di base sovvenzionata dal Governo americano attraverso agenzie come il DoE e la NASA, ma hanno anche goduto, in qualità di imprese, di investimenti ad alto rischio provenienti dal settore pubblico. Pensiamo ad esempio al prestito di 465 milioni di dollari che il Dipartimento di Energia ha garantito a Tesla Motors. Come riportato di recente da un articolo del Los Angeles Times, l’impero di Musk nel suo complesso ha ricevuto dal Governo americano quasi 5 miliardi di dollari di aiuti diretti e indiretti. Ne sentiamo mai parlare di questo? No. Questa ‘storia’ è d’aiuto per l’innovazione futura? No.”

A loro si potrebbe facilmente affiancare un altro mito come quello di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, che sembra presentare una mitografia non diversa da quella dei personaggi citati.

Il paradosso, secondo la Parramore, è che attualmente le più grandi innovazioni Made in USA ricevano finanziamenti dal governo, e quindi l'assenza di intervento statale nell'economia per il più grande paese capitalista del mondo sarebbe soltanto un mito: quindi, perché non far finanziare allo Stato direttamente un piano economico di ripresa ed investimenti sociali? La domanda è legittima, ma alla luce di uno studio del Consiglio Nazionale per il Digitale francese, secondo cui lo sviluppo e la diffusione della tecnologia informatica non avrebbe portato un reale e diffuso benessere economico [vedi l'articolo "L'era digitale e il paradosso della produttività" pubblicato su questo sito], ci si potrebbe anche chiedere perché il governo abbia finanziato lo sviluppo di una tecnologia che ad oggi risulta tanto diffusa presso la popolazione quanto inutile al miglioramento delle sue condizioni di vita, nonostante gli apparenti vantaggi nella diffusione delle informazioni?

Una risposta possibile, unendo i puntini tra le considerazioni della Parramore e la politica del governo russo, potrebbe vedere nella società statunitense non il modello di una società ideale perfetta, come ci è stato presentato sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma il modello del carcere perfetto, per una popolazione di detenuti tecnologicamente avanzati, perennemente informati, e resi incapaci di cambiare le sorti della loro prigionia. Forse, i Paesi che non si allineano a questa prospettiva stanno dando ai loro cittadini la possibilità di utilizzare strumenti diversi, rispetto a quelli creati con uno scopo involutivo. Ma questa è solo un'ipotesi. Di sicuro c'è che oggi la guerra tra Washington e Mosca passa anche attraverso lo smartphone e l'utilizzo e il controllo sulla Rete.


Articolo pubblicato originariamente su PuntoZero n. 2 (in edicola e nel nostro shop):