Ben pochi in Occidente hanno sentito parlare del Kyudo, la via dell’arco. Questo è un vero peccato perché questa disciplina che non ha quasi nulla a che vedere con il tiro dell’arco in Occidente potrebbe essere un ponte per portare le persone dal praticare un normale sport competitivo al fare una disciplina in cui l’allenamento cerebrale alla concentrazione è un preludio alla pratica della meditazione e a una vita dedicata alla conoscenza di sé e della propria mente.  Di tradizione il Kyudo è un Budo, bu nella lingua e nello spirito della tradizione giapponese significa ‘fermare’, ‘arrestare’ o ‘lasciare le lance’ mentre do  significa ‘via’, ‘percorso’ o ‘cammino’. Il Budo è la via marziale giapponese il cui significato può essere tradotto come ‘via che conduce alla pace’ o ‘via che conduce all’assenza di conflitto’. A differenza di altre arti marziali il praticante del Kyudo non si pone di fronte a un contendente bensì a un bersaglio che specchia la corretta esecuzione del tiro e dunque lo pone di fronte a se stesso. Il Kyudo segue un suo codice di condotta etica e morale influenzati dallo Zen e dallo Shinto, la religione autoctona del Giappone. Nel Kyudo sono presenti due filosofie diverse, la scuola di Hosha per il tiro di guerra Heki-ryu Insai-ha come suo manifesto impiega il motto Kan chu kyu il cui significato è ‘con forza colpire il centro sempre’. In questa scuola più simile alla mentalità Occidentale si ricerca la potenza e la precisione, metaforicamente ogni tiro va sentito come se si mettesse in gioco la nostra vita poiché il guerriero difficilmente aveva una seconda opportunità in un campo di battaglia. L’impermanenza ha un ruolo centrale nella via del guerriero, conscio che tutto finisce e la morte sia l’inevitabile processo finale della vita, e riflettendo nel fiore di ciliegio questa filosofia immortalata nel verso

Hana wa sakuragi, hito wa bushi,
letteralmente ‘tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero’.

A causa della caducità della realtà umana e la mancanza di una seconda opportunità in un campo di battaglia per la scuola di Hosha fu di fondamentale importanza raggiungere il centro del bersaglio, proprio come per il moderno tiro con l’arco basato sulla competizione, anche se questa, se vogliamo definirla tale, nel tiro di guerra Heki-ryu Insai-ha è usata per stimolare l’arciere al continuo migliorarsi fino a incarnare lo spirito del Kan chu kyu

Quest’approccio per alcuni versi molto jitsu, letteralmente ‘tecnica’, genera arcieri con buona maestria tecnica e precisione ma se il kyudoka, arciere, non inizia a lavorare contemporaneamente sul proprio sé, la disciplina rischia di forgiare una forma mentis troppo competitiva o eccessivamente esigente con se stessa, con la possibilità di generare troppo potenziale superfluo, ossia l’energia mentale in cui vi é contenuta troppa importanza e gravità che si da nei confronti dell’obiettivo o dello stato in cui ci troviamo. Questo può diventare deleterio sia nella via del guerriero, il Bushido, giacché nel momento in cui il guerriero da troppa importanza alla sua vita è il momento in cui genera il seme della sua morte, sia nella vita reale o nel modellamento della realtà insegnato nel metodo Zenix, poiché dare troppa importanza al colpire il bersaglio o raggiungere un obiettivo nella nostra vita ci porta a uno sbilanciamento interiore e ad una tensione emotiva squilibrata che può generare il seme del fallimento. 

   Un’altra scuola di Kyudo, più incentrata sul do non da molta importanza alla potenza e alla precisione bensì a giungere allo shin zen bi. Shin significa verità ed è messa in relazione all’attitudine con cui l’arciere scocca la freccia. Un’eccellente tecnica ci permette di colpire il bersaglio ma è l’attitudine che ce lo fa realmente raggiungere, questa è la verità del tiro. Se siamo un tutt’uno con l’arco, la freccia e il bersaglio, il tiro ha una direzione e una sua verità. Zen nell’accezione di virtù e non al suo significato di meditazione da cui trae origine l’omonima scuola buddhista in Giappone. La virtù va vista come i precetti etici e morali che l’arciere fa propri nella vita e dunque non solo quando impugna l’arco. Questo porta al retto agire e a uno stato interiore di equilibrio e pace che è lo stato della mente con cui l’arciere, passo dopo passo, giunge al kai, fase di massima apertura dell’arco e, contemporaneamente, della sua mente poiché l’arco ne è l’estensione, e all’hanare, il suo rilascio, dando modo alla freccia di compiere il suo destino. Bi significa bellezza, intimamente correlata a ciò che è vero poiché ciò che è vero è bello e viceversa. Il bi dunque è, per usare una metafora, lo specchio d’acqua della superficie con cui osservare la disciplina che si manifesta nella solennità e semplicità del portamento dell’arciere, regale e umile allo stesso tempo, e ad eleganti movimenti che esprimono la bellezza della mente dell’arciere celata ma riflessa sulla superficie dell’acqua.  
   La via dell’arco giapponese tende al perseguimento dello yumi no kokoro, letteralmente lo ‘spirito dell’arco’, un concetto prettamente animista sui cui la mentalità giapponese è intrisa e che nel suo livello più elevato e meno dogmatico può rappresentare il fondersi dell’anima dell’arciere con lo spirito dell’arco e, di conseguenza, all’anima mundi, l’anima del mondo che per i platonici era la vitalità della natura nella sua totalità di organismo vivente. 
   Come strumenti di questa fusione il Kyudo propone l’uso del miyabi, ossia l’‘eleganza’ in riferimento ai movimenti dell’arciere, il sabi, la ‘serenità’ e ‘sobrietà’ del suo porsi al mondo con austera bellezza, il wabi, la ‘naturalezza’ e ‘quiete’ in cui deve stare la mente dell’arciere e al mono no aware, la ‘sensibilità delle cose’ in quanto consapevolezza della precarietà di queste che, a nostro avviso, non dovrebbe mai dar spazio al lieve senso di rammarico che comporta il loro trascorrere (sentimento proprio della forte sensibilità giapponese intrisa di tragicità e velata tristezza esistenziale), poiché questo è una forma di attaccamento agli oggetti e a particolari stati d’animo che non sono mai d’aiuto nella propria evoluzione.
   Il Kyudo tradizionale pertanto non vede nel tiro una mera azione meccanica in cui l’allenamento si basa sul colpire il bersaglio, bensì come un’esperienza totale in cui l’arciere deve fondersi con l’arco, la freccia e il bersaglio. Per questo il Kyudo si avvale del monomi, l’atto di osservare il bersaglio con occhi semichiusi senza spostare lo sguardo da esso, che non ha nulla a che vedere con una tecnica di mira, quanto piuttosto una trasmissione dello spirito in azione, la volontà, all'obiettivo prima della tiro, che in ambito psicologico si potrebbe definire come l’atto di creare un rapport (rapporto) con il soggetto (in questo caso il bersaglio) per meglio interagire con esso o, per usare una terminologia propria della fisica, stabilire un entanglement quantistico (correlazione tra due o più entità quantistiche), tra l’arciere e il bersaglio. 
   Nella via dell’arco si da enfasi alla necessità che l’arciere deve sapersi distaccare dall’esito del tiro, ovverosia dei colpi cattivi non deve irritarsi o amareggiarsi e dei colpi buoni non si deve rallegrare o vantare, comprendendo che il tiro non lo fa l’arciere poiché il suo compito è semplicemente essere il tiro
   La via dell’arco insegna che il tiro è impersonale, l’impersonalità o transpersonalità è ciò che in Zenix-Kyudo, la disciplina con l’arco praticata nel metodo Zenix, definiamo integrare il conscio con l’inconscio per dar luce all’iperconscio. Per una mente occidentale abituata alla competitività e al dominio dell’ego la via dell’arco può apparire aliena e priva di scopo e questo è il suo limite di comprensione che non permette a tali menti egoiche di fare un aggiornamento mentale, o salto esistenziale come lo chiamava il filosofo danese Søren Kierkegaard, in cui il nostro ego si dilati all’inconscio e alla realtà soggiacente a quella manifesta. L’ego umano tende a trincerarsi dentro la sua corazza psichica chiamata personalità, impaurito di perdere il controllo se qualcosa mina il suo status dittatoriale con cui manipola l’individuo che si crede di essere una personalità-ego, ignaro che la dilatazione dell’ego significa espansione del controllo che si trasforma in empatia ed entanglement cosciente alle “cose” della realtà. Le “cose” della realtà non sono nemici da sottomettere o mezzi per prevaricare, piuttosto sono specchi da cui la consapevolezza si riflette e riflette su se stessa e il mondo. 

 

MIND-KYUDO

La mente è simile all’acqua: quando é calma riflette meglio.

   Nel metodo Zenix sono state sviluppate tre modalità di tiro di cui la prima, il Mind-Kyudo, si avvicina molto allo spirito del Kyudo e allo Zen poiché l’addestramento si basa sull’affinare la tecnica di tiro e, allo stesso tempo, si richiede all’arciere di tenere la mente libera da pensieri per poter essere in completa presenza a se stesso durante la sequenza di tiro, facendo diventare questo specifico addestramento una sorta di meditazione dinamica. Il continuo allenamento crea una memoria posturale che è propria del pilota automatico inconscio che ha memorizzato la sequenza senza dover interpellare il nostro conscio e la nostra attenzione. In tutto questo l’inconscio, oltre a memorizzare la sequenza dei movimenti, crea un collegamento tra questi e lo stato mentale con cui li si compie depositandoli sottoforma di rete neurale associativa. Dopo un adeguato addestramento quest’associazione compiuta dal nostro inconscio ci facilita un più veloce e profondo raggiungimento di questo stato mentale di più alta coerenza neurale fin dal momento in cui iniziamo a compiere la sequenza posturale. Nella pratica del Mind-Kyudo, è di fondamentale importanza lavorare sul tenere la mente sgombra da pensieri, questa è la cosa più importante, la mente libera e la completa presenza a se stessi é il vero colpire il centro del bersaglio. Nel tempo l’arciere scoprirà che tale stato mentale lo fa realmente colpire il centro del bersaglio grazie all’insuperabile controllo del cervelletto sul sistema motorio e sulla realtà. 
   Nel Bushido s’insegnava ai samurai a raggiungere questo stato di presenza mentale che rafforzava il non attaccamento alle cose, compresa la loro vita, al fine di farli entrare in un collegamento diretto con l’inconscio per renderli imbattibili poiché il cervelletto, sede dell’inconscio, ha un tempo di reazione molto più veloce e preciso rispetto a un comando volontario del nostro lobo frontale, sede del conscio e della consapevolezza di sé. Per questo motivo la spada o la freccia gestita dall’inconscio e da una mente sgombra da pensieri sono più veloci e precisi rispetto a quelle di un guerriero la cui mente è attanagliata dalla sopravvivenza e da una tempesta di emozioni e sensazioni che rallentano le sue reazioni nel pieno della battaglia. 
   Liberando la nostra mente da ogni pensiero entriamo in uno stato di completa presenza di sé. Per completa presenza di sé s’intende che buona parte delle nostre unità di attenzione sono rivolte a noi nel qui e ora senza che i pensieri portino la nostra attenzione al passato o a cose, persone ed eventi che sono fonti di distrazione dal nostro centro. Stare nello stato di completa presenza di sé può portare la sensazione di percepirci in terza persona ove la parte più profonda di noi osserva la parte di superficie costituita dalla nostra personalità e dal nostro corpo. Solo quando la nostra mente si acquieta e i pensieri cadono a uno a uno come fiori di ciliegio, lasciamo che il nostro inconscio compia la sequenza di tiro.

 

DREAM-KYUDO

Il destino della freccia e del nostro modellamento della realtà
é scritto nella nostra mente ancora prima dello scocco.

   La seconda modalità è chiamata Dream-Kyudo ed è diversa rispetto alla prima o all’approccio del Kyudo. Dream-Kyudo presenta una metodica propria del metodo Zenix, ossia è un allenamento nel tenere focalizzato nella mente il nostro obiettivo e, parallelamente, un’auto-osservazione sui nostri meccanismi mentali nell’atto di generare pensiero e tenerlo coeso. 
   L’essere umano è un generatore di pensieri casuali che non ha il controllo di questa sua potente facoltà e per questo ne diviene vittima. Nel metamodello impiegato in Zenix il pensiero è un’onda informazionale su vettore elettromagnetico/elettrodebole capace di perturbare l’onda pilota che struttura la realtà basata su una piattaforma olografica elettromagnetica con cui i nostri cinque sensi s’interfacciano. Il pensiero umano non solo influenza il collasso d’onda quantistico (vedi Zenix — Accedi al codice della tua mente e diventa un programmatore di realtà), le particelle subatomiche che danno struttura alla nostra realtà, ma è in grado di influenzare eventi nella piattaforma costituita da oggetti fisici che non sono altro che coagulazioni di collassi d’onda quantistici di particelle virtuali che i nostri sensi riescono a osservare e toccare grazie al campo elettromagnetico. Questa comprensione delle cose ci porta alla consapevolezza che controllare il pensiero e comprendere le meccaniche di come si genera e si propaga nell’ambiente significa conoscere i codici di scrittura con cui noi interagiamo nella piattaforma olografica che chiamiamo vita e realtà. Addestrarci sul controllo del proprio pensiero e sulla sua corretta emissione significa diventare maestri non della via dell’arco ma della Via, ed essere quello che in Zenix chiamiamo reality hacker (programmatori di realtà). 
   In Dream-Kyudo il tiro è influenzato dal sogno su cui ci stiamo focalizzando, se inconsciamente non accettiamo l’idea che questo si realizzi nella nostra vita è praticamente impossibile riuscire a fare centro perché l’inconscio sabota il tiro. Se pratichiamo l’auto-osservazione profonda scorgiamo che solitamente più c’è mancanza di accettazione nel raggiungere l’obiettivo più la freccia sarà distante dal centro del bersaglio. I risultati del tiro pertanto diventano una sorta di test muscolare con cui verificare quanta accettazione o rifiuto è presente nel nostro inconscio o subconscio nei confronti dell’obiettivo su cui ci focalizziamo.
   Mentre siamo a occhi chiusi in questa seconda modalità di tiro anziché tenere la mente sgombra da pensieri iniziamo a focalizzarci sul sogno che vogliamo raggiungere. Questa posizione è chiamata posizione della crisalide perché ci immergiamo nel nostro sogno, proprio come un bruco s’immerge nel bozzolo e sogna di diventare farfalla noi sogniamo ciò che vogliamo diventare o raggiungere nella realtà di consenso. 
   La chiusura degli occhi ci aiuta nella focalizzazione del nostro obiettivo e possiamo visualizzarlo sotto forma di immagine statica persistente oppure, se non riuscite farne a meno, createvi un piccolo film mentale basato su immagini diverse ma nel fare ciò è importante non arricchire di troppi particolari (persone, cose, luoghi e avvenimenti) la visualizzazione che vogliamo si realizzi nella nostra vita. 



Posizione della crisalide in Dream-Kyudo.

 
 Nella focalizzazione è importante trattenere l’immagine del sogno nella nostra mente, non giudicarlo con i propri pregiudizi e in tutto questo processo rimanere a cuor leggero riguardo la sua realizzazione. Uno dei segreti del modellamento della realtà è dare il giusto segnale all’inconscio affinché il nostro sogno si depositi in esso e questo poi porti l’informazione all’onda pilota che struttura la realtà fisica. Se interagiamo sensorialmente con il sogno, immaginandocelo mentalmente come se lo stessimo vivendo, l’encefalo lo interpreta come un avvenimento che sta già accadendo e lo registra nell’inconscio come tale, proprio come accade quando addormentati sogniamo giacché il cervello non comprende che è un sogno ma lo interpreta come esperienza reale. Questo significa che per il nostro inconscio, una volta finito il processo di focalizzazione, computa il nostro obiettivo come avvenuto e lo “archivia” nel database degli eventi già esperiti e ciò non ci permette di modellare l’onda pilota (codice di struttura della realtà che si esplica con il collasso d’onda di specifici eventi) affinché il sogno si realizzi nel nostro prossimo futuro. Per questo è importante far registrare il sogno nel nostro inconscio con la dicitura ‘da esperire’, di modo che quest’ultimo modelli la realtà in base al nostro personale programma e per fare ciò non lo dobbiamo arricchire di particolari o fantasticarci troppo emozionandoci in maniera incontrollata caricandolo così di potenziale superfluo.
   Nella posizione della crisalide rimaniamo per tutto il tempo che ci serve per focalizzarci sul nostro sogno; nel fare questo è importante che il sogno ci faccia star bene e non ci crei tensioni dovute a un desiderio fuori controllo o a un’ansia da prestazioni nel volerlo raggiungere subito. Nel modellamento della realtà non dobbiamo mai essere sopraffatti emozionalmente dai nostri sogni, è saggio far propria l’attitudine mentale di chi vuole raggiungere il proprio sogno con tutto il suo cuore e, contemporaneamente, vive questo desiderio in maniera distaccata senza che il cuore soffra perché al momento non ha raggiunto l’obiettivo. Si desidera ribadire che nel modellamento della realtà è necessario lavorare a cuor leggero, sentendo dentro di noi che il sogno si realizzerà quando sarà il momento. Nel momento in cui sentiamo che la focalizzazione/visualizzazione é sufficiente (e può succedere di sentire quasi un leggero flusso di noia) ci si lascia fluire alla prossima posizione. 


Approfondimento

   Nel Deam-Kyudo la mente si focalizza nel sogno ma può accadere che vengono generati alcuni pensieri consci o subconsci che hanno con sé elementi di giudizio riguardo al nostro sogno. Ad esempio questi pensieri possono portare considerazioni del tipo che noi non ci meritiamo di poter raggiungere l’obiettivo che stiamo sognando, che esso è troppo difficile da raggiungere oppure che ci voglia troppo tempo, ecc. Questi pensieri vanno rispediti subito al mittente affinché essi non influenzino il nostro allenamento al modellamento della realtà. Solo quando abbiamo finito la sessione di tiro, o in un secondo momento, possiamo analizzare questi pensieri chiedendoci perché la nostra mente li ha generati, cosa li ha fatti nascere, se ci sono state altre considerazioni, voci nella testa, condizionamenti mentali dovuti all’educazione, a qualcosa o qualcuno che ci ha influenzato, ecc., e si analizza se questi pensieri sabotanti siano presenti ogniqualvolta pensiamo ai nostri sogni e obiettivi. Quest’auto-analisi ci aiuta a capire le meccaniche e sequenze lineari dei nostri pensieri. Se ogni volta che pensiamo a un nostro obiettivo o sogno si accendono dei pensieri negativi (il termine corretto è contro-pensieri poiché annullano i pensieri che immettiamo nella direzione dei nostri sogni e obiettivi) é il caso di staccare il meccanismo neurale di sabotaggio trovando una strategia funzionale alla nostra forma mentis
   Durante la sequenza e l’esito del tiro questi sono specchi del nostro modo di processare pensiero causativo, ricordandoci che come frecce i nostri pensieri alla lunga raggiungono il loro bersaglio e pertanto è saggio scoccare pensieri che vanno nella direzione di “bersagli” che noi desideriamo esperire nella nostra realtà anziché in quelli che non vogliamo.




Sequenza di alcune posizioni della modalità Blind-Kyudo ove l’arciere deve compiere il tiro bendato. 


METAFORA E ADDESTRAMENTO

La volontà, l’energia e la visualizzazione sono indispensabili 
nel modellamento della realtà, senza la prima 
non si avrà la voglia di impugnare l’arco 
per centrale il proprio obiettivo, 
senza la seconda non si avrà la forza sufficiente
 per scoccare la freccia, 
senza la terza il proprio tiro 
sarà cieco e la freccia andrà in qualsiasi direzione.


   Nella via dell’arco non dobbiamo avere alcuna resistenza nel fidarci del nostro inconscio, lasciamo che sia questi a mirare e a decidere quando le nostre dita si allenteranno permettendo alla corda di scagliare la freccia, autorizzando così il nostro inconscio a fungere da amplificatore impersonale della nostra volontà. Tutto questo non significa che bisogna essere fatalisti nel tiro o nella vita quanto piuttosto essere consci della nostra responsabilità nelle cose che accadono nella nostra vita; la freccia così come la nostra realtà sono l’estensione della nostra mente, il destino della freccia e del proprio modellamento della realtà è scritto nella nostra mente prima ancora del tiro. La via dell’arco è, per certi versi, una metafora della vita o un addestramento al saper vivere con la giusta intenzione, codice personale e bellezza, ovvero trovare il proprio shin zen bi. La volontà, l’energia e la visualizzazione sono indispensabili nel modellamento della realtà, senza la prima non si avrà la voglia di impugnare l’arco per centrale il proprio obiettivo, senza la seconda non si avrà la forza sufficiente per scoccare la freccia, senza la terza il proprio tiro sarà cieco e la freccia andrà in qualsiasi direzione.

 


Versione ampliata dell'articolo originariamente pubblicato su Nexus New Times n. 119



Per approfondire:

Zenix - Kyudo - La mente è la freccia la realtà è il bersaglio