Su un (ormai) vecchio numero di NEXUS abbiamo dedicato spazio alla ricerca tutta italiana sulle reazioni piezonucleari, con questo eccellente saggio, che ne ripercorre le tappe, i risultati e le prospettive, anche in termini di rivoluzionarie applicazioni tecnologiche. L'articolo è del 2012, quindi nel frattempo di strada ne è stata percorsa, ma può agevolare tutti coloro che siano a digiuno dell'argomento. Buona lettura!



Negli anni ’90 del secolo scorso, due fisici italiani, Fabio Cardone e Roberto Mignani, hanno iniziato a sviluppare una teoria fenomenologica che prendesse in considerazione i limiti dell‘Invarianza Locale di Lorentz. (1, 2) Questa simmetria è alla base di tutte le teorie fisiche oggi note tranne, ovviamente, quelle che si occupano della sua stessa violazione. Esistono diversi tentativi teorici per prevedere questa violazione i quali, tuttavia, partono dall’idea preconcetta che i limiti di questa teoria debbano trovarsi ad energie elevatissime non raggiungibili, purtroppo, in alcun esperimento di laboratorio. Al contrario, i fisici sopra nominati hanno deformato il tensore metrico Minkowskiano della teoria della Relatività Speciale di Einstein mediante un parametro E, avente le dimensioni di un’energia, ricercando evidenze sperimentali esistenti (per le 4 interazioni fondamentali) che presentassero anomalie rispetto alle previsioni teoriche in accordo con l’invarianza di Lorentz. Analizzando con il loro formalismo queste evidenze sperimentali, essi hanno quantificato il parametro E e trovato le espressioni matematiche che esprimono il tensore metrico in funzione dell’energia E del fenomeno fisico in esame. Questo ha permesso loro di fare delle previsioni che potessero essere “falsificate” mediante esperimenti. In particolare, per quanto riguarda l’interazione fondamentale adronica, più comunemente nota come forza nucleare forte, la previsione dice che se si riesce a concentrare in un volume microscopico e in un intervallo di tempo brevissimo, un’energia maggiore o uguale a 367.5 GeV possono essere prodotti fenomeni nucleari di nuovo tipo. Queste previsioni hanno spinto la ricerca verso la progettazione e la successiva attuazione di esperimenti rivolti verso la loro stessa verifica. Il fenomeno che potenzialmente soddisfa le tre richieste in termini di spazio, tempo ed energia è la cavitazione, cioè la nucleazione e il successivo collasso violento e repentino di bolle di gas all’interno di un liquido sottoposto, per esempio, ad ultrasuoni.
In senso stretto le prime campagne di esperimenti piezonucleari hanno avuto inizio nel 1998. Ultrasuoni sono stati applicati in acqua deionizzata bidistillata in modo da produrre cavitazione. Questo fenomeno, come abbiamo detto, comporta il collasso brusco e violento delle bolle di gas contenute nel liquido ed è in grado di soddisfare i requisiti per innescare un nuovo tipo di reazioni nucleari previste della Teoria della Relatività Deformata.1, 2 Il contenuto di acqua è stato analizzato prima e dopo l'applicazione di ultrasuoni mediante tre diversi tipi di spettroscopia di massa, in modo da confrontare la concentrazione degli elementi prima e dopo il trattamento e possibilmente scoprire alcune variazioni interessanti.
Sono state ottenute tre evidenze: (3, 4)

  1. diminuzione di elementi leggeri e aumento di quelli pesanti, l'uranio in particolare;
  2. aumento nel range di massa 210-238; aumento e poi diminuzione nel range di massa 238-270 (radionuclidi);
  3. analisi delle concentrazioni degli elementi durante la cavitazione: l'ICP-MS ha individuato una massa di 137,93 amu la cui concentrazione aveva andamento ciclico: comparsa, aumento, diminuzione, scomparsa... e così via. Si è stimato da questi cicli, un tempo di emivita di 12 secondi e dall’incrocio tra il valore della massa e questo valore di mezza vita si è concluso che si trattava del radionuclide Eu-138.

Inoltre, effettuando verifiche di bilanciamento di massa tra i nuclidi la cui concentrazione era diminuita e quelli per i quali era aumentata, si è scoperto che mentre il numero di protoni si era conservato, il numero di neutroni era diminuito. Questa evidenza ha indicato chiaramente la direzione verso cui dovevano essere indirizzati i futuri esperimenti: scoprire se i neutroni mancanti fossero stati emessi durante la cavitazione.


Nel 2005 è stata iniziata una nuova campagna di sperimentazione in collaborazione con l'Esercito Italiano che ha patrocinato tutti gli esperimenti. È stata progettata e costruita una macchina ad ultrasuoni in collaborazione con i tecnici militari ed i tecnici della ditta STARTEC s.r.l. che ha fornito la competenza per gli ultrasuoni e le parti da assemblare. Questa macchina è stata progettata per essere in grado di compiere un lavoro continuativo, a differenza delle macchine ad ultrasuoni utilizzate negli esperimenti precedenti che dovevano essere ciclicamente spente per permetterne il raffreddamento. Questa caratteristica di poter funzionare in maniera continuativa si è rivelata fondamentale per il raggiungimento di risultati positivi. È stata indotta cavitazione ultrasonica in soluzioni di litio, alluminio e ferro. I neutroni sono stati rilevati solo durante la cavitazione delle soluzioni di ferro mediante rivelatori a bolle (Defender - BTI), in cui le bolle, segno della rivelazione di neutroni, hanno iniziato ad apparire solo dopo 40 minuti di applicazione degli ultrasuoni. (5)
In figura 1, a sinistra, vengono mostrati due rivelatori che presentano delle bolle prodotte da neutroni piezonucleari, sulla destra, invece, sono mostrati due rivelatori che hanno monitorato il fondo ambientale di neutroni. Si fa notare che le bolle nei due rivelatori a sinistra, rispetto alle bolle nei rivelatori di destra, hanno un diametro maggiore e sono distribuite nella parte bassa del rivelatore stesso la quale si trovava in corrispondenza della zona di cavitazione. L’emissione ha quindi tropismo.
In questa campagna sperimentale, è stato eseguito anche un esperimento di cavitazione ultrasonica su soluzioni di Th-228 a concentrazioni molto basse. (6, 7, 8, 9) Lo scopo di questo esperimento era quello di scoprire se i processi che avvengono durante la cavitazione e che interessano il ferro, potessero interessare anche il Torio-228 e ridurne la radioattività. In figura 2 sono mostrate le evidenze sperimentali che indicano il dimezzamento della radiazione e il dimezzamento del contenuto di Torio dopo 90 minuti di trattamento del ultrasuoni. La radioattività è stata fotografata mediante rivelatori a traccia PADC.


Sopra: dall'alto, figura 1 e figura 2


Nel 2006 il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha iniziato a interessarsi a queste evidenze e gli esperimenti sono continuati nei laboratori presso l'Area della Ricerca di Roma1-Montelibretti. L'Esercito Italiano ha prestato tutta l'attrezzatura ad ultrasuoni al CNR insieme ai nuovi rivelatori a bolle, Defender XL, che aveva appena acquistato.
Gli esperimenti si sono focalizzati su soluzioni di ferro a diverse concentrazioni trattate a diverse energie. Si sono ottenute evidenze di neutroni sia dai suddetti rivelatori a bolle, sia da rivelatori a traccia PADC schermati mediante Boro per ottenere la conversione da neutroni a particelle alfa che hanno prodotto le tracce. (10)
Le figure 3 e 4 mostrano, rispettivamente, un esempio di bolle e di tracce ottenute con i suddetti rivelatori. In particolare, la figura 3 mostra la posizione reciproca della camera di reazione con inserito il sonotrodo in acciaio ed il rilevatore termodinamico in cui il gruppo di bolle è cerchiato. La figura 4 mostra, invece, un confronto tra le tracce prodotte dai neutroni piezonucleari (sinistra) e quelle prodotte dai neutroni dal reattore nucleare TAPIRO-Casaccia (a destra).


Sopra: dall'alto, figura 3 e figura 4.


In questi esperimenti si è ottenuto il 100% di ripetibilità di emissione di neutroni rivelati da entrambi i tipi di rivelatori. Da questa grande quantità di dati si sono prodotti grafici che mostrano la quantità (dose equivalente) di neutroni emessi in funzione del tempo. Un esempio di questi grafici è riportato in figura 5.


Sopra: figura 5.


Nel 2007 questi esperimenti sono stati trasferiti ai laboratori dell'Esercito Italiano (CeT.LI-NBC) di Civitavecchia. L'intero apparato sperimentale (macchina ad ultrasuoni e rilevatori) è stato spostato in questa nuova sede e l’ARPA Lazio ha acquistato e messo a disposizione degli esperimenti un nuovo contatore di neutroni al trifluoruro di Boro (BF3) al fine di ottenere ulteriori evidenze di emissioni di neutroni mediante rivelatori attivi. In figura 6, viene mostrato l’apparato sperimentale.10 Al centro si vede la camera di cavitazione con il sonotrodo in acciaio inserito, a sinistra c’è il rivelatore BF3 (ingombrante e bianco) e alla destra il sottile tubo orizzontale è un rilevatore termodinamico a bolle. La Figura 7 mostra un grafico del flusso di neutroni in funzione del tempo ottenuto mediante BF3. Si vuole sottolineare un’evidenza sperimentale degna di nota riguardante i due suddetti rivelatori. Meno di 10 secondi dopo la visualizzazione nel grafico del primo picco di neutroni rivelato dal BF3, si sono formate delle bolle all’interno del rivelatore termodinamico. Questa coincidenza temporale (se si trascura l’inerzia del rivelatore a bolle) è una solida conferma dell’emissione di neutroni poiché i processi di rivelazione dei due rivelatori sono completamente diversi. Questa campagna sperimentale insieme alla relativa analisi dei dati è continuata fino a dopo la metà del 2008. Ulteriori rivelatori attivi di neutroni, due He-3 e un contatore gamma, sono stati forniti dalla Ansaldo Nucleare, interessata, insieme al CNR, a queste evidenze.


Sopra: figura 6 e figura 7.


Dopo quasi 9 anni di esperimenti e di riflessioni e sulla base del meccanismo fenomenologico individuato come fattore scatenante di queste reazioni piezonucleari (variazione brusca e rapidissima della pressione applicata), è stata formulata un’ipotesi  riguardo la possibilità di iniziare una nuova linea sperimentale con lo scopo di studiare l’applicazione di queste variazioni di pressione (mediante una pressa o mediante ultrasuoni) a dei materiali solidi ricchi di ferro come per esempio possono essere delle rocce o direttamente barrette o tondini di ferro. Si era infatti compreso che tanto maggiore è la quantità di ferro contenuta nelle soluzioni, tanto maggiore risulta essere l’ampiezza dei picchi di emissione neutronica. L’ipotesi si basava sul fatto che ogni materiale solido presenta al suo interno delle disomogeneità e delle cavità che possono, quando sono compresse, subire un processo catastrofico simile a quello del collasso di una bolla di gas interna ad un liquido sottoposto a compressioni [vedi l’introduzione della referenza 11].

Nel 2008, questa nuova linea sperimentale sui solidi è stata avviata al Politecnico di Torino. (12, 13, 14, 15) I solidi utilizzati sono stati provini di marmo e di granito sottoposti a compressione mediante una pressa e portati a frattura. Intorno ai provini sono stati posizionati due tipi di rivelatori di neutroni: rivelatori termodinamici a bolle e rivelatori attivi ad He-3. Si sono ottenute chiare evidenze di emissione di neutroni da entrambi i rivelatori all’atto della frattura del granito ma non del marmo. Questa differenza di comportamento dei due tipi di roccia può essere spiegata da due considerazioni: il granito contiene una quantità rilevante di ferro, assente nel marmo; la frattura del granito è fragile, cioè avviene in modo rapido e catastrofico, mentre la frattura nel marmo è più duttile e, quindi, meno rapida e catastrofica. La Figura 8 mostra il granito fratturato e la rampa di aumento del carico ad esso applicato fino alla rottura del provino. Nello stesso grafico, nell’istante di rottura del provino, quando cioè il carico torna bruscamente a zero, si vede il picco di neutroni ottenuto mediante il rivelatore ad He-3. Anche in questi esperimenti, così come per quelli del 2008, si è ottenuta la concomitanza delle rivelazioni di neutroni da parte di due rivelatori diversi: attivo ad He-3 e passivo termodinamico a bolle. La figura 9 mostra, viceversa, la frattura duttile del marmo e l'assenza del picco di neutroni.


Sopra: il picco di neutroni ottenuto mediante il rivelatore ad He-3.

Sopra: figura 8.

Sopra: figura 9.


Sulla scia del successo degli esperimenti presso il Politecnico di Torino, che hanno confermato l’ipotesi sull’importanza di avere un’alta concentrazione di ferro, nel 2009 ulteriori esperimenti sono stati avviati dalla STARTEC s.r.l. a Milano. Questa ditta, che si occupa di apparecchiature ad ultrasuoni, ha costruito una machina dedicata al trattamento con ultrasuoni di barrette di ferrite o acciaio. Le misure di neutroni sono state effettuate mediante uno spettrometro di neutroni e un contatore di neutroni. (11) La Figura 10 mostra il confronto di tre spettri ottenuti monitorando per un’ora rispettivamente il fondo ambientale, una barretta di ferrite di 20 cm e diametro di 2 cm sottoposta ad ultrasuoni di 19 W per un’ora e una barretta identica di acciaio sottoposta allo stesso trattamento. Al termine dell'applicazione di ultrasuoni a una potenza molto bassa (19 Watt), sulla superficie laterale di queste barrette (superficie che non era in contatto con il sonotrodo) sono apparsi danneggiamenti di forma regolare, completamente incompatibili con un danneggiamento meccanico prodotto da ultrasuoni. La Figura 11 mostra una barretta con diversi danneggiamenti e l’ingrandimento di uno di questi. Inoltre, nella tabella viene fatto il confronto tra la microanalisi a raggi x della superficie non danneggiata e quella della superficie danneggiata. Appaiono variazioni macroscopiche della concentrazione di elementi come il C, O e Fe e la comparsa di elementi non presenti sulla superficie non danneggiata. Si è ipotizzato che questi danneggiamenti siano stati prodotti da reazioni piezonucleari avvenute superficialmente o in uno strato appena al disotto della superficie, dove possono essere presenti disomogeneità e cavità (come detto più sopra) che possono subire il collasso se soggette a variazioni di pressione e che i neutroni emessi siano stati prodotti da queste reazioni.


Sopra: figura 10.

Sopra: confronto tra microanalisi a raggi X della superficie non danneggiata a quella della superficie danneggiata.

Sopra: figura 11.


Nel 2010 si sono ottenute altre evidenze positive di emissione di neutroni nuovamente a Torino presso il Politecnico. Alcuni esperimenti sono stati condotti su granito sottoposto sia a compressioni monotone (la compressione del provino aumenta sempre) mediante una pressa fino a rottura, sia a compressioni cicliche in cui il carico veniva aumentato e diminuito senza mai raggiungere il valore di rottura del provino. (16) In figura 12 sono mostrate le evidenze di neutroni ottenute mediante compressioni monotone. Inoltre sono stati eseguiti esperimenti su provini di basalto trattati con ultrasuoni. Anche in questo caso si sono ottenute evidenze di neutroni mediante rivelatori attivi He-3 e rivelatori passivi a bolle e si sono ottenuti danneggiamenti dei provini simili a quelli ottenuti per le barre di ferrite e acciaio.


Sopra: figura 12.

Sopra: provini di basalto trattati con ultrasuoni.


Nel 2011, esperimenti simili sono stati avviati presso la Università Politecnica Marche, dove barre di acciaio hanno subito cicli di compressione e rilassamento mediante una pressa. (17, 18) Al contrario delle precedenti sperimentazioni, in questi esperimenti l’attenzione è stata rivolta verso l’emissione di particelle alfa (nuclei di elio – composti da 2 protoni e 2 neutroni) che è stata misurata mediante tre tecniche, due attive e una passiva: scintillatore solido (ZnS); geiger counter (contatore a gas); rivelatori a traccia PADC. La necessità di verificare l’emissione di particelle alfa è sorta a partire dai risultati degli esperimenti svolti nel 2009 a Milano, nel corso dei quali erano state ipotizzate reazioni piezonucleari in cui tra i prodotti di reazione fossero presenti queste particelle. (11) La figura 13 mostra, in alto a sinistra, un grafico in cui sono visibili le compressioni cicliche insieme a delle barrette verticali che indicano gli impulsi di particelle alfa emesse durante le compressioni. Inoltre, in basso a destra, viene mostrato un rivelatore a tracce, PADC, con alcune tracce alfa evidenziate. Tutti e tre i rivelatori, nonostante le tre diverse caratteristiche, sono in accordo l’uno con l'altro nell’aver rivelato emissioni alfa.


Sopra: figura 13.


Nel 2012, presso l'Università di Urbino, è stata iniziata l'analisi accurata di tutti i materiali trattati con ultrasuoni o pressa. (19) In particolare sono state analizzate le barre di ferrite. Queste analisi sono state effettuate mediante ESEM-EDS sia per studiare la morfologia dei danni, di cui dicevamo sopra, sia per studiare la variazione della concentrazione degli elementi nelle aree danneggiate rispetto alla concentrazione nelle parti non danneggiate. Accanto ai danni superficiali delle barre di acciaio e ferrite, sono stati scoperti danni interni. In particolare, è stata riscontrata una densità particolarmente elevata di cavità dal diametro intorno a 10 micron, appena sotto la superficie danneggiata. La Figura 14 mostra l’interno di queste cavità con e senza il materiale di reazione. La Figura 15 mostra, invece, i risultati delle microanalisi eseguite sulla barra integra, sulla superficie danneggiata e internamente alle cavità interne. Sono ben visibili evidenze di variazioni significative di concentrazione di elementi presenti e la comparsa di elementi non presenti nella barra non sottoposta ad ultrasuoni.


Sopra: figura 14.

Sopra: figura 15.


Nonostante la mancanza di un largo consenso da parte della comunità scientifica, le reazioni piezonucleari hanno prodotto finora un ampio insieme di evidenze positive (emissione di neutroni, trasmutazioni anomale, assenza di raggi gamma al di sopra del fondo, emissione di particelle alfa) ottenuti da diversi laboratori, da ricercatori diversi e mediante tecniche anche molto diverse. Questi fatti sperimentali, così ottenuti, costituiscono perciò una ragguardevole conferma delle previsioni teoriche e una solida base da cui proseguire l’attività di ricerca, guidati sia dalla teoria ma anche e soprattutto da tutti gli importanti dettagli e indicazioni sperimentali fin qui ottenuti. Infatti, grazie all'esperienza acquisita a partire dal 1998 fino ad oggi, i tempi per la progettazione di esperimenti (in acqua, in soluzioni di ferro, su rocce disomogenee ricche di ferro, su barre di acciaio), la loro implementazione e l’ottenimento di risultati positivi, si sono accorciati. Ciò indica che le variabili importanti che controllano questi nuovi fenomeni diventano sempre più evidenti di giorno in giorno.

Da un punto di vista tecnologico, le reazioni piezonucleari sono applicabili e potranno produrre benefici in diversi campi: fonti di energia a partire dal ferro o da altri elementi stabili pesanti o di peso medio come il ferro; trasformazione di materiali con applicazione medica per il trattamento di tumori o industriale per la produzione di materiali di alta purezza; trattamento delle scorie nucleari, al fine di trasformarle in materiali inerti non seguendo la catena di decadimento e quindi non prodotti mediante un decadimento accelerato, ma trasformati da altri meccanismi.

Per raggiungere questi obiettivi sarà necessario eseguire diverse campagne sperimentali più di natura tecnica che di natura scientifica, mediante diverse tecniche di applicazione della pressione (cavitazione indotta dagli ultrasuoni o strumenti idrodinamici, compressioni da pressa meccanica, cavitazione elettroidrodinamica). Anche i materiali e gli elementi chimici utilizzati saranno diversi: oltre al ferro, infatti, altri elementi stabili di medio peso (come il ferro) o più pesanti possono produrre risultati simili o addirittura amplificare gli effetti. Si utilizzeranno anche tecniche diverse per studiare l’interno del materiale prima e dopo le applicazioni di pressione sia morfologicamente, per cercare i siti di reazione e studiare le loro caratteristiche, sia chimicamente al fine di confrontare gli elementi chimici prima e dopo il trattamento (microscopia elettronica a scansione – SEM, spettroscopia X a dispersione di energia – EDS, tomografia a raggi X, tomografia neutronica, analisi per attivazione neutronica – INAA, spettrometria di massa). Occorreranno anche alcune tecniche per trattare materiale radioattivo a basso-medio dosaggio che sarà o prodotto mediante INAA o si potrà ricevere dai laboratori di radiodiagnostica ospedalieri, con il fine di sottoporlo a variazioni di pressione, come più su descritte, per trasformare i radionuclidi in elementi stabili. Infine, sarà sempre necessario monitorare e misurare la radiazione emessa (neutroni, particelle alfa, protoni, elettroni, positroni) per comprenderne le caratteristiche di emissione ed imparare ad avere un migliore controllo dei parametri che governano queste reazioni ed adattarle alle esigenze tecnologiche di cui abbiamo parlato.


Bibliografia

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[2] F. Cardone, R.Mignani, Deformed Space-time, Springer, Berlin (2007)

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[4] F. Cardone , R. Mignani, W. Perconti , E. Pessa and G. Spera, Nucleosynthesis of an Artificial Radionuclide by Cavitation, Gravitation & Cosmology, Vol. 11 (2005), No. 1_2 (41_42), pp. 1_3. Proceedings of the Internation Conference on Cosmoparticle Physics _Cosmion-2004_c 2005 Russian Gravitational Society

[5] F. Cardone, G. Cherubini, R. Mignani, W. Perconti, A. Petrucci, F. Rosetto, G. Spera, Neutrons from Piezonuclear Reactions, Annales de la Fondation Louis de Broglie, Volume 34 no 2, 2009 183

[6] F. Cardone, R. Mignani, Andrea Petrucci, Piezonuclear decay of thorium, Physics Letters A 373 (2009) 1956–1958     

[7] F. Cardone , R. Mignani, A. Petrucci, Reply to“Comment on ‘Piezonuclear decay of thorium’ [Phys. Lett. A 373 (2009) 1956]”[Phys. Lett. A 373 (2009) 3795], Physics Letters A 373 (2009) 3797–3800

[8] F. Cardone , R. Mignani, A. Petrucci, Reply to “Comment on ‘Piezonuclear decay of thorium’ [Phys. Lett. A 373 (2009) 1956]” [Phys. Lett. A 374 (2009) 696], Physics Letters A 374 (2010) 698–700

[9] F. Cardone , R. Mignani, A. Petrucci, Remarks on the cavitation of Thorium-228, arXiv:1001.5391v1 [physics.gen-ph] 29 Jan 2010

[10] F. Cardone, G. Cherubini, A. Petrucci, Piezonuclear neutrons, Physics Letters A 373 (2009) 862–866     

[11] F. Cardone, R. Mignani, M. Monti, A Petrucci, V. Sala, Piezonuclear Neutrons from Iron, Modern Physics Letters A Vol. 27, No. 18 (2012) 1250102 (11 pages)

[12] A. Carpinteri, F. Cardone, G. Lacidogna, Piezonuclear Neutrons From Brittle Fracture:Early Results of Mechanical Compression Tests, Strain (2009) doi: 10.1111/j.1475-1305.2008.00615.x

[13] F. Cardone, A. Carpinteri, G. Lacidogna, Piezonuclear neutrons from fracturing of inert solids, Physics Letters A 373 (2009) 4158–4163

[14] A. Carpinteri, F. Cardone, G. Lacidogna, Energy Emissions from Failure Phenomena: Mechanical, Electromagnetic, Nuclear, Experimental Mechanics (2010) 50:1235–1243       

[15] A. Carpinteri, A. Chiodoni, A. Manuello, R. Sandrone, Compositional and Microchemical Evidence of Piezonuclear Fission Reactions in Rock Specimens Subjected to Compression Tests, Strain (2010), doi: 10.1111/j.1475-1305.2010.00767.x

[16] A. Carpinteri, O. Borla, G. Lacidogna, A. Manuello, Neutron emissions in brittel rocks during compression tests: Monotonic vs cyclic loading, Physical Mesomechanics 13, 5-6, (2010) 268-274

[17] F. Cardone, V. Calbucci, G. Albertini, Possible Evidence of Piezonuclear Alpha Emission, Journal of Advanced Physics, Vol. 2, pp. 1–5, 2013

[18] G. Albertini, V. Calbucci, F. Cardone, G. Fattorini, R. Mignani, A. Petrucci, F. Ridolfi,  A. Rotili, Evidence of alpha emission from compressed steel bars, International Journal of Modern Physics. B. (in press)

[19] F. Ridolfi, F. Cardone, G. Albertini, Ultrasonic Damages in Iron, Journal of Advanced Physics, Vol. 2, pp. 1–5, 2013


L'autore:

Andrea Petrucci è nato a Roma nel 1973. Ha conseguito il suo MSc (Master of Science) in ingegneria elettronica nel 1998 e, dopo aver lavorato un paio d’anni per la IBM in qualità di programmatore, è tornato all’università per studiare fisica e ha ottenuto un MSc in Fisica Teorica nel 2006. Attualmente collabora attivamente col professor Fabio Cardone del CNR e col professor Roberto Mignani nello studio delle proprietà sperimentali e teoriche della rottura dell’invarianza locale di Lorentz. Dal 2004-2005, presso l’Università degli Studi dell’Aquila, ha condotto un esperimento fotonico allo scopo di misurare la deformazione dello spazio-tempo microscopico e quindi verificare le predizioni della Relatività Speciale Deformata (DSR) sviluppata da Cardone e Mignani. Tra il 2006 e il 2007 è stato ricercatore per il CNR in qualità di responsabile tecnico e co-responsabile scientifico per una serie di misurazioni di emissioni di neutroni e gamma durante esperimenti piezonucleari destinati a verificare le predizioni della DSR, eseguite in collaborazione con l’Esercito Italiano tramite ultrasuoni e cavitazione applicati a soluzioni ferrose. Nel 2008 e 2009 ha collaborato con LNF-INFN, in particolare col gruppo dei nanomateriali. In tale occasione ha eseguito misurazioni elettromagnetiche su nanotubi di carbonio. Nello stesso periodo è stato nominato dal CNR e dall’Ansaldo Nucleare responsabile tecnico e co-responsabile scientifico insieme al professor Cardone per una seconda campagna di esperimenti piezonucleari in collaborazione con l’Esercito Italiano. È stato relatore in cinque conferenze internazionali su fotonica, ottica, elettromagnetismo e scienza nucleare della materia condensata in Belgio, Italia, India, Cina e Singapore. È autore di venti articoli su riviste scientifiche internazionali con referaggio.


Il presente articolo è stato pubblicato originariamente su NEXUS New Times nr. 105 (agosto-settembre 2013). Ogni ripubblicazione è gradita previo riferimento all'autore e a questa dicitura.

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