Il fondamentale libro di Andrew Spannaus su Donald Trump

Il giornalista e politologo Andrew Spannaus apre il suo interessantissimo e approfondito libro “Perché vince Trump”, edito da Mimesis, con un’affermazione forte, ricordando ai lettori di lingua italiana che, al di là delle sparate razziste e xenofobe, le sole lasciate emergere dal sistema mediatico, tutto prono ai poteri forti che sospingono la Clinton, Donald Trump

“si è posizionato a sinistra non solo del proprio partito, ma anche di Hillary Clinton”.

Il mostro bicefalo democratico-repubblicano, come non solo io lo definisco, da anni esprime candidati che al di là delle differenze di facciata promuovono tutti  “meno welfare, più finanza e più guerra”, come spiega Spannaus. Tuttavia questa volta la rivolta dei cittadini e degli elettori a stelle e strisce è stata più forte degli interessi delle multinazionali e dei politici a loro subalterni. In campo democratico la rivolta è quasi riuscita a imporre Sanders, in quello repubblicano invece Trump ha scardinato ogni possibilità di vittoria del vecchio apparato del partito.
Trump è

“contro il TPP, l’accordo di libero scambio con le nazioni che si affacciano sul Pacifico, paragonato agli accordi del passato che hanno già tolto lavoro produttivo agli americani” e in egual maniera, come tutta la sinistra radicale europea, è contro il TTIP, il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti, ancora in discussione, ma invocato dalla Clinton e da tutto l’establishment. Proprio contro l’establishment lotta Trump, perché gli apparati dei due maggiori partiti pensano ai loro interessi e a quelli dei poteri forti con i quali sono conniventi e “non a quelli della maggioranza della popolazione”, tanto che “la differenza tra i democratici e i repubblicani è meno rilevante di quella tra il sistema di potere centralizzato e la popolazione in generale”.

Il disastroso intervento bellicista del segretario di stato Hillary Clinton in Libia è solo uno degli infiniti punti di distanza in politica estera tra i due candidati. I circoli militari e dell’industria delle armi vogliono guerre e contrapposizioni forti con Cina e Russia, la Clinton soddisfa il loro desiderio. Trump al contrario propone una cooperazione pacifica. Trump è contro quella che Spannaus definisce “la politica di guerra continua” e contro la tendenza a spalleggiare le guerre in Medio Oriente a fianco dei sauditi. Sempre Spannaus ammonisce:

“Donald Trump attacca il presidente Obama perché fa troppe guerre, Hillary Clinton lo attacca perché ne fa troppo poche”

e sappiamo bene che i cittadini statunitensi di guerre non ne vogliono più.

Vale la pena leggere un lungo brano, potentemente esplicativo, di Spannaus: “Sono due le grandi aree tematiche su cui la politica dell’establishment è stata messa in discussione: l’economia e la politica estera. Donald Trump conduce una campagna incentrata sulla necessità di porre fine a un declino economico che dura da quarant’anni, una trasformazione che comporta la perdita di posti di lavoro produttivi e soprattutto la perdita della forza e dell’orgoglio della classe media americana. Punta il dito sui nuovi trattati commerciali che rappresenteranno la continuità con la politica che favorisce i grandi capitali, senza fornire soluzioni a chi viene lasciato indietro. È una critica all’economia dei bassi costi, alla precarietà, alla grande finanza di Wall Street e a tutti i danni che ha creato negli ultimi anni. Sul fronte della politica estera la sfida è altrettanto profonda. La maggior parte degli elettori alle primarie ha votato per candidati che criticano gli interventi militari all’estero. Finora la politica americana non aveva offerto molte alternative, soprattutto sul versante repubblicano. Ora è evidente che la popolazione è pronta per un cambiamento vero. La mentalità della guerra al terrorismo e delle guerre per motivi geopolitici dovrà cambiare. Donald Trump propone perfino di ripensare la Nato, di riconoscere che il mondo della Guerra Fredda non c’è più, e di collaborare con la Russia per combattere la nuova grande sfida di questi anni: il terrorismo. Con questa uscita ha sorpreso tutti, mettendo in discussione la ragion d’essere di intere istituzioni. È difficile concepire la fine della Nato a breve, però in un certo senso si può ringraziare Trump per aver posto domande esistenziali riguardo alla situazione strategica mondiale. La campagna elettorale del 2016 ricorda la famosa favola di Hans Christian Andersen sui vestiti nuovi dell’imperatore. Nel mondo politico americano, e occidentale in generale, l’élite si era convinta di poter gestire la politica senza preoccuparsi degli effetti a lungo termine su una grande fetta della popolazione. I due grandi schieramenti si scontravano su temi sociali e sul peso relativo dello Stato in economia, ma senza mettere in discussione i meccanismi di base del sistema. L’esplosione dell’opposizione organizzata, per quanto fuori dagli schemi, non deve essere una sorpresa. Il re è nudo. Ci è voluto Donald Trump per dirlo, o almeno per dirlo in modo abbastanza forte da farsi sentire”.

Spannaus in questa rivolta legge un richiamo alle radici culturali del suo paese: “Da sempre esiste un conflitto interno agli Stati Uniti, tra la fazione più liberista, spesso alleata della vecchia potenza imperiale, la Gran Bretagna, e i nazionalisti che hanno utilizzato strumenti statali per avviare grandi periodi di progresso economico e sociale, da Alexander Hamilton ad Abramo Lincoln, a Franklin Delano Roosevelt.”

Gli statunitensi infatti non ne vogliono più sapere del liberismo sfrenato: “Con la deregulation delle industrie aumentava la competizione sui costi; con la deregulation finanziaria i grandi capitali acquisirono un peso enorme, promettendo grandi guadagni a chi si poteva permettere partecipazioni azionarie nei mercati finanziari, guadagni che spesso erano legati all’indebolimento dell’economia reale”, e quindi per contrasto un devastante peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza dei cittadini. La Clinton tra l’altro è la consorte del presidente che ha fomentato la finanza speculativa e le conseguenti riforme strutturali, ovvero altri tagli e altri problemi per i lavoratori. Spannaus ricorda: “D’altra parte il mondo liberalizzato premia i bassi costi e penalizza chi non riesce a competere con gli operatori dominanti. La classe dirigente ci guadagna, ma non tutti possono vincere: molti rimangono esclusi”.
Trump afferma che si sono viste “chiudere più di 50mila fabbriche e persi decine di milioni di posti di lavoro, un esempio tipico di come i politici di Washington abbiano fallito”, ricorda Spannaus: “Trump non critica il libero commercio in sé, ma dichiara che il commercio deve essere anche equo. Propone di abbassare le aliquote fiscali per tutti, ma di rimuovere le numerose esenzioni e detrazioni di cui usufruiscono soprattutto le grandi società. Conta anche su un’amnistia per rimpatriare i fondi esteri dalle multinazionali. Allo stesso tempo promette di attuare una proposta cara anche a molti progressisti: la rimozione delle esenzioni per i profitti conseguiti all’estero.” Trump ha dichiarato di essere disposto a pagare più tasse e Spannaus ricorda come tale posizione sia “ben lontana da quella di Mitt Romney nel 2012, che difendeva a spada tratta la tassazione bassa sul reddito da capitale”. Trump non intende tagliare la spesa pubblica, “infatti promette di salvaguardare le protezioni sociali di base, opponendosi a qualsiasi taglio al Social Security, cioè le pensioni pubbliche, e il Medicare, l’assistenza sanitaria gratuita per gli ultra sessantacinquenni”. Tutto ciò ovviamente innervosisce il partito repubblicano che ha una collateralità ben nota con le lobby assistenziali, le banche e le assicurazioni. “Donald Trump, oltre alle offese e alle provocazioni, non piace all’establishment per un motivo molto più profondo: non rispecchia le loro idee, si colloca al di fuori del perimetro delle forze politiche che hanno gestito il Paese negli ultimi decenni. Dunque per i dirigenti repubblicani – e anche per i democratici più centristi e legati al sistema di potere attuale – non basterebbe che Trump smorzasse i toni ed evitasse gli insulti e le proposte provocatorie; c’è un problema più serio, la sua candidatura è una minaccia mortale al modus operandi per la politica statunitense contemporanea” e il sistema di interessi che difende.
Le condizioni economiche dei cittadini statunitensi restano centrali: “La divisione economica in atto vede consolidarsi una classe benestante che copre il 25-30% della popolazione; dall’altra parte c’è la maggioranza degli americani che non solo non fa progressi nelle sue condizioni, ma spesso va addirittura indietro. In media il potere d’acquisto reale della popolazione è pressoché uguale a quello del 1979. Cioè quello che si riesce a comprare con lo stipendio è rimasto uguale, in media, da 35 anni. In termini monetari, per eguagliare uno stipendio di 4,03 dollari all’ora del 1973, occorrono 22,41 dollari all’ora oggi. Le fasce più alte del Paese superano tranquillamente questa cifra; la classe media e bassa invece no. Infatti, il potere di acquisto reale della popolazione è rimasto uguale in media, il che significa che per alcuni settori della forza lavoro le cose vanno anche peggio. Oggi si hanno più cose, ma bisogna lavorare di più per avere quello che si ha. Il quadro generale è chiaro: chi sta già bene vede dei guadagni; gli altri rimangono fermi, o arretrano”. La retorica sul ritorno del lavoro manifatturiero, pesantemente penalizzato dalla delocalizzazioni, non imbroglia Spannaus che infatti afferma come “in realtà il settore rimanga ancora molto debole. Buona parte dei posti di lavoro che vengono creati sono invece in settori con salari bassi, come il commercio al dettaglio, i ristoranti, gli alberghi. Dunque a livello complessivo si assiste a un aumento della precarietà e un abbassamento dei redditi”. Tutto questo mentre “il valore nominale dei titoli finanziari supera di circa 10 volte il valore del Pil mondiale”.

Mentre si salvavano le banche con miliardi di dollari infatti, “gli effetti del crack sull’economia reale sono stati devastanti. Quando Barack Obama arrivò alla Casa Bianca nel gennaio 2009 in America si stavano perdendo tra 700 e 800 mila posti di lavoro ogni mese. La Grande Recessione era iniziata, e nei media affioravano i resoconti di come banche e finanziarie avessero impostato un modello per defraudare la gente”. La Grande Recessione e le bolle finanziarie sono state affrontate dai governi statunitensi con “salvataggi praticamente illimitati per le banche; disoccupazione a lungo termine; austerità e minori servizi pubblici per la popolazione. È facile capire perché nacquero movimenti come il Tea Party e Occupy; la popolazione vedeva che i suoi governanti erano sempre pronti a sostenere Wall Street e il settore finanziario, ma anche pronti a far pagare tutto ciò alla gente normale”. Ironizza amaramente Spannaus: “Nessun banchiere è andato in galera. Anzi, spesso i banchieri hanno portato a casa lauti bonus nonostante la loro responsabilità nella catastrofe finanziaria”. Tutto questo, insieme alla perdita del lavoro e del potere di acquisto del dollaro, conseguenza anche della fine del furto di materie prime energetiche e alimentari nel resto del mondo, ha indotto gli statunitensi a ribellarsi.
Trump ha quindi grande facilità nell’accusare Hillary Clinton “di essere parte integrante di un establishment politico e finanziario che fa solo i propri interessi ed è il principale responsabile dei problemi che affliggono la classe media e povera”.

Spannaus ci ricorda inoltre che Trump ha un vantaggio sulla Clinton, rinfacciandole i soldi che ha ricevuto da Goldman Sachs e da altre potenti lobby:

“Il problema infatti non è che la Clinton abbia guadagnato tanti soldi; Trump stesso è molto ricco. Il fatto è che lui indica i suoi soldi come il motivo per cui è incorruttibile; lei invece sembra essersi arricchita andando a braccetto con i grandi interessi finanziari”.

Spannaus non manca, a ragione, di evidenziare gli enormi limiti di quanti a Trump vogliono opporsi, come del mondo mediatico:

“Quello che non si fa è affrontarlo sui contenuti. È come se Trump fosse riducibile solo alle sue provocazioni, quando in realtà buona parte della sua campagna si basa sulla necessità di rispondere al declino economico e sociale dell’America, un declino che vasti segmenti della popolazione vedono molto chiaramente. Parla sempre della perdita di posti di lavoro, parla della stupidità di spendere trilioni di dollari per le guerre in giro per il mondo mentre crollano le infrastrutture di base del Paese. Di questo i suoi critici sembrano non accorgersi.” Infatti: “Più i media e l’establishment basano la propria opposizione a Trump solo sull’atteggiamento politically correct, più cascano nella trappola. La gente vede che sulla sostanza il mondo politico non ha una risposta; anzi, ha paura anche solo di discuterne. Questo è il fallimento dell’establishment, un fallimento che rende possibile la vittoria di Trump”.

In merito alle elezioni statunitensi il deputato del Partito Comunista Massimiliano Ay ha affermato: “Se fossi cittadino statunitense voterei naturalmente la candidata della sinistra di opposizione, Gloria La Riva, censurata da tutti i media: l’unica con un programma coerente contro la guerra e per la giustizia sociale. Ma se mi costringete a dire cosa penso dei due candidati di cui tutti parlano, affermo senza ombra di dubbio che il peggior candidato in assoluto è Hillary Clinton: il suo fanatismo imperialista e guerrafondaio è estremamente pericoloso anche per la nostra sicurezza. Di Trump, invece, non condivido chiaramente le sparate razzistoidi, ma quando si esprime a favore della cooperazione pacifica con la Russia e la Cina dice qualcosa di estremo buon senso”. Anche perché, sempre secondo Ay, il presunto femminismo di Hillary Clinton “è espressione di un femminismo aziendale, neoliberale, discriminatorio e guerrafondaio”.
Concludendo il suo libro Spannaus ammonisce che “a prescindere dall’esito delle elezioni di novembre, vinceranno i cittadini che hanno sconvolto la politica americana con il loro sostegno ai candidati outsider come Bernie Sanders e Donald Trump”. Riprendendo la riflessione di Massimiliano Ay su Gloria La Riva, la sola marxista tra tanti candidati in lizza, potrebbe essere questa, più che in passato, l’occasione per il Partito per il Socialismo e la Liberazione di ottenere un numero di voti considerevole rispetto alle passate elezioni. Anche questa sarebbe una grande e importante novità, a conferma che davvero, anche negli Stati Uniti, qualcosa sta cambiando.


Fonte: http://www.sinistra.ch/?p=5161