Fra le pieghe della parola TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un acronimo impronunciabile sconosciuto alla stragrande maggioranza dell'opinione pubblica, si nasconde molto più di un accordo commerciale volto a promuovere il libero scambio fra l'Europa e gli Stati Uniti. Il TTIP potrebbe rivelarsi un pilastro fondamentale nella costruzione della globalizzazione mondialista, in grado di appiattire larga parte delle peculiarità proprie del "Vecchio Continente", omologandole sulla falsariga degli standard statunitensi e di subordinare quello che ancora resta della politica e delle sovranità nazionali al potere delle grandi corporation, che diventerebbero di fatto gli unici soggetti titolati a gestire la governance mondiale nel nome del mercato e del profitto.
Se il TTIP giungesse a compimento nei termini in cui è stato tratteggiato durante questi anni di trattative segrete, noi tutti rischieremmo di ritrovarci ancora più poveri e più privi di diritti, tutele e servizi sociali di quanto già non lo siamo oggi, senza neppure sapere perché tutto ciò sia capitato. Sulla stessa falsariga di quanto è accaduto con la creazione della UE e dell'Euro, di cui ogni giorno sperimentiamo le nefaste conseguenze sulla nostra pelle.

Ma come può un accordo commerciale, di cui i media neppure si occupano e solo in pochi possono vantare una conoscenza parcellare, stravolgere così in profondità le nostre vite? Può senza dubbio, qualora il fulcro dell'intera operazione travalichi l'aspetto meramente commerciale, per andare ad intaccare il vero e proprio concetto di democrazia e di politica, trasformando 850 milioni di cittadini sulle due sponde dell'Atlantico da membri di uno Stato di diritto fondato sulle libere elezioni a clienti di uno Stato di mercato fondato sul lobbismo delle multinazionali. Il tutto senza applicare assolutamente la regola secondo cui il cliente ha sempre ragione e deve essere accolto con il sorriso, ma equiparandolo in tutto e per tutto ad un pollo allevato in batteria, costretto ad accettare supinamente qualsiasi cosa risulti funzionale ad incrementare il profitto dell'allevatore.


Un poco di storia

La creazione del TTIP non si caratterizza come un qualcosa di estemporaneo avulso dalla realtà dei nostri giorni, si tratta al contrario della naturale evoluzione di tutte quelle strategie poste in essere per imporre il dominio del libero mercato a detrimento di tutto ciò che potesse ostacolarlo. Le stesse strategie che nel 1947 a Ginevra diedero vita al GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) e nel gennaio 1995 lo trasformarono nel WTO (World Trade Organisation), con il risultato di ridurre sempre più marcatamente il potere decisionale degli stati sovrani e dei parlamenti nazionali, costringendoli ad inchinarsi al volere del libero mercato, declinato nel segno delle grandi corporation mondiali che di fatto lo rappresentano. Sempre nel solco dello smantellamento sistematico di ogni ostacolo che possa frapporsi al dominio incontrastato delle grandi multinazionali, gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno dato vita ad una strategia che contempla accordi commerciali mirati con alcuni gruppi di stati. Fra essi il TPP (Trans Pacific Partnership) con alcuni paesi dell'area pacifica ed asiatica quali Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam, Australia, che è appena giunto a compimento lo scorso 4 febbraio 2016 ed il TTIP con l'Unione europea che potrebbe dare vita all'area di libero scambio più grande del pianeta con il 40% del PIL ed il 30% del commercio globale ed è ancora oggi in fase di gestazione dopo quasi tre anni di negoziati segreti.

A costituire le premesse per la creazione dell'accordo TTIP è stato creato nel 2011 il Gruppo di lavoro di alto livello su occupazione e crescita (High Level Working Group on Jobs and Growth),  presieduto dal commissario europeo per il commercio Karel De Gucht e dall'allora rappresentate commerciale USA, Ron Kirk, deputato a valutare l'opportunità dell'operazione. Tale gruppo, di cui non è mai stata resa pubblica la natura dei componenti (dal momento che la Commissione Europea dichiarò che non aveva membri riconoscibili), ha ricevuto le indicazioni ed i suggerimenti dei lobbisti di quasi tutti i gruppi industriali delle due sponde dell'oceano, dalla Camera di Commercio statunitense e dalla federazione dell'industria tedesca BDI, ai gruppi di pressione chimici CEFIC e VCI, dalla coalizione dell'industria farmaceutica EFPIA a DigitalEurope, dal Transatlantic Business Council, alla lobby dell'industria degli armamenti ASD, dalla British Bankers Association a corporazioni come Lilly, Citi e BMW. Per avere un'idea di quanto sia stata elevata l'influenza delle lobby industriali rispetto al processo di contrattazione basti pensare che secondo il Corporate Europe Observatory ben il 92% degli incontri pre-negoziati tra la Commissione Europea e le lobby è stato portato avanti con attori del mondo for-profit.

Esaurite le consultazioni con tutti i grandi gruppi di pressione, ai quali la UE ha illustrato la propria posizione, tenuta invece nascosta al controllo pubblico, il Gruppo di lavoro di alto livello su occupazione e crescita nella sua relazione finale ha raccomandato l'avvio dei negoziati, portando in dote la sintesi dei suggerimenti ricevuti dai lobbisti e manifestando la necessità di perseguire l'obiettivo di vasta portata della creazione di un mercato transatlantico. 
A coronamento del lavoro svolto precedentemente, nel febbraio 2013 il presidente statunitense Barack Obama, quello della Commissione europea José Manuel Barroso e quello del Consiglio europeo Herman Van Rompuy annunciarono che sarebbero stati avviati dei negoziati per un "partenariato transatlantico su commercio e investimenti" e l'8 luglio dello stesso anno i negoziati iniziarono ufficialmente, condotti dai funzionari della Commissione europea e dai loro epigoni del ministero del commercio statunitense.

I buoni propositi

Come sempre accade quando ci si trova di fronte ad un progetto controverso, potenzialmente in grado di suscitare critiche ed indignazione, coloro che lo propongono lo fanno vantandone le sue proprietà taumaturgiche e presentandolo come una cura miracolosa. Basti ricordare le premesse con cui nacque la UE che ci avrebbe resi tutti più ricchi e più liberi o le parole dell'allora Premier Romano Prodi (una triste figura che ancora banchetta alla tavola dell'élite mondialista) per sostenere la nascita dell'Euro che "ci avrebbe fatto lavorare un giorno di meno, guadagnando come se avessimo lavorato un giorno di più". Poco importa se la realtà dei fatti con il passare del tempo smentisce sistematicamente e drammaticamente tutte le ottimistiche previsioni, così come poco importa se nell'Italia dell'Euro i pochi che ancora lavorano lo fanno un giorno di più guadagnando la metà di prima. Nessuno chiederà conto delle loro parole e delle loro stime ai "mentori del progresso" che ne hanno in cattiva fede cantato le gesta, l'importante è esclusivamente diffondere nell'opinione pubblica il convincimento che si stia portando avanti un progetto positivo, finalizzato a migliorare il benessere di tutti noi.

Anche il TTIP naturalmente non sfugge a questa regola e viene sostanzialmente presentato come un progetto ambizioso dalle proprietà miracolistiche che porterà in dono una lunga serie di vantaggi per i cittadini di entrambe le sponde dell'Atlantico. Aiuterà a risolvere la crisi economica globale facendo impennare secondo la Commissione Europea l'economia europea di 120 miliardi di euro, quella statunitense di circa 90 miliardi e quella mondiale di circa 100 miliardi di euro, incrementerà sia il PIL statunitense che quello europeo, aumenterà i posti di lavoro, ridurrà i conflitti legislativi fra UE ed USA e ne rafforzerà la loro competitività globale, aumenterà i guadagni del cittadino medio di circa 50$ l'anno e molto altro ancora. Secondo il Premier Matteo Renzi il TTIP è "vitale" per la nostra economia ed i grandi industriali italiani sono arrivati al punto di considerarlo una vera e propria "benedizione."


Una "benedizione" che va costruita nel più assoluto segreto

La logica vorrebbe che quando si ha l'intenzione d'intraprendere un progetto prodromico di tutta una lunga serie di effetti positivi, per i cittadini, per gli stati e per le imprese, lo si faccia nella massima trasparenza fin dalla sua genesi, rendendo informati nel merito delle trattative in corso la maggior parte di persone possibili e pubblicizzandone i contenuti, al fine di fare conoscere a tutti quale "meraviglia" si sta costruendo per il loro futuro.
I creatori del TTIP hanno invece deciso di non fare ricorso alla logica, ritenendo forse che non tutti sarebbero stati in grado di apprezzare la "benedizione" prossima ventura e preferendo condurre le trattative in maniera assolutamente segreta, quasi si trattasse della progettazione di una nuova bomba nucleare.
La segretezza non riguarda solamente i cittadini comuni, tenuti all'oscuro dai media mainstream rispetto alla questione, ma anche i rappresentanti istituzionali da loro votati sia in ambito nazionale che europeo. 
Lo stesso  Parlamento europeo non ha infatti accesso a tutte le informazioni concernenti il modo in cui si svolgono gli incontri ed i vari step della trattativa. I negoziatori mandano le informazioni solo ad un eurodeputato per gruppo (quello che fa parte della commissione per il commercio internazionale) che però non può trasmetterle ai colleghi o ad esperti esterni alla commissione.
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione (come prevedeva il Trattato di Lisbona) potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere, ma sempre nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali. Avrà solamente il diritto di voto finale, potendo decidere in ultima istanza se prendere o lasciare riguardo al "pacchetto" ormai confezionato.

Gli stessi governi nazionali dei paesi europei, se vorranno visionare le proposte portate avanti dagli Stati Uniti, dovranno farlo accedendo a delle sale di sola lettura dove non potranno prendere appunti o farne copia, nonostante si tratti di argomenti estremamente complessi.
La prima (e forse l'unica) sala lettura dedicata al TTIP è stata aperta il primo febbraio 2016 in Germania, all'interno dell'ambasciata americana e non si tratta di un caso, dal momento che proprio a Berlino nello scorso autunno ci sono state le manifestazioni più imponenti contro il Trattato Transatlantico con la partecipazione di oltre 200mila persone.
I parlamentari tedeschi (eletti dal popolo) possono accedere alla sala lettura al massimo in gruppi di 8, per consultare i documenti relativi ai negoziati segreti tra USA e UE. La consultazione è possibile solo sotto la supervisione del ministro agli affari economici, i parlamentari non possono avere con sé macchine fotografiche né cellulari, sono guardati a vista e possono prendere appunti solo in forma limitata. I computer vengono disconnessi dalla rete, hanno 2 ore di tempo per visionare un documento di 300 pagine e sono previste sanzioni disciplinari per chiunque infranga le regole divulgando a terzi il contenuto di quanto visionato. Insomma vengono trattati come nemici, alla stessa stregua di potenziali spie industriali e tutto ciò dovrebbe fare riflettere profondamente su quanto in basso sia ormai costretta a prostrarsi la politica nei confronti dell'élite mondialista gestita dalle corporation.

La "giustizia" privata sostituisce quella pubblica

A sottolineare il fatto che saranno le corporation a tirare le fila del futuro prossimo venturo, relegando la politica e la volontà dei cittadini in un ruolo sussidiario ad esse subordinato, il TTIP prevede l'introduzione di due organismi tecnici dalle potenzialità molto elevate che agiranno al di fuori del controllo degli Stati e di conseguenza anche del popolo. Il primo è il meccanismo di protezione degli investimenti ISDS (Investor-State Dispute Settlement) che consentirebbe alle imprese delle due sponde dell'Atlantico di citare in giudizio qualsiasi ente pubblico (Stato, regione, comune) qualora democraticamente introducesse normative o tutele per i propri cittadini che in qualche misura venissero considerate lesive dei loro interessi, passati, presenti o futuri.
Il secondo è il Regulatory Cooperation Council, una sorta di organismo all'interno del quale esperti nominati dalla Commissione UE e dal ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. Dopo avere considerato a propria discrezione le argomentazioni portate dalle imprese, dai sindacati e dalla società civile, tale organo valuterebbe il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE che è necessario raggiungere, decidendo in ultima istanza se è opportuna la sua introduzione o il suo mantenimento…. 

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