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10 GIUGNO 1940: LA CATASTROFE di Paolo Cortesi

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Già mille volte il dittatore aveva gridato da balconi, terrazze, alture, altane e ogni altro eventuale luogo elevato, ma quella volta, nel tardo pomeriggio di quel 10 giugno, il declamare stentoreo suonava terrifico come una condanna a morte.
Mussolini non poteva ignorare che, di lì a poche ore, centinaia, migliaia di uomini sarebbero morti e questa carneficina era la diretta conseguenza di una sua decisione.

Decisione ancora più folle e colpevole se si pensa che lui, il duce, era perfettamente a conoscenza delle condizioni assolutamente mediocri in cui versava l’esercito italiano.

Nelle parate, nelle sfilate e nelle solennità del regime, i soldati marciavano compatti e baldi; i cannoni sembravano tanti e potenti; gli aerei facevano eleganti evoluzioni. Ma questo teatrino (allestito dopo mesi di estenuanti prove ed esercitazioni, come ha provato sulla propria pelle chi ha avuto la sventura di fare il servizio militare) non aveva nulla in comune con la guerra guerreggiata. Mussolini credeva che questa sarebbe finita di lì a poche settimane, voleva “scendere in campo” solo per raccogliere i vantaggi del conflitto; gli serviva – come ebbe a confidare a qualche suo scherano – “qualche migliaio di morti per sedere al tavolo delle trattative di pace”.

Galeazzo Ciano annota nel suo Diario, in data 9 agosto 1939, che Mussolini affermava che in quel momento la guerra sarebbe stata una pazzia e solo fra tre anni le possibilità di vittoria per l’Italia sarebbero state dell’80%.

Il 27 dicembre 1939, il generale Roatta, sottocapo di Stato Maggiore, presentava al maresciallo Graziani, capo di Stato Maggiore, un promemoria che fu portato a conoscenza di Badoglio, capo di Stato Maggiore generale, e di Mussolini stesso. Il documento così terminava: “Le forze a disposizione sono scarse e non molto efficienti. Questo stato di cose sembra destinato a durare per tutto il 1940. Inoltre, nelle circostanze attuali, oltre un terzo delle forze a disposizione è legato a scacchieri d’oltremare. In queste condizioni, e finché esse durano, la miglior cosa da fare, se non l’unica, sarebbe quella di non scendere in guerra”.
Fin dal settembre 1939 lo Stato Maggiore dell’esercito compilava ogni mese per le alte gerarchie militari (Mussolini, Badoglio, Soddu) una particolareggiata relazione sullo stato di efficienza delle maggiori e minori unità dell’esercito. Dalla situazione del 1 maggio 1940 risultava, in sintesi, che l’Italia poteva disporre di 19 divisioni complete, 32 efficienti, 20 incomplete. Nel febbraio 1940, Badoglio così commentava a Mussolini la situazione delle scorte di materiale: “Tali dati confermano quanto vi è già noto, Duce, circa l’attuale assoluta insufficienza delle nostre scorte per una guerra grossa contro grandi potenze”.

Nell’aprile 1940, la situazione non era certo migliorata; Badoglio scrive a Mussolini: “Allo stato presente la nostra preparazione è del 40 per cento”.

Nell’imminenza di una entrata in guerra cui il dittatore sembra sempre più intenzionato, Graziani redige una relazione generale con la quale illustra lo stato complessivo delle forze armate, con lo scopo di dissuadere Mussolini dal dichiarare una guerra per la quale il paese non è affatto pronto. Il quadro che Graziani disegna è sconfortante, al limite del grottesco: i carri armati sono tutti leggeri, e solo settanta sono medi. Le artiglierie sono quelle del 1915-18, molti pezzi sono il bottino di guerra austriaco. La contraerea è del tutto insufficiente, il che espone le città italiane ai bombardamenti senza una reale possibilità di difesa attiva.

Manca un milione di serie vestiario per la mobilitazione generale; le munizioni scarseggiano in misura che andava da metà del fabbisogno a un dodicesimo. Il carburante sarebbe bastato per otto mesi al massimo.

Mussolini sapeva tutto questo fin nei dettagli, eppure – il 6 giugno 1940 – al capo reparto intendenza dello Stato Maggiore, Francesco Rossi, dichiarò:
“Ho letto il vostro esauriente promemoria relativo alle condizioni dell’esercito. Se io dovessi aspettare di avere l’esercito pronto dovrei entrare in guerra fra anni, mentre devo entrare subito. Faremo quello che potremo”.

Anche nelle occasioni ufficiali, Mussolini non poteva negare totalmente la realtà dei fatti, che era disastrosa, e tuttavia non pensò di agire di conseguenza. Il 29 maggio 1940, a palazzo Venezia, in una conferenza ai capi di Stato maggiore, dichiarò: “Considero questa situazione non ideale, ma soddisfacente”.

L’industria bellica italiana era, se possibile, ancora più deficitaria. La chimera dell’autarchia era del tutto impossibile e Mussolini, nonostante la propaganda martellante, sapeva bene che l’Italia, in una guerra contro la Gran Bretagna che controllava Gibilterra e Suez, si sarebbe trovata praticamente senza apporti extraeuropei. Carlo Favagrossa, commissario generale per le fabbricazioni di guerra, illustrò a Mussolini i motivi che rendevano impossibile una guerra per l’Italia. Per raggiungere dotazioni di magazzino sufficienti ad un anno di guerra, si sarebbe dovuto lavorare nelle industrie per tre anni (dal 1940 al 1943), con due turni di dieci ore, importando ogni anno quattro miliardi e mezzo di lire (valuta 1940) di materie prime, carburanti, lubrificanti, viveri e abbigliamento civile.
Insomma: conti alla mano, Favagrossa dimostrò a Mussolini l’impossibilità aritmetica di quel conflitto che il duce desiderava tanto.

Mancavano la bellezza di 15.371 bocche da fuoco (al costo di 17 miliardi di lire valuta 1940) per il completo rinnovamento delle artiglierie. Dove si sarebbero presi questi capitali?
A quale prezzo sarebbe stata condotta una guerra che, fin dalla sua dichiarazione, si sapeva fallimentare? E a prezzo di chi? Certo, non del duce, della folla di gerarchi e dei potenti, di quella minoranza che poteva sempre contare su una casa comoda e piacevole, pasti caldi e abbondanti, vestiti eleganti e svaghi. Ancora una volta avrebbero pagato tutti gli altri…

“Faremo quello che potremo”, aveva detto Mussolini. Molti, moltissimi non poterono fare altro che soffrire e morire.

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