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Arrivano da Bruxelles ordini sempre più perentori di distruggere la specificità italiana. Approvato  ormai con unanime coro di entusiastici Sì quel trattato di Lisbona che ci ha tolto la sovranità e l’indipendenza, i nuovi imperatori possiedono il pieno diritto di ultimare l’opera di annientamento. Nei primi giorni di agosto è apparso, infatti, in uno dei quotidiani più letti nel nostro Paese, un articolo in cui si parlava, con aria disinvolta, di viticultura. L’esordio era quanto mai allegro, come sempre quando si tratta delle vicende europee: in Italia ci sono troppi vitigni – diceva più o meno l’articolo- è giunto il momento di dare il via alla distruzione! Sì, le sacre, mitiche viti che tanto hanno contribuito al canto della nostra storia letteraria sono ormai troppe, in eccesso. L’ha stabilito l’Unione Europea, che attraverso un regolamento entrato in vigore nella famosa data del primo agosto, prevede “un miliardo di euro di incentivi per eliminare le coltivazioni”. Miliardi che si aggiungono a quelli da tempo destinati per la graduale, ma inesorabile dismissione del nostro patrimonio agricolo in generale. Bruxelles ha deciso che in tutta Europa si devono estirpare 175 mila ettari di vigneti solo nel triennio 2009-2011. Per l’Italia il plafond è di 59000 ettari circa, con un tetto del 10% per ogni singola regione! Un progetto distruttivo talmente feroce che sarebbe assolutamente necessario conoscere i nomi di coloro che l’hanno pensato per obbligarli a coatte cure psichiatriche. Poi scopriamo che, pur avendo concesso in diverse altre occasioni incentivi per eliminare colture e prodotti tipici, compromettendo ovviamente l’immagine e l’economia dei Paesi che più ne sono ricchi, questa è la prima volta che Bruxelles, in forza di Lisbona, “obbliga gli Stati membri a predisporre le misure”. Inutile dire che le conseguenze di tale direttiva sono aberranti. La vite, infatti, anche laddove non è particolarmente redditizia, possiede grande valore di carattere paesaggistico e addirittura “idraulico”. Se i terreni franano, ci sentiamo ripetere quotidianamente, non è solo per il cambiamento climatico, ma perché si abbandonano le coltivazioni delle colline. Pensiamo alla bellezza degli storici vitigni terrazzati, in pendenza e di montagna, che si sa, sono poco redditizi perchè di difficile coltivazione. Il rischio è che si perdano non solo vitigni autoctoni, ma si modifichi la geografia agricola e si sfiguri interamente il paesaggio!
Ma questo è solo il primo passo di un’operazione assai più disastrosa. Dal primo agosto 2009, infatti, perderanno di valore la Denominazione di origine controllata, l’indicazione geografica tipica e la Denominazione controllata e garantita che contraddistinguono i vini italiani di qualità. Se fino ad oggi erano gestite a livello nazionale, ben presto sarà Bruxelles a riconoscere ufficialmente le Denominazioni, che saranno “uniformate a livello europeo”. La Commissione applicherà anche ai vini il sistema già previsto per molti prodotti alimentari, vale a dire con i marchi Dop (Denominazione di origine protetta) e Igp (Indicazione geografica protetta). Sigle prive di senso perché senza possibilità di comprendere la vera località di produzione! L’enorme danno consiste ovviamente nell’impoverimento del vino il cui scopo è punire sia i migliori vini che i Paesi  produttori; quindi ancora una volta l’Italia più di tutti! In realtà siamo costretti a pensare che tutto ciò sembra deciso appositamente per distruggere i tanti e preziosi prodotti italiani! D’ora in poi sarà infatti possibile che un imbottigliatore europeo, non produttore, potendo mettere il marchio “Igp Italia”, avrà tutto l’interesse a farlo. Quindi, banalizzazione dei vini e perdita delle specificità territoriali. Da qui a breve  “Igp Italia” vorrà dire, ad esempio, che un Nero d’Avola siciliano potrà essere imbottigliato a Dusseldorf con uve e mosti provenienti da qualsiasi regione d’Italia, e la bottiglia potrà portare sull’etichetta  il marchio “Igp Italia”. Insomma  la rovina dei nostri migliori vini! Ma c’è ancora di peggio, anche se non sembra possibile. Il regolamento europeo introduce la possibilità di mettere il nome del vitigno da solo, senza più specificare il legame geografico. Per cui, un vino prodotto con uve coltivate in territori famosi e a tutti note potrà avere  la stessa etichetta di un altro vino prodotto con il medesimo tipo di uva, ma coltivata in una zona di scarso pregio. Risultato: massificazione indistinta del prodotto; perdita di valore e di qualità a favore di un’imperante genericità.
Ma perché meravigliarci? Questo è il risultato perseguito, non per i prodotti agricoli, ma per tutti i popoli e tutte le nazioni europee. Lo si fa a poco a poco per mantenere il più possibile i cittadini all’oscuro sulla meta finale dell’operazione “unione europea”. Né è possibile illudersi di potervi sfuggire. Per unirsi bisogna diventare uguali se è ancora vero che non si possono sommare le mele con le pere.   
 


 tratto da italianiliberi
 
 
 
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