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Camp Darby, il piu’grande arsenale Usa all’estero

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e il 60 per cento delle bombe scagliate sulla Serbia nel 1999"

Due anni fa la base americana sgombrò dai bunker pericolanti 100 mila
ordigni. Roma non fu avvisata.

Nel 1947 il Tombolo era «Il paradiso nero»: la pineta maledetta delle
signorine che facevano la vita, dei contrabbandieri che si arricchivano
con la fame, dei disertori stufi di guerre. Il film, scritto da Indro
Montanelli e interpretato da Aldo Fabrizi, mostrava questo angolo di
costa tra Livorno e Pisa come una terra selvaggia, popolata di gangster
e sbandati, dove tutti potevano perdere l’anima o la vita. Poi, quattro
anni dopo, un accordo siglato tra Roma e Washington ha fatto scomparire
dall’Italia quei mille ettari di litorale tirrenico e li ha
trasformati in un segreto americano: Camp Darby. Da allora nessuno è
mai venuto a sapere cosa contenesse esattamente quella base: l’unica
certezza era la sua importanza, ribadita dal Pentagono ogni volta che si
avvicinava un conflitto. E solo ora grazie alle ricerche svolte da una fondazione della Virginia è possibile
penetrare nel mistero della pineta più blindata d’Europa. A Camp Darby
infatti è custodito il più grande arsenale americano all’estero.
Qualche numero?

Ventimila tonnellate di munizioni per artiglieria, missili, razzi e
bombe d’aereo con 8.100 tonnellate di alto esplosivo ospitate in 125
bunker. E, ancora, gli equipaggiamenti completi per armare una brigata
meccanizzata: 2.600 tra tank, blindati, jeep e camion. Nella lista ci
sono tutti i migliori sistemi dell’esercito statunitense, inclusi 35
carri armati M1 Abrams e 70 veicoli da combattimento Bradley. Ma
l’inventario prosegue con un elenco impressionante, sintetizzato da una
cifra: ci sono materiali bellici del valore di due miliardi di dollari
(l’equivalente in euro), missili e ordigni esclusi.

IL RUOLO DELLA BASE – Per avere un’idea del ruolo di questa cittadella
basta esaminare due dati: da Camp Darby provenivano quasi tutte le
munizioni usate durante la Tempesta nel Deserto nel 1991 e il 60 per cento delle bombe
scagliate sulla Serbia nel 1999. Grazie al canale navigabile che arriva
all’interno della base – la struttura toscana è l’unica nel mondo che
dispone di un simile collegamento – carichi giganteschi di armi vanno e
vengono senza che nessuno possa spiarli. Per la prima guerra con l’Iraq
c’è stato un traffico complessivo pari a 4 mila tonnellate di bombe e
granate; per la campagna del Kosovo ne sono bastate 16 mila. Nei giorni
del Natale 1998, alla vigilia del conflitto balcanico, sui moli
tirrenici sono sbarcate 3.278 cluster bomb : i congegni a
frammentazione, micidiali e delicati anche nei traslochi. La capacità
complessiva dei magazzini nel 1999 è stata certificata per contenere
32.000 tonnellate di ordigni. Una santabarbara impressionante, gestita
da un reparto – il 31° Squadrone munizioni – che ha un simbolo
abbastanza infelice: il profilo della penisola italiana disegnato su una
vecchia bomba con la miccia accesa.

I «PIRATI SPAZIALI» – La storia di Camp Darby è stata ricostruita con
un’ attività certosina dai ricercatori di GlobalSecurity.org , una
fondazione americana che crede «in un approccio innovativo alle sfide
della sicurezza nel nuovo millennio» e vuole ridurre «l’incidenza
mondiale di conflitti sanguinosi». Sono celebri come «pirati spaziali»:
acquistano e mettono sulla rete foto delle installazioni più segrete di
tutto il pianeta scattate dai satelliti commerciali. Il direttore, John
Pike, è un personaggio molto noto nella intelligence community. La
loro attendibilità è giudicata altissima: finora non sono mai stati
smentiti. «Abbiamo ricavato le informazioni sulla base toscana – spiega
François Boo, ex ufficiale del Centro alti studi delle Forze armate
francesi che ora in California guida lo staff dei ricercatori –
esclusivamente dalle "fonti aperte", documenti che erano di
libero accesso fino all’11 settembre 2001». Alcuni dei dossier da loro
consultati sono stati secretati dopo l’attentato alle Torri Gemelle: la
pubblicazione su Internet è stata vietata con una decisione che ha
fatto gridare alla censura. Altri fascicoli restano disponibili. Boo ne
elenca alcuni: foto dei bunker tratte da un dépliant che pubblicizza ai
marines le vacanze premio «sulla riviera italiana»; «record di
produttività» nello stoccaggio dei razzi sui bollettini degli encomi.
O il caso forse più incredibile per il pubblico italiano, narrato dalla
rivista tecnica del genio militare.

L’ALLARME DEI BUNKER – E’ una storia di due anni fa. A Camp Darby ci
sono enormi depositi sotterranei refrigerati, per proteggere dal calore
gli apparati più sofisticati destinati ai caccia e ai bombardieri.
Furono costruiti negli anni Settanta ma hanno cominciato presto a
mostrare problemi strutturali. Dieci anni dopo i tecnici della base li
hanno rinforzati con lastre d’acciaio: un intervento che forse ha
peggiorato la situazione. Le crepe si sono allargate, inesorabilmente.
Nel maggio 2000 pezzi di cemento cominciano a cadere dal soffitto sulle
armi e i genieri fanno scattare l’allarme. Con cautela estrema tra
giugno e luglio vengono sgomberati dodici bunker, contenenti 100 mila
ordigni con 23 tonnellate di esplosivo ad alto potenziale. L’operazione
viene descritta come delicatissima dagli stessi esecutori, che l’hanno
realizzata utilizzando robot telecomandati: nella loro rivista la
chiamano «un piccolo miracolo». Nessun pericolo, quindi. Ma anche
nessuna informazione alle nostre autorità: in genere in Italia si fanno
evacuare aree gigantesche solo per disinnescare un residuato bellico con
una carica di pochi chili. Che precauzioni sarebbero state adottate per
muovere migliaia di ordigni a ridosso delle spiagge più affollate?
Il mezzo milione di pallet allineati nei viali della base non sono
serviti solo per spedizioni di morte. Dagli 11 mila stock di provviste e
vestiario spesso si è attinto anche per operazioni umanitarie in
Kurdistan, nei Balcani, in Africa. Dai piazzali con cinquecento tra
ruspe, bulldozer e trattori in diverse occasioni sono partiti
veicoli preziosi per soccorrere le vittime di catastrofi naturali,
come il terremoto in Turchia del 1999.

IL CANALE NAVIGABILE – Ma la funzione principale resta quella di
santabarbara: l’unica fuori dai confini nazionali dove mezzi e munizioni
vengono custoditi insieme. In pratica, un’intera brigata corazzata
americana può volare fino al Kuwait senza portarsi dietro nemmeno un
calzino di ricambio: tutto il necessario – dai cannoni alla biancheria,
dal cibo ai lubrificanti, dai tank alle razioni, dai camion alle gavette
– viene trasbordato sulle navi dal molo di Camp Darby, riducendo di un
terzo il tempo necessario al trasferimento dagli Usa. Quanto ad
armamenti per aerei, invece, le dotazioni sono sterminate: tutta la
riserva pensata a suo tempo per sostenere la guerra con l’Urss sul fronte europeo. «E’ una
posizione ideale – dichiara il responsabile dei magazzini in una rivista
dell’Us Army -. Siamo vicini al porto, allo scalo di Pisa,
all’autostrada e abbiamo una linea ferroviaria che arriva dentro la base».
Insomma, è il caposaldo principe che viene potenziato in questi mesi
con l’ampliamento del canale navigabile, il Tombolo, appunto: la Nato ha
varato un programma per allargarlo e cementificarne i fondali, in modo
da raddoppiare la capacità di carico. Entro il 2010 non lo percorrerà
più un mercantile alla volta, ma due contemporaneamente accelerando i
tempi di mobilitazione dell’armata. Perché senza Camp Darby gli
americani non possono entrare in guerra. A sorvegliarla ci sono
pochi soldati statunitensi: 350 militari professionisti, 700 della
Guardia nazionale. Manutenzione, pulizia e manovalanza invece sono
appaltate ad aziende italiane, con 580 dipendenti, per i quali però
esistono zone off limits . Ma le presenze americane si moltiplicano in
estate: 50 mila solo nel 2000. Perché – come recitano le brossure del
Pentagono – «la spiaggia privata di Camp Darby offre sole, mare, giochi
e relax riservato al personale autorizzato». Il tutto accanto ai bunker
più esplosivi d’Europa.

www.redleghorn.net

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