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CAPRICCIO DI RE, SFARZO DI REGINA di Paolo Cortesi

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La storia ci offre curiosi esempi di prevaricazione e sopruso da parte del potere. (Mi rendo conto che è un pleonasmo: potere è sempre sopruso; ma qui intendo esempi di prevaricazione addirittura grottesca).

Pietro il Grande, psicotico zar di Russia, impose una tassa sulla barba dei suoi infelici sudditi. Nel 1715, il duca di Parma, Francesco Maria Farnese, per estinguere un proprio debito non trovò nulla di meglio che fissare una tassa sulle parrucche, per gli uomini, e sulle cuffie, per le donne.
Nel XIII secolo, in Francia, vigeva un “droit sur les Italiens”: una speciale imposta che era messa esclusivamente sugli italiani emigrati e stabilitisi in quel paese. Questa tassa veniva ultima ad aggiungersi alle altre già esistenti sulla abitazione, sull’entrata e sull’uscita, che colpivano però tutti gli stranieri.
Un’altra tassa tutta francese era l’”aurum reginale”, i cui proventi erano destinati alla regina per le sue spese personali. Nota presso il popolo come “Ceinture de la reine”, questa imposta era riscossa solo ogni tre anni e interessava i produttori di vino, che dovevano versare tre denari per ogni barile.
Guglielmo II re d’Inghilterra fu inventore di una sorta di tassa sulla incolumità; ecco cosa fece: arruolò ventimila uomini dichiarando che avrebbe invaso la Normandia; portò quella massa di disgraziati verso la costa e là, invece di imbarcarli, pretese da ciascuno di loro una somma in denaro per non farlo partire soldato. Ovviamente, quasi tutti pagarono (anche indebitandosi) e chi non poté permetterselo venne tenuto come servo.
Fra le tasse più strane vanno ricordate quelle sulle finestre, sui comignoli, sui matrimoni di vedove. E gli esempi potrebbero continuare.
Esempi diversi, in differenti tempi e paesi, ma accomunati da una caratteristica: l’esercizio spudorato del potere, la sopraffazione legalizzata, il sopruso codificato.
Tempi lontani, verrebbe da dire, tempi brutti in cui una rudimentale coscienza civile permetteva una condizione così odiosa e umiliante. Tempi lontani, certo, ma non veramente diversi da oggi.
Ancora oggi, nel modernissimo 2007, il potente è un ente non più umano, una ipostasi metafisica, superiore, inarrivabile, la cui sola legge è l’arbitrio, al di sopra di ogni giudizio, intangibile, immutabile.
Mai come oggi il potere (politico, economico, militare) è un blocco monolitico, impermeabile, lontano anni luce dalla comune realtà quotidiana della gente; ancora più incombente e opprimente di quanto fossero riusciti a fare i faraoni o gli imperatori cinesi.
Un tempo, infatti, il potere era assoluto, ma era purtuttavia delimitato: enorme sì, ma non infinito. Anche cesari, imperatori, autocrati e zar riconoscevano un loro superiore in quel Dio che, dicevano, aveva loro affidato il compito di regnare.
Ora non è più così: il potere non ammette nessuno al di sopra di sé, neppure la cosiddetta legge divina, tanto meno la legge morale. Il potere non riconosce neppure di dover in qualche modo giustificare i suoi soprusi e le sue azioni criminose. Nei secoli passati, si invocava la voce di Dio o la grandezza della patria per scatenare una guerra. Oggi bastano poche menzogne, basta cambiare qualche parola (“guerra” è termine da evitare: molto meglio dire “missione di pace”, “difesa dagli attacchi terroristici”, “sicurezza nazionale”), basta dire che si deve fare e lo si farà. Cosa? Tutto ciò che torna utile al potere. Devastazione del pianeta, distruzione dell’atmosfera, annullamento di conquiste civili, politiche e sociali, schiavizzazione dei lavoratori, impoverimento di massa e arricchimento senza limiti per l’oligarchia: questo è il piano del potere, questo è ciò che il potere presenta come sviluppo, progresso, scommessa sul futuro e altre infami bugie ormai diventate un lugubre ritornello.
L’Italia è un ottimo laboratorio per capire lo scenario più sfavorevole nell’evoluzione del potere. L’Italia, che non ha mai elaborato anticorpi sociali e politici contro prevaricazioni e soprusi, è in questo campo – e solo in questo – all’avanguardia, perché mostra con anni di anticipo quale sarà il decadimento delle cosiddette società avanzate occidentali.
Il recentissimo caso di politici presi di mira da fotografi disonesti è emblematico. Il ricatto è ignobile e mostruoso, e va punito senza tanti riguardi. Ma perché i politici devono essere più tutelati degli altri cittadini? Perché se finisce un politico nell’obiettivo di un paparazzo senza scrupoli tutti i partiti gridano all’attentato alla democrazia? Perché si varano con rapidità fulminea provvedimenti per tutelare la privacy solo quando è violata quella di uomini del potere?
Perché non si esita a varare leggi che ostacolano pesantemente la libertà di informazione appena un politico è stato probabile vittima di osservazioni indiscrete?
Domande alle quali la risposta è fin troppo nota a tutti, e ai politici per primi: i politici di professione sono una casta intoccabile, un ceto superiore che non tollera limitazioni, seccature, indagini, critiche.
I politici non rappresentano che se stessi, una minuscola minoranza di gente ricchissima, favorita in ogni senso, tutelata ogni giorno della vita fino alla tomba, indifferente alle esigenze e alle difficoltà di una vita quotidiana. Il classico sistema elettivo non esiste più (come è noto sono i partiti a designare i sedicenti rappresentati del popolo che sono, quindi, rappresentanti dei rispettivi partiti, non certo della società civile); siamo in pieno feudalesimo. E intendo questo non come metafora, ma letteralmente: oggi noi siamo tecnicamente, precisamente in un sistema di potere feudale.
La gente comune lavora (se ha lavoro…), viene stritolata da scadenze inevitabili di pagamento (bollette, affitto, scuola per i figli, tasse, benzina, alimentazione), deve districarsi in un labirinto di leggi, regolamenti, gabelle, codici, ordini, prescrizioni, divieti, obblighi. I politici professionisti vivono al di sopra di tutto e di tutti, ricchi, sani, forti, inviolabili, impunibili…
E allora non sorridiamo tanto davanti alle tasse assurde e ai capricci di re e regine che vivevano nel lusso e nello sfarzo mentre il popolo bue languiva e gemeva: noi non stiamo affatto meglio.

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