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C’era una volta la tv

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Sono traumatizzato. Grazie ai potenti mezzi di RAI International ho appena finito di vedere “La domenica sportiva” – un programma che non vedevo da oltre vent’anni – e ancora non riesco a credere a quello che mi è passato davanti agli occhi.

Vent’anni fa “La domenica sportiva” apriva facendo vedere un montaggio con tutti i gol della giornata, poi c’era una breve introduzione del conduttore, e si passava subito a vedere i filmati delle partite, uno dopo l’altro. Poi c’era il momento clou della “moviola”, si stava un po’ lì a menarsela su la-palla-era-dentro-la-palla-era-fuori, seguivano quaranta secondi dedicati agli altri sport, e si andava tutti a nanna.
Quello che ho visto stasera mi ha fatto inorridire. Prima di tutto, sono inorridito per la presentatrice, una specie di Barbie cinquantenne tinta male, con labbroni formato tangenziale, che si è rifatta la faccia ma si è dimenticata di farsi tirare anche la pelle del collo e delle braccia.
Ma soprattutto, sono inorridito per la priorità degli argomenti: per prima cosa, ho dovuto sentir parlare del calcio brasiliano, e di quanto sia importante che la Rai abbia preso anche i diritti televisivi di quel campionato. Mia moglie mi ha guardato, altrettanto stupita, e mi ha chiesto “ma scusa, cosa c’entra il Brasile con l’Italia?”
Io le ho risposto “vedrai che cercheranno di rifilare agli italiani anche le partite del Brasile, perché evidentemente quelle del campionato e delle coppe europee non bastano più.” Non avevo finito di pronunciare la frase, che è uscito l’annuncio della telecronaca imminente di una partita del campionato brasiliano.
A questo punto mi sono detto “vabbè, ora finalmente faranno vedere le partite di oggi”. Invece, il secondo argomento era dedicato a un ragazzino che ha vinto un premio per le squadre giovanili, e che “domani firmerà un contratto di cinque anni con il Milan”.

“Va bene – mi sono detto – sarà pure bravo, però non mi sembra il caso di metterlo al secondo posto, nella scaletta del programma. Comunque, immagino che a questo punto faranno vedere le partite di oggi.”
Invece con uno scroscio di applausi è arrivata la torta, perché non solo il ragazzino domani firma con il Milan, ma oggi compiva anche diciott’anni.

Ho cominciato a vacillare. Mia moglie si è alzata schifata e se n’è andata. “Chiamami quando finisce questa porcheria”, mi ha detto.
Io intanto con la coda dell’occhio ho intravisto un pallone che entrava in rete, e mi sono detto, “finalmente, ora fanno vedere le partite di oggi.”
Invece era un servizio su un allenatore “caduto in disgrazia” – non ho capito il perché, ma non mi interessa saperlo – che veniva glorificato perché allena una squadra di immigrati senz’arte né parte, la cui specialità sembra essere quella di sparare il pallone alle stelle.
Nel mezzo di questa situazione metafisica, c’era un imbecille con una finta ferita in fronte che continuava a fare battutine idioti, per le quali rideva solo lui.

Dopo quasi mezz’ora di sofferenza lancinante, è finalmente arrivato il primo servizio sulle partite di oggi. Ma anche qui, la sorpresa è stata grande: invece di vedere una sintesi della partita, e di ascoltare un breve commento finale degli allenatori, hanno fatto vedere soltanto i gol della partita – un minuto al massimo – mentre l’allenatore ha tenuto banco per almeno cinque minuti sparati. Ha parlato di tutto. Di cosa gli passa per la testa durante una partita, di come ha insegnato al suo portiere a parlare italiano, di come gioca la sua squadra con tre attaccanti centrali, quando gioca contro una difesa a cinque, e di come invece deve portare in alto gli esterni, quando ha di fronte una difesa che gioca a quattro.

Insomma, la follia pura. Ci mancava che ci raccontasse quante mutande color ciclamino ha nel suo guardaroba, e l’”analisi” del personaggio era completa.
A quel punto l’idea di aspettare altri dieci minuti per vedere altri tre gol mi ha convinto a cambiare canale.
Ho pensato che se Kafka fosse vissuto oggi, invece de “Il processo” avrebbe sicuramente scritto un libro intitolato “La domenica sportiva”.
Sia chiaro: non voglio parlare della “domenica sportiva” di ieri, né voglio parlare della “domenica sportiva” di oggi. Voglio parlare della differenza abissale che ho rilevato fra le due trasmissioni.
Nell’arco di soli vent’anni i parametri della comunicazione si sono completamente capovolti. Quello che ieri era il cuore del messaggio – le azioni, la partita, i gol – oggi è diventato quasi un elemento di contorno, mentre lo spazio è stato interamente conquistato dal pettegolezzo frivolo, dalla battuta imbecille, dall’argomento inutile, dal vuoto pneumatico più assoluto.

In altre parole, oggi il contorno è diventato protagonista.
Non è facile spiegare in due parole quanto sia pericoloso questo tipo di meccanismo, una volta innescato nel pubblico televisivo. Aver sostituito il contenuto con il contenitore equivale ad aver svuotato la scatola cranica dello spettatore, per poi di poterla riempire di qualunque altro oggetto possa servire all’occasione.
Oggi è la torta di compleanno del ragazzino milanista, domani sarà il battibecco fra il politico e la velina di turno, dopodomani sarà l’ennesima cattura dell’ennesimo braccio destro di Bin Laden, nuovo leader di Al-Queda.
Una volta che hai rimosso il menù con le priorità mentali dell’individuo, puoi metterci dentro quello che vuoi.
Eppure una volta la televisione c’era, e i contenuti c’erano eccome. Io me li ricordo. Potevano essere filtrati, certamente. Potevano essere selezionati, certamente. Potevano essere politicizzati, certamente. Ma almeno di “qualcosa” si parlava. L’oggetto del discorso era comunque tangibile. Esisteva. Aveva forma, colore e dimensione.

Oggi si parla del nulla più assoluto. La parola è diventata fine a se stessa.
Che dite, davvero non sarà più possibile tornare indietro?

Articolo di Massimo Mazzucco

Fonte: luogocomune.net

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