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Dalla piccola utopia della Kirghisia, alla grande narrazione di Davos, verso la conquista della Realtà

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Nexus New Times # 165

NEXUS New Times Nr.165, atteso come sempre, è ora disponibile! Non possiamo, in questo preciso momento storico, ignorare l’incalzare della tematica bellica. E non ci riferiamo...

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È stato strano. Mentre rileggevo con grande piacere Lettere dalla Kirghisia, un libro che avevo conosciuto e amato da ragazza, lentamente una sensazione di disagio mi ha presa. La miriade di emozioni benefiche scaturite dalla sua lettura si sono mescolate ad una percezione strisciante di minaccia. Ho dovuto aspettare qualche giorno e riflettere. Poi ho capito.

Nella mia mente si era creata un’associazione assurda, paradossale, eppur vivida e reale, tra il testo di Silvano Agosti e i tanti libri e contenuti letti e percepiti nel flusso incessante dell’infosfera provenienti dal Word Economic Forum di Davos e dai tanti centri di potere ad esso connessi. È come se alcuni temi affrontati da Silvano Agosti nella sua piccola, poetica utopia riecheggiassero, fastidiosamente distorti, nelle immagini della nuova grande narrazione del WEF.

Il World Economic Forum è un potente e influente think tank dove i principali leader mondiali dell’economia, della politica, della cultura si riuniscono da anni per discutere del futuro del mondo. Nato alla fine degli anni Settanta, viene organizzato ogni gennaio a Davos, una cittadina della Svizzera, e a differenza delle tante altre storiche riunioni formali delle elites globali rigorosamente a porte chiuse, come il Club di Roma o il Bilderberg, il meeting di Davos è sempre stato un luogo in cui alcune loro idee hanno trovato una dimensione volutamente più pubblica. Negli ultimi anni il WEF è diventato a tutti gli effetti una potente agorà mediatica, sono stati fatti per la prima volta nella sua storia importanti investimenti in pubblicità e il suo inventore e presidente, l’ingegnere professore universitario Klaus Schwab, si è trasformato in un prolifico autore di libri, tanto da dare alla luce in pochi anni ben quattro citatissime opere: La quarta rivoluzione industriale del 2015, Governare la quarta rivoluzione industriale nel 2018, Il grande Reset del 2020 e La grande narrazione del 202I. Sono quattro testi che rappresentano l’inedito punto di arrivo di un pensiero che a Davos si è evoluto in più di quarant’anni di storia, e che contengono dissertazioni incredibilmente capaci di descrivere, in anticipo o in perfetto sincrono, le principali dinamiche sociali e poliche della nostra contemporaneità. Da Davos sono partiti concetti chiave diramati poi dalle più autorevoli istituzioni globali e articolati in alcuni documenti che stanno dirigendo tutte le politiche delle Nazioni che li hanno adottati, come l’Agenda 2030 dell’ONU e il Green New Deal dell’Unione Europea. Davos è infatti anche un laboratorio politico internazionale, da cui escono quadri dirigenziali formattati sui valori del gruppo, che annoverano anche capi di Stato. Il WEF si è inoltre trasformato in un palcoscenico per i movimenti del nuovo millennio, un tempo definiti antagonisti, a partire da quello ambientalista, il Friday for Future di Greta Thumberg, dissolvendo così al suo interno una dialettica durata secoli, che ha visto lo scontro, ma anche il confronto, di ideologie e di interessi di classe contrapposti.

L’ultimo movimento sociale importante partito dal basso, quello anti globalista della fine degli anni Novanta, aveva individuato proprio nel meeting di Davos il referente oppositivo per eccellenza. Le manifestazioni che si tenevano puntualmente ogni anno fuori dalle porte del WEF scaturirono poi nella costruzione di un contro meeting a Porto Alegre in Brasile, il Fondo Sociale Mondiale, per proporre una diversa visione del mondo e del futuro rispetto a quella del WEF. Il FSM si riunisce ancora a distanza di venti anni, ma a differenza del WEF, è completamete scomparso dal dibattito pubblico mediatico.
Lettere dalla Kirghisia è uscito nel 2004, negli anni dell’ultima contestazione in Occidente, e pur essendo Agosti un artista e intellettuale totalmente libero, i temi della sua ricerca umana e artistica si sono sempre distinti per avere una lucida e profonda visione del mondo e dell’essere umano in generale, da sempre fonte d’ispirazione per tutti i “contestatori” del sistema attuale.
Tornando a me, ho dovuto ragionare molto sul perché io abbia potuto indugiare nel parallelismo tra due mondi tanto lontani. La relazione che seguirà sarà il tentativo di dare una spiegazione a tutto questo e di trovare una soluzione a un malessere che ancora non mi abbandona.

II

Un mondo più verde, più pulito, più equo. Un mondo più sostenibile e
meno consumistico, più solidale e meno egoistico, più locale e meno globale, più sicuro e meno ingiusto, sono tutti concetti che compaiono ormai in ogni testo e discorso proveniente da Davos e dai principali organi istituzionali occidentali. Eppure fino a poco tempo fa erano temi cari solo a quelli di un “altro mondo possibile”, quelli delle utopie alla Kirghisia e delle piazze globali che negli ultimi anni della contestazione hanno tentato di opporsi a un sistema economico e sociale predatorio, il cui motto, lapidario e specularmente opposto al loro, era “there’s no alternative”, di Thatcheriana memoria.
Per spiegarmi questa apparente assurdità, ho dovuto ragionare sul significato che queste parole assumono se inserite in precisi contesti semantici e simbolici, in uno in particolare, che oggi viene definito, anche nel linguaggio mediatico comune, discorso o narrazione. Si parla di narrazione di un evento, come ad esempio la narrazione Covid, di narrazione mainstream, di grande narrazione, che non a caso è anche il titolo dell’ultima fatica di Schwab, di contro narrazione. Per capire cosa sia però questa narrazione, ho ripensato alle considerazioni che il filosofo francese Jean-Francois Lyotard, teorico del Postmoderno, fece proprio riguardo questo tema alla fine degli anni Settanta, inquadrando, a mio avviso perfettamente, il fenomeno socio-comunicativo nel quale ancora oggi ci troviamo, anche se forse non per molto…

Le narrazioni sono dei meta-discorsi all’interno dei quali si raccolgono i valori etici e morali di una società, necessari poi a legittimare le forme del potere, dell’autorità e dei costumi che al suo interno si consolideranno. Le narrazioni si sono trasformate nei secoli da strutture poetiche per lo più orali, a corpi filosofici e religiosi sempre più complessi e intrecciati tra loro, fino a prendere le sembianze delle principali ideologie Ottocentesche, che hanno definito le epoche storiche moderne e contemporanee.
Il Postmoderno ha sancito la fine di tutti i tipi di narrazioni, da quelle politiche a quelle religiose. Il suo pensiero e linguaggio prettamente scientifico hanno reso di fatto obsolete le vecchie narrative, tanto da farle decadere al rango di semplici favole. Il tipico disincanto contemporaneo ha allontanato i popoli dalle grandi storie umane, liberandosi da una parte dai dogmi e dalle false credenze e generando dall’altra un enorme vuoto di valori, di senso e di scopo. Ma la libertà e il vuoto che sembrano pervadere la nostra società sono solo superficiali. In maniera prepotente, ma sotterranea, dalla seconda metà del Novecento si è fatta strada una nuova narrazione, che ha ricostituito i pilastri già citati di Lyotard: potere, autorità e costumi del sistema dominante. Sto parlando della pubblicità, la narrazione postmoderna per eccellenza.
Il linguaggio pubblicitario è un corpo narrativo frammentato in un caledoiscopio di micro storie, spot, montaggi di immagini edulcorate e slogan seduttivi, portatori di una vera e propria neo-lingua, apparentemente slegati tra loro, ma ideati e realizzati da un sistema organizzato ed efficiente, composto da tecnici e creativi, che lo realizzano, e committenti, brand-industrie-istituzioni, che lo finanziano. È un sistema creato non solo per alimentare il famelico motore della nostra società, cioè l’economia, ma anche per costruire il sistema di valori dell’unica forza e ideologia uscita indenne, anzi rafforzata, dallo smantellamento del pensiero postmoderno, quella del capitalismo nella sua forma oggi conosciuta di neoliberismo avanzato. Forza metamorfica per eccellenza, capace di mutare sempre per non mutare mai, il capitalismo postmoderno ha saputo spogliarsi di tutti gli orpelli ideologici politicamente scorretti e sviluppare un linguaggio e pensiero leggero, liquido, accativante, funny, capace di intercettare la sensibilità dell’uomo contemporaneo e di plasmarne le pulsioni, i sogni, i bisogni. La nuova narrativa postmoderna del potere ha costruito così coerentemente il suo sistema avvalendosi di strumenti sempre più immaginifici e pervasivi, come il cinema, la televisione e i nuovi media. Il marketing semplice e ingenuo dei primi decenni del consumismo di massa si è trasformato velocemente in raffinato storytelling, facendo proprie inoltre le più recenti scoperte nell’ambito delle neuroscienze, del neuromarketing, della psicologia sociale e delle scienze comportamentali. Questo patrimonio inestimabile di scoperte nelle scienze umane si è unito a uno sbalorditivo sviluppo tecnologico. Oggi il sistema mediatico si è trasformato in una relazione informativo-emozionale perpetua, in cui chi guarda non solo riceve informazioni, ma concede informazioni di sé, permettendo ai brand di accumulare moli infinite di dati grazie ai quali costruire una narrativa targhetizzata sul singolo individuo e di attivarne cosi i suoi impulsi più inconsci.
Queste strabilianti metodologie hanno permesso alla narrazione mediatica pubblicitaria di apportare una trasformazione nella percezione della realtà stessa.

Fu un altro grande filosofo del Postmoderno, Jean Baudrillard, che, sempre alla fine degli anni Settanta, cominciò a parlare di epoca dei simulacri, rappresentazioni mediatiche della realtà, che hanno però la pretesa non più di nascondere qualche verità, ma di testimoniare che non esiste verità alcuna, diventando per questo verità in sé e per sé. E così gli eventi, i fatti, la realtà da qualunque ambito essa provenga, diventa vera, reale solo se la si vede rappresentata in TV o negli schermi dei nostri device sempre connessi. Tutti i principali eventi storici recenti, che hanno poi plasmato la nostra società, sono partiti da una grande rappresentazione mediatica, da un simulacro della realtà. Abbiamo avuto la diretta televisiva dell’allunaggio dell’Apollo 11, che doveva generare sentimenti galvanizzanti necessari all’espansionismo economico e militare occidentale della fine degli anni Sessanta, e abbiamo inaugurato il nuovo millennio con il più spettacolare attacco terroristico della storia, quello alle Twin Towers nel cuore della capitale dell’Impero, che ha dato il via a sentimenti depressivi e angosciosi, necessari a un’economia in pilotata recessione e a una nuova configurazione geopolitica globale. La storia mediatico-sociale recente è stata scandita da un palinsesto serratissimo fatto di immagini di disastri ambientali, di epidemie globali e di guerre fratricide, una serie incessante di spot e news generatori di paure, insicurezze e psicosi sociali, che stanno scandendo la fase terminale di una metamorfosi iniziata da tempo e svelatrice di un nuovo modello sociale verso cui i padroni del mondo stanno traghettando il futuro.

La narrativa pubblicitaria ha modificato direttamente anche la natura intrinseca delle nostre prassi politiche e istituzionali, sino a trasformarle in quelle che Noam Chomsky ha definito democrazie degli spettatori, simulacri delle antiche democrazie partecipative. L’efficacia di questa narrativa è testimoniata dal fatto che tutti noi siamo cresciuti credendo fermamente di vivere in democrazie perfettamente efficienti e di avere il controllo pieno della nostra libertà di pensiero e di azione. Da felici cittadini postmoderni, figli antropologicamente mutati del boom economico, ci sentiamo liberi da tutte le narrazioni e crediamo ciecamente in ogni simulacro, interpretandolo correttamente come realtà. Questa è la cifra del nostro folle tempo: il Truman show.

Fino a poco tempo fa la narrazione dominante era materia di analisi solo di filosofi e complottisti, mentre oggi se ne parla apertamente, non solo nell’ambito della cosiddetta contro-informazione, ma nel mainstream tutto. L’élite mondialista, per sua natura abile a muoversi solo nell’ombra, per la prima volta, dopo decenni di nascondimenti pubblicitari, ha spalancato le porte della sua macchina propagandistica mediatica, incitando apertamente, come nell’ultimo meeting di Davos, i migliori copywriter del sistema, gli intellettuali e artisti di regime, della necessità di creare una nuova affascinante narrazione, che dovrà avere alcuni concetti chiave espressi in ogni payoff istituzionale, primi tra tutti green e scientifico. Prima di cercare di avanzare nell’analisi della nuova narrazione, è necessario fare ancora delle osservazioni sulla vecchia pubblicità, per non dimenticarsi che essa è la matrice della narrativa del potere contemporaneo. È bene quindi ricordare le tecniche comunicative che il marketing ha adottato fino ad oggi. Una delle più note è il cosiddetto greenwashing, strategia di comunicazione con cui i principali brand dell’industria e delle istituzioni hanno tentato di ripulire la loro immagine, resasi impresentabile dopo decenni di soprusi ai danni del pianeta e dei consumatori-cittadini noti ormai anche al grande pubblico. Il processo di greenwashing, come dice il nome, permette di ritornare puliti e apprezzati da un pubblico sempre più sensibile a certe tematiche, grazie all’uso di parole, concetti, immagini, claim pubblicitari, a cui però non corrispondono reali politiche green da parte dei brand. Lo stesso schema di falsificazione comunicativa vale per qualsiasi concetto, come ad esempio quello scientifico. Nella cultura odierna solo la scienza possiede un’autorevolezza condivisa, essa è una delle colonne portanti della cultura dell’Occidente e i benefici che può apportare nella vita quotidiana sono oggigiorno alla portata di tutti. Per queste sue caratteristiche esso è diventato un altro concetto chiave del marketing davosiano, trasformandosi così nell’ennesimo simulacro, cioè un’entità completamente distaccata dalla sua forma e significato originario di Scienza.

Con questa consapevolezza, posso quindi ritornare a Davos e comprendere come sia possibile che quella stessa élite, responsabile di crimini efferati nei confronti dell’umanità e del pianeta, perpetuati nel nome del business, il dio del capitalismo, possa ammantarsi ora di essere migliore, semplicemente usando parole e concetti a lei intrinsecamente estranei, ma universalmente riconosciuti come positivi.

Ma la nuova colossale campagna di marketing preparata da Davos ha oltre a quelli già citati, altri elementi fortemente inediti. Dei temi, delle immagini, dei concetti che nel loro carattere platealmente eversivo si avvicinano molto di più al racconto utopistico della Kirghisia che alla solita, consumata favola buonista del Mulino bianco. Siamo in una nuova fase comunicativa, perché nuovo è il prodotto da vendere: un sistema sociale diverso, con un diverso modo di lavorare, apprendere, relazionarsi e vivere.

Sappiamo che quando un brand inizia la sua campagna di comunicazione è perché il prodotto, e tutto il sistema di produzione ad esso connesso, sono perfettamente pronti e già ampiamente testati. Sappiamo inoltre che c’è un’equazione aurea inversa nel mondo del marketing, cioè che maggiore è l’investimento in pubblicità e propaganda, minore è il reale valore non solo intrinseco, ma anche percepito, del prodotto reclamizzato. Il lavoro di convincimento è quindi difficile, e per questo sono usati tutti i mezzi mediatici a disposizione e tutte le strategie, anche le più innovative ed illecite. Un brand in queste condizioni è disposto a tutto, soprattutto se l’obiettivo è il successo totale della campagna: prodotto sold-out e tutti, ma proprio tutti, i consumatori contenti.

Entriamo così nel cuore delle mie sensazioni sgradevoli, nell’analisi dell’assurdo parallelismo tra la Kirghisia e Davos.

III

La nuova fiction del WEF parte, come il racconto della Kirghisia, da un’esigenza di portata utopica: immaginare un nuovo mondo che dovrà nascere dalle ceneri di quello attuale. Sia Silvano Agosti che gli ideologi di Davos, spinti da una grande insofferenza per il mondo così come è, desiderano crearne uno nuovo, nel quale, dicono, saranno risolti i principali conflitti che ancora attanagliano l’umanità. È una spinta che però non rimane soddisfatta nella sola immaginazione. Sia Agosti che i Davosiani, come tutti gli utopisti, ambiscono a rendere reali, ognuno con i propri mezzi, le idee partorite. E così mentre Agosti incita i propri lettori a mettere in pratica nella quotidianità la rivoluzione kirghisiana, i Davosiani sono decenni che interagiscono a più livelli nella politica dei paesi un tempo sovrani, avendo sviluppato una capacità di infiltrazione e corruzione delle istituzioni nazionali e globali sempre più capillare.

Il primo problema da risolvere è per le due utopie quello del lavoro e del reddito ad esso associato. In Kirghisia tutti lavorano tre ore al giorno in attività utili alla collettività e l’obiettivo è di passare a due. Ogni cittadino riceve uno stipendio sufficiente alla sua piena realizzazione e una casa al diciottesimo anno di età, mentre ogni aspetto della vita, dalla scuola alla cultura, dalla salute al benessere generale, è tutelato da uno Stato gestito a titolo volontario dagli stessi cittadini e creato per la gestione disinterressata del bene di tutti. Parimenti anche per i Davosiani il lavoro umano sta per scomparire sotto la spinta di un’evoluzione tecnologica incredibile e la permanenza di sempre più paure sociali, come ad esempio quella del contagio. Tutto questo porterà da un lato a un’automazione sempre più diffusa e dall’altro a un lavoro che si svolgerà per lo più da remoto. Anche a Davos sono arrivati ad ipotizzare la necessità di un reddito universale, oggi chiamato Basic Income, già in fase di sperimentazioni in diversi paesi, come in Italia con il Reddito di cittadinanza. E stiamo vedendo come un tema apparentemente condivisibile, apra nella realtà problematiche non semplici, ad esempio quanti soldi verranno elargiti, con quali strumenti e se potranno accedervi tutti i cittadini o solo alcuni, detentori magari di particolari patenti e specifici strumenti di riconoscimeto digitale.
Altro tema che accomuna le dissertazioni di Agosti e dei pensatori di Davos è quello dell’educazione e dell’acquisizione del sapere tramite l’uso di una tecnologia sempre più duttile e performante. In Kirghisia le scuole non esistono, i bambini e i ragazzi sono lasciati liberi in parchi in cui sono state create aree di libero accesso alle informazioni tramite l’uso di computer e di internet. Anche per gli utopisti di Davos lo sviluppo della rete in velocità e potenza gioca un ruolo fondamentale nella formazione scolastica. In un mondo fatto di e-thinks, non può che esserci anche la e-learning, come loro la definiscono, un processo di acquisizione di conoscenza da svolgere autonomamente da casa a tutte le età. E anche in questo ambito abbiamo potuto già vedere esperimenti con la didattica a distanza nel periodo pandemico. Da qui si dirama un altro tema caro ad Agosti e ai Davosiani, quello di come immaginare la socialità e la sessualità. Gli abitanti della Kirghisia sono uomini e donne liberi di muoversi, di far parte attiva della loro società dove tutti i principali vincoli che hanno soggiogato l’umanità sono stati spezzati. Così anche la sessualità è stata liberata dai tabù e posizionata, come ogni altra attività, all’interno della pratica umana più importante, il gioco. Agosti, con l’infinita delicatezza che lo contraddistingue, immagina che basterà mostrare un piccolo fiore azzurro per comunicare a tutto il resto della comunità il desiderio di dare e ricevere amore. La libera comunicazione del sé è parimenti al centro del mondo di Davos. Le relazioni dovranno svincolarsi sempre di più dai freni che le tengono represse da secoli grazie alla nuova dimensione del virtuale. Solo qui potremo essere veramente noi stessi, mantenendo quel distacco che ci permetterà al contempo di non avere più inibizioni e di essere totalmente sicuri, liberi nei desideri e dalle fobie. Il Metaverso di Mark Zuckerberg sta andando precisamente in questa direzione.
Altro e ultimo grande tema che accomuna queste due visioni è la Natura e la volontà di risolvere tutti i problemi che una patologica relazione con essa ha generato. Per Agosti stare in Natura è condizione imprescindibile per il benessere dell’umanità in tutte le sue età. In Kirghisia l’ambiente naturale è uno spazio sinergicamente collegato con l’uomo. Una delle conseguenze più immediate è la scomparsa del problema dell’inquinamento. Anche per i teorici di Davos la Natura ha acquisito un’improvvisa importanza, tanto da diventare l’asse portante di tutte le politiche che propongono. Sostenibilità, ecologismo, riduzione dell’impatto ambientale di tutte le nostre azioni e abitudini sono le parole d’ordine del nuovo ordine sociale, che ha l’obiettivo di rendere la nostra vita più rispettosa dell’ambiente, e quindi necessariamente più frugale e meno dipendente da un consumismo inutile e dannoso, che, come proclamano da tutti i media, sta rischiando di portarci verso una vera catastrofe ambientale senza ritorno.

IV

Oltre la spinta utopica a cambiare radicalmente il nostro sistema sociale, ci sono quindi tanti temi che parrebbero far avvicinare a un livello superficialmente “progressista” il progetto di Davos a quello della Kirghisia. Tra questi, oltre quelli sopra analizzati, si potrebbe inserire anche la concezione che la proprietà privata sia una condizione da superare e la collettivizzazione dei beni sia un’evoluzione della società (“Entro il 2030 non avrai più nulla e sarai felice”, recita una degli spot più virali di Davos), così come il passaggio da una società dei consumi e una dei servizi. Ma c’è in realtà qualche cosa di molto più profondo che pone i due mondi nella reale sostanza in totale antitesi l’uno dall’altro.

È necessario spingersi però a occhi chiusi nelle profondità che hanno generato le immagini poetiche della Kirghisia e spegnere per qualche istante lo schermo su cui compare l’ultimo spot di Davos, per arrivare a sentire chiaramente il cuore ispirativo pulsante, il centro del pensiero e dell’energia di questi due mondi. E possiamo percepire, ancora prima di capire, che tutto parte da una concezione dell’uomo radicalmente opposta.

Per Silvano Agosti l’essere umano è l’assoluto capolavoro della Natura. Da questa grandiosa concezione si irradia da sempre tutta la sua ricerca artistica, di cui Lettere dalla Kirghisia è il punto d’arrivo poetico più fulgido. Ma non si è fermato solo a questo. Nella sua peculiare praticità divergente, Agosti ha voluto concretizzare ancora di più il suo pensiero intentando una campagna presso le Nazioni Unite e l’U.N.E.S.C.O per proclamare l’essere umano patrimonio dell’Umanità! Silvano Agosti si inserisce grazie a questo suo immenso lavoro, tuttora in corso, nella grande tradizione degli intellettuali Umanisti, coloro che per secoli hanno cercato di indagare su cosa sia l’Uomo e si sono adoperati per dare risposta alle sue reali esigenze.

Sul fronte opposto troviamo i pensatori di Davos. Per loro il punto di partenza e di arrivo è una concezione prettamente negativa dell’uomo. Questo animale sociale, che nella sua forma meno evoluta si definisce come massa, popolo, plebe, oggi cresciuta in numero pericolosamente alto per un sistema sociale piramidale sempre più alto e traballante, è visto come una creatura biologicamente limitata, concretamente dannosa, ma anche perfettibile. Il progresso tenico-scientifico è lo strumento che permetterà, già da oggi, di entrare nell’essere umano, hackerarlo e riprogrammarlo per farlo arrivare ad una nuova fase evolutiva, definita Transumanesimo. Su questo tema sono illuminanti le considerazioni dello storico israeliano Yuval Noah Harari, molto seguito sia a Davos che nella Silicon Valley. Le filosofie che fanno da matrice a questa concezione dell’uomo sono antiche, eterogenee e sarebbe troppo lungo addentrarsi ora in un’analisi. Semplificando è possibile dire che tutte hanno in comune la concezione che l’Umanità, e più in generale la Natura, sia un qualcosa di fallace, da controllare e da plasmare. Questo compito è riservato ad una ristrettissima casta di eletti, illuminati, guardiani e potenti, che soli detengono le qualità e i mezzi per innalzarsi su tutto e tutti. E così, spogliata delle immagini di utopia positiva, quella di Davos si manifesta nella sostanza reale, come una distopia.

In concreto, quello di cui parlano chiaramente le élite contemporanee attraverso i loro canali di comunicazione è una rivoluzione, o reset, del capitalismo, portata avanti non dai popoli, ma dagli stessi padroni di sempre, che si adopereranno per spazzare via il vecchio sistema e instaurarne uno nuovo, o meglio un ibrido in cui, come analizzato dal filosofo italiano Giorgio Agamben, sarà presente l’alienazione del liberismo più spinto e il controllo sociale tipico delle dittature socialiste e comuniste. Oltre la coltre della propaganda pubblicitaria, il quadro che si profila è dunque coerente con le basi ispirative. Quell’1% di popolazione, che era già stato perfettamente identificato dal movimento Occupy Wall street di inizio millennio come appartenente ad una limitatissima classe di uomini sempre più ricchi, per lo più bianchi, di sesso maschile e anglosassoni, ha di fatto dichiarato la sua scientifica guerra giusta e green al restante 99% di popolazione mondiale. Il nuovo riassetto sociale dovrà portare ad una drastica riduzione della popolazione, allo smantellamento definitivo di una classe media inutilmente produttiva e al controllo dell’umanità restatante da parte di uno Stato totalitario a governance globale perfettamente fuso con uno sparuto gruppo di mastodontiche corporazioni private, che si avvarrà della digitalizzazione totale delle nostre vite e dei nostri corpi per esercitare il suo potere. Nel mentre, seguendo la moda del momento, ci adoperemo tutti per avere un mondo più pulito, più solidale, più sostenibile e saremo tutti rigorosamente resilienti, cioè incapaci di reagire alla nostra stessa distruzione. Tornando al parallelismo con Agosti, nel mondo immaginato a Davos non vi è traccia alcuna di amore per l’Umanità, non vi può essere, non vi è mai stata. Questa semplice consapevolezza, accessibile a tutti, credo sarebbe più che bastante per combattere la realizzazione del progetto davosiano. Eppure, mai come oggi, ogni analisi approfondita è bandita dal dibattito, ogni voce pensante è tacciata di falso e di complottismo, e quindi vilipesa, emarginata, cancellata.

L’élite egemonica ha investito tutto nella creazione del nuovo modello sociale distopico, usando le tecniche del marketing e della paura per convincere, e assoggettare forzatamente, popolazioni già ampiamente lobotomizzate da decenni di propaganda mediatica, e schiacciare ogni consumatore dissidente.

V

Sono riuscita dunque a spiegarmi i motivi del malessere generato dall’associazione di due storie dalle spinte sociali ed etiche antitetiche. Una similitudine angosciosa, resa possibile da una neo narrativa dominante, portata avanti da un potere che continua, dopo millenni, a voler rivendicare la sua nefasta egemonia, bloccando la naturale spinta evolutiva umana. Un potere forte come non mai, perché controllore di risorse economiche inimmaginabili e di mezzi tecnico-scientifici che potrebbero diventare o strumenti di schiavitù o di evoluzione della nostra specie. Un potere però mai come oggi evidente in tutte le sue manifestazioni abnormi, nei suoi conflitti d’interesse intollerabili, nei suoi intrecci perversi, nelle sue pulsioni sociopatiche, nelle sue intenzioni disumane. È tutto scritto, tutto propagandato, tutto esposto, ai limiti della sovraesposizione, è tutto fasullo, è tutto chiaro e alla portata di tutti, proprio attraverso quel flusso di informazioni e contenuti che loro stessi usano, ma che ancora non del tutto controllano, specialmente nei territori infiniti della rete.

E mi accingo così a concludere questo lungo percorso con la definizione di una possibile chiave per uscire dall’iniziale mio stato di angosciosa minaccia ed entrare in una nuova condizione speranzosa, anzi gioiosa.
Stiamo vivendo un momento unico per tutti i motivi sopra esposti e per un altro ancora, quello che vede protagonista non il potere, ma il popolo di telespettatori che stanno assistendo allo spettacolo.
Ebbene proprio questa visione, che potrebbe anche essere interpretata come l’antichissima menzogna proietta da secoli sul fondo della caverna sociale rimessa a lustro secondo i canoni retorici contemporanei, sotto la spinta parossistica di questi ultimi decenni, sta diventando meno credibile per un numero sempre cresente di persone. Inverosimile, grottesca, antiscientifica, stupida, ridicolmente horrorifica, la grande narrazione sta spingendo sempre più spettatori ad abbandonare la sala di proiezione dei simulacri per iniziare un nuovo percorso conoscitivo della Realtà. La grande campagna pubblicitaria non sta quindi procedendo ottimamente come si vorrebbe. E siamo solo all’inizio…
È un fenomeno incredibile che si sta compiendo giorno dopo giorno, è un meccanismo a catena inarrestabile e irreversibile. E a iniziarlo è stato proprio quell’uomo postmoderno, così bistrattato dalla storia recente, così materialista e impoverito nello Spirito, eppure così ricco di straordinarie risorse che proprio ora, alla fine del suo momento storico, sta tirando fuori. Cresciuto tra traumi storici e pubblicità edulcorate, dotato di una forma mentis razionale che, quando non si spegne e piega nel cinismo, è capace di intercettare le spinte dell’evoluzione possibile, l’uomo nuovo sta rifiutando, resistendo, al ritorno ad una forma di pensiero e di mondo ideologica, fideistica, dogmatica, ottusa, fasulla, involutiva, totalitaria, che le élite stanno cercando di restaurare in un atto tanto estremo, quanto disperato.
Parrebbe quindi proprio che la sfida del nostro momento sia che ognuno di noi impari a smettere di credere, una volta per tutte, a ogni narrazione, ogni ideologia e utopia e inizi a intraprendere, con spirito lucido, entusiasta e non più disincantato, un percorso di conoscenza di una Realtà ancora tutta da scoprire e che parte da noi stessi. L’amore, la curiosità, la libertà, la fiducia in noi stessi in quanto esseri umani meravigliosi, la gioia, sono i segni distintivi dello Spirito del nuovo tempo, esattamente contrario a quello imposto dalle narrazioni. L’unione con sempre più individui accomunati dal desiderio di intraprendere questa nuova strada verso la Realtà sta caratterizzando il momento storico epocale in atto.
Viverlo con fiducia ed entusiasmo è il pensiero, il sentimento che ho finalmente acquisito, grazie al quale posso ora spazzare via ogni timore.

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