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E SE VINCE L’ISLAM? COMINCIAMO A CHIEDERCELO di Maurizio Blondet

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Nexus New Times # 165

NEXUS New Times Nr.165, atteso come sempre, è ora disponibile! Non possiamo, in questo preciso momento storico, ignorare l’incalzare della tematica bellica. E non ci riferiamo...

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I generali prussiani, sicuri del loro metodo, furono sconfitti da Napoleone che li sorprese con il metodo suo, un nuovo modo di combattere.
La Prussia divenne uno Stato vassallo di Parigi.
Dopo cinque anni di «guerra globale al terrorismo», infinite devastazioni e mezzo trilione di dollari spesi solo per l’Iraq, la prospettiva della disfatta comincia ad albeggiare nei circoli del potere americano.
L’autonominatasi «unica superpotenza rimasta», partita baldanzosa per la crociata super-tecnologica in nome dell’Occidente (e per Israele), comincia a temere il peggio.
Il cambio d’umore americano è stato palpabile al Brussel Forum, l’annuale meeting di «leader politici, intellettuali e d’affari delle due sponde dell'Atlantico», tenutosi il 27-28 aprile.
L’inviato americano a questo vertice atlanticista, Richard Hoolbroke (ex ambasciatore USA e plenipotenziario per la Jugoslavia negli anni ‘90) ha parlato a coda tra le gambe.
«Il deterioramento del governo Karzai mina lo sforzo bellico in Afghanistan», ha detto. (2)
Un giorno prima, il dittatore pakistano Musharraf era stato più esplicito: «Hamid Karzai perde la guerra».
Ma di Hoolbroke, è stata notata soprattutto l’aria abbattuta.
Non più spocchia, ottimismo e sicurezza.
Niente più accuse alla «vecchia Europa», niente più discorsi sull’Europa che è di Venere mentre l’America è Marte.
E niente più rimproveri agli alleati della NATO che «non fanno la loro parte» nello sforzo bellico afghano.
Anzi una specie di autocritica: «C’è un enorme spreco di fondi da parte della comunità internazionale. Gli USA spendono miliardi di dollari in Afghanistan, di cui nulla giunge alla popolazione».
Una modestia nuova, una sobrietà umile, un dubbio e un’inquietudine mai prima sentita.

La coscienza della perdita di forza, prestigio globale e autorità internazionale degli Stati Uniti comincia a far breccia.
«Al mondo non sfugge che la maggior parte delle nostre forze sono bloccate in Iraq e in Afghanistan: quando Gulliver è legato a terra, tutti lo capiscono», ha detto Daniel Serwer, dell’US Institute for Peace. (3)
La piccola Corea del Nord, che gli americani credevano di aver convinto a rinunciare al suo programma nucleare (forse fantomatico) in cambio di assistenza economica, l’ha capito: ha lasciato passare il 14 aprile senza chiudere, come promesso, una delle sue centrali.
Così uno dei pochi successi vantati da Condoleezza Rice è svanito nel nulla.
Bush ha un bel mettere il veto all’ingiunzione del Congresso di ritirare le truppe entro il 2008.
Dopo quattro anni d’occupazione, la guerriglia anti-americana sta vincendo, l’ultimo «surge» del Pentagono sta fallendo, i caduti USA aumentano (cento solo ad aprile), e i siti internet sono pieni di video che mostrano cingolati americani mentre saltano sugli IED, gli ordigni a lato strada: gli occupanti ci incappano continuamente, indifesi, come pecore al macello.
Il 2008 sarà l’anno della ritirata, anche se lo dovrà fare il nuovo presidente.
«Come fallimento, le conseguenze saranno più gravi che la sconfitta il Vietnam», ammette William Cohen, ex segretario alla Difesa.
In Vietnam gli americani hanno avuto 17 volte più morti che in Iraq.
Ma il Vietnam non aveva il petrolio, non era nel cuore di una regione essenziale per l’economia resa instabile dalla stessa invasione USA, né minacciava di diffondere terroristi ben addestrati nel pianeta.
La immensa demoralizzazione della società americana seguita alla sconfitta in Vietnam rischia, inoltre, di ripetersi amplificata. (4)
Chavez abbandona il Fondo Monetario, una sfida inaudita all’egemonia della finanza USA nel mondo.
La NATO, messa troppo alla prova in Afghanistan, è di fatto una «forza spenta», che rischia la sconfitta sul campo, e rimarrà sinistrata forse per sempre.
Israele, il piccolo ma temutissimo alleato, non è più temuto affatto.
Ha avuto un bel dichiarare vittoria su Hezbollah: il prodotto della «vittoria» è che il capo del governo Olmert – l’uomo che voleva essere Sharon – è sotto processo per l’incompetenza con cui ha condotto quella guerra, e caldamente invitato a dimettersi dai caporioni del suo stesso partito.
Nei sondaggi, ha il gradimento di 3 israeliani su cento.

Insomma, dovunque l’America guardi, vede i risultati rovinosi dell'utopia bellicista di Bush e dei neocon, e forse irrimediabili.
La grande guerra all’Islam, concepita nei laboratori israeliani come la «crociata dell’Occidente» che l’avrebbe liberata dai suoi nemici anche solo potenziali, lontani e improbabili, s’è rovesciata nel suo contrario: impantanamento, insicurezza accresciuta, perdita di credibilità e persino di deterrenza.
L’ultima avventura bellica doveva instaurare nel cuore arretrato dell’Islam la «democrazia di mercato», il regime ideologico anglo-americano.
Invece, ha accelerato il declino dell’America, che tramonta nei debiti e nella crisi economica, mentre salgono Cina, India, Russia.
«Abbiamo intercettato certe tendenze di lungo termine, come la guerra in Iraq e la sconfitta repubblicana al Congresso, le cui conseguenze cominciano a vedersi: le opzioni si restringono», dice James Dobbins, analista della RAND Corporation.
Ma è una mezza verità, come ci si può aspettare da un uomo che lavora per il complesso militare-industriale (di cui la RAND è il think tank).
Le «opzioni si restringono» quando una potenza ha perso.
Allora non ci sono più truppe da gettare nel fuoco, né azioni politiche o militari che possano cambiare la situazione sul campo: in questo appunto consiste la sconfitta.
Ed è la sconfitta del sistema americano nella sua totalità ideologica: del suo sistema privatistico di mercato, del suo globalismo ideologico, della sua pretesa superiorità e modernità: e, anzitutto, del suo potente complesso militare-industriale.
E’ quello che adombra il colonnello Yingling, paventando «la nostra Jena» su Armed Forces Journal.
L’articolo è seguito da un commento dell’esperto militare Thomas Ricks, il cui titolo suona: «General Failure», che è un sagace doppio senso: significa insieme «fallimento generale» del sistema, e «fallimento dei generali».
Perché sono i generali statunitensi – quelli che hanno detto troppi sì a Bush, a Rumsfeld, ai neocon ebrei – ad essere chiamati in causa.
«I generali hanno ripetuto in Iraq gli errori del Vietnam», è l’accusa.
Il colonnello Yingling è reduce fresco dal comando sul teatro della città irachena di Tal Afar, e sa di cosa parla.
«La sconfitta del Vietnam è stato il più rilevante fallimento del sistema militare americano.
I generali USA rifiutarono di preparare l’esercito a combattere un conflitto non-convenzionale…
E avendo contribuito ad ingannare l’opinione pubblica in quella guerra, hanno scelto di ingannare anche se stessi dopo. Invece di imparare dalla sconfitta, le forze armate dopo il Vietnam si sono concentrate a prepararsi al genere di guerre che sapevano come vincere: guerre convenzionali ad alta tecnologia… le forze armate hanno tagliato le risorse e l’addestramento dedito alla contro-guerriglia», comprando invece a man bassa i caccia trisonici, i bombardieri invisibili, l’avionica mirabolante e i costosissimi gadget elettronici che il complesso militare-industriale era così lieto di vendere loro. (5)

Il risultato: il caccia F-22 «non è fatto per il tipo di guerra che si combatte in Iraq».
Costa 400 milioni di dollari al pezzo, vola due volte più veloce del suono, ma a bassa quota i suoi apparati sofisticatissimi di ricerca del nemico vengono accecati dalla pura e semplice babele di onde-radio, per lo più generate dai telefonini propri di abitati densamente popolati come Baghdad o Falluja, ma anche dal «jamming» elettronico generato dalla truppa americana nel disperato tentativo di far saltare le bombe improvvisate prima del loro passaggio.
Ma i generali non danno la colpa ai loro inutili gadget da terza guerra mondiale, danno la colpa alla guerriglia irachena, che non sta alle regole.
E che intanto li demolisce con le bombe improvvisate a telecomando, con la bassa tecnologia operata con coraggio e spirito di sacrificio, le due cose che il complesso militare-industriale non sa fabbricare.
La guerriglia irachena (quella vera, non quella che massacra altri iracheni) non sconfigge solo la tecnologia.
Sconfigge la convinzione hollywoodiana, radicalmente barbara – nel senso di Conan il barbaro, o di Sharon – che la forza bruta, il volume di fuoco e il preciso puntamento siano tutto, che bastino a vincere guerriglieri che difendono il loro suolo e la loro posizione nel loro proprio mondo. L’America ha trascurato – o peggio s’è dimostrata incapace – di ricostruire una società civile, di fornire servizi decenti almeno come quelli che lasciò Saddam, di controllare l’ordine e la sicurezza, di rimettere in sesto l’economia.
S’è fatta nemica un popolo che poteva anche sperare in un miglioramento: ha voluto solo far paura, e non ha lasciato a quel popolo altra alternativa che battersi fino alla fine.
Ha trascurato completamente la gestione politica e diplomatica dell’occupazione, ha tralasciato di ottenere l’appoggio di ceti e gruppi capaci di far funzionare il Paese, e di concepire la pace.
Un gigante cieco e sordo alle specificità locali, alle culture e all’onore della gente oppressa, ai sottili legami tribali, che pure pretendeva di insegnare loro come vivere.
Un Gulliver legato a terra da mille piccoli fili, che ha finito per legare se stesso alla paralisi.
Ora teme la sua Jena: la sconfitta di una armata appesantita e immobile di fronte a un modo agile, antichissimo ma innovatore, di fare la guerra, che segna anche il tramonto di un sistema e di una civiltà orgogliosa.
Perché in Afghanistan come in Iraq, giorno dopo giorno, versando una quantità enorme di sangue, stanno vincendo «gli altri», non noi.
Chiamiamoli pure «terroristi» o «fondamentalisti», sono musulmani.
Ed è stata Washington con Israele a volere così: la guerra all’Islam in quanto tale, bollato in blocco, l’hanno voluta loro. (6)

Ora è tempo di cominciare a chiedercelo: cosa faremo quando quei musulmani avranno vinto? Cosa faremo noi europei, quando l’Islam da noi attaccato con falsi pretesti e menzogne potrà dichiarare vittoria?
Cosa faremo, come occidentali partecipi della disfatta anglo-israeliana, noi che ci siamo creduti tanto protetti dalla superpotenza, da poter ridicolizzare i loro simboli e testi sacri?
Cosa diranno i nostri crociati da tavolino e templari di redazione, i nostri Allam, Ferrara, Introvigne?
Posso azzardare una previsione?
Saranno i primi a convertirsi sotto la scimitarra.
E poi ci terranno lezioni su come essere devoti alla sharia, denunceranno le ragazze che non indossano il chador, esibiranno lo zelo tipico dei neofiti per la vera religione.
Come quei fascisti che ritrovammo di colpo ex-partigiani e comunisti: sempre nelle stesse redazioni, con gli stessi stipendi e lo stesso potere di prima.

Note
1) Lt.Co. Paul Yingling, «A failure in generalship», Armed Forces Joyrnal, maggio 2007.
2) «BF’ blues», Dedefensa, 29 aprile 2007. Gli americani avevano la coda così bassa che persino l’atlantico maggiordomo Javier Solana, l’alto rappresentante [sic] della politica estera europea, ha avuto il coraggio di dire loro che «gli USA dovrebbero considerare di aprire una linea di comunicazione con l’Iran». Niente più bombardamenti atomici, ora si torna alla diplomazia.
3) «April may have been one of Rice’s cruelest motnhs», Zaman, 2 maggio 2007.
4) Thomas Ricks, «Some analysts see Iraq war eclipsing toll from Vietnam», Boston Globe, 30 aprile 2007. Alcuni passi: « … the Bush administration has magnified the problems of Iraq by neglecting public diplomacy in the Muslim world and by not developing a domestic energy policy to reduce the significance of Middle Eastern oil». «[Iraq] makes Vietnam look like a cakewalk» said retired Air Force General Charles Wald, a veteran of the Vietnam War. The domino theory that nations across Southeast Asia would go communist was not fulfilled, he added, but with Iraq, «worst-case scenarios are the most likely thing to happen». Iraq is worse than Vietnam «in so many ways» agreed Andrew Krepinevich, a retired Army officer and author of one of the most respected studies of the US military’s failure in Vietnam. «We knew what we were getting into in Vietnam. We didn’t here».
5) Yingling riecheggia critiche durissime e aperte che sono elevate, contro i generali yes-men, dai quadri intermedi, che reggono lo sforzo bellico sul campo. Quasi un ammutinamento: «Many majors and lieutenant colonels have privately expressed anger and frustration with the performance of Gen. Tommy R. Franks, Lt. Gen. Ricardo S. Sanchez, Lt. Gen. Raymond T. Odierno and other top commanders in the war, calling them slow to grasp the realities of the war and overly optimistic in their assessments. Some younger officers have stated privately that more generals should have been taken to task for their handling of the Abu Ghraib prison abuse scandal that broke in 2003. They also note that the Army’s elaborate ‘lessons learned’ process does not criticize generals and that no generals in Iraq have been replaced for poor battlefield performance, a contrast to other U.S. wars».
6) Lo nota persino il Financial Times, ormai. Denunciando un recente discorso di Bernard Lewis, l’arabista ebreo novantenne di Princeton, davanti all’American Enterprise, la nota centrale neocon: «Lewis ha accettato un premio ed ha pronunciato un lungo, dotto e tortuoso [rambling] discorso sull’attacco dell’Islam alla cristianità…» «La terza fase dell’attacco è già cominciata, questa volta prendendo due forme specifiche: terrorismo e migrazione», ha detto Bernard Lewis. Il commento del giornale britannico: «Lewis accenna continuamente ai musulmani in Europa come a ‘quelli’, una massa indifferenziata… quando si comincia a pensare ai 15 milioni di musulmani in Europa come a un unico blocco ostile, si chiude la porta all’analisi e si apre la porta al razzismo». Ovviamente, è il tipico modo di pensare israeliano: «quelli», tutti loro, ci vogliono morti. (Gideon Rachman, «The turkish parados and the prophet of Eurabia», Financial Times, 1 maggio 2007.

(Tratto da www.effedieffe.com)

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