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EFFETTO SERRA E CAPITALISMO di Mauro Quagliati

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produzione / consumo / progresso indefinito che non tollera limiti di
nessun tipo (morale, economico, ambientale). Questo, per altro, è
l’"Ordine del mondo" fondato sull’accumulazione della
ricchezza, sulla delega del potere ad una sistema gerarchico e sullo
sfruttamento degli schiavi che la civiltà occidentale si porta dietro
fin dai tempi delle città-stato mesopotamiche. Poi tale ordine è
passato attraverso la rivoluzione bancaria dell’Europa del XVI secolo,
che ha messo definitivamente al potere un’oligarchia borghese, la
quale si è dotata, con le rivoluzioni industriali moderne, di mezzi
tecnologici sempre più invasivi che oggi permettono di esercitare un
potere globale incontrastato sugli indigenti che popolano il resto del
mondo.



Detto questo mi sembra che i mali insiti nel capitalismo e
nell’industrialismo siano di ordine economico-sociale prima che
ambientale. Nel senso che la distruzione delle culture, delle
tradizioni, degli antichi mezzi di sussistenza, la riduzione degli
uomini in schiavitù hanno priorità rispetto all’effetto serra, sia
esso reale o presunto.



I lettori di Nexus sanno che alcuni scienziati dissidenti ritengono che
la storia del buco nell’ozono sia una bufala (CFC troppo pesanti per
raggiungere l’alta atmosfera). Tra questi vi è l’esimio Kary Mullis
il quale ritiene che il Global Warming Panel (o come si chiama) sia una
buffonata. E sappiamo bene quale statura morale e scientifica possiede
il premio Nobel per la biochimica, distante anni luce dalle intenzioni
dei figli di buona donna del Capitalism Magazine. Altri
ricercatori sostengono che la CO2 atmosferica viene
bilanciata dai meccanismi di deposizione del carbonio sotto forma di
carbonato di calcio (come le barriere coralline del triassico stanno a
dimostrare) e che la serie storica dei dati climatici è del tutto
insufficiente a trarre delle conclusioni con un livello decente di
affidabilità statistica.



Inoltre proprio in questi giorni sul sito di Nexus si discute della
possibilità che questa crisi climatica europea sia artificiale (chemtrails
e progetto HAARP).



Ora, non voglio essere frainteso. Io non ho una teoria preferita in
proposito e non sto ribattendo all’articolo di Cortesi, che è un
giornalista coraggioso e ammirevole. Attraverso Nexus vengono filtrati e
veicolati scenari su cospirazioni innominabili e ognuno di noi è
invitato a farsi un’idea propria di una situazione che è molto più
complessa di ciò che sembra. Quindi non concentriamoci troppo sulla
battaglia per il cambiamento climatico globale, perché quando
l’ortodossia scientifica, magari tra 20 o 30 anni, ci dirà che in
realtà i calcoli erano sbagliati e che possiamo anche bruciare il
doppio dei combustibili fossili senza pericoli, scopriremo di aver
puntato sul cavallo perdente.



Le rivoluzioni industriali producono una serie impressionante di danni
ambientali "locali" (distruzione di ecosistemi e quindi del suolo,
della fauna e della flora necessarie alla sopravvivenza stessa degli
autoctoni, diminuzione progressiva dell’acqua potabile disponibile,
effetti tossici e degenerativi sulle popolazioni), che porteranno per
forza di cose al crollo del sistema molto prima che qualcuno misuri
realmente un aumento di temperatura del globo.



Le considerazioni di Fred Singer (fondatore e presidente del Science
& Environmental Policy Project) non sono sbagliate anche se sembrano
dettate dal cinismo (non possiamo permetterci di ridurre le emissioni
del 60%-80%, quindi lasciamo perdere e continuiamo così). L’occidente
è strutturalmente incapace di frenare la sua crescita e di
riconvertirsi. È in grado di creare "benessere" solo con la
crescita materiale. Ergo, dato che l’UNICO modo di svilupparsi
è quello di bruciare, costruire, consumare e buttare via, i paesi del
terzo mondo stanno premendo per avere diritto anche loro a consumare le
risorse necessarie a intraprendere le rivoluzioni industriali.



L’oligarchia che governa il mondo deve però impedire questa strada
con ogni mezzo, altrimenti non avrebbe più il controllo sulle masse.
Per questo qualcuno suggerisce che le limitazioni alle emissioni dei gas
serra, che in "tutta fretta" si è cercato di approvare negli anni
’90, fossero solo parte della strategia secolare che i paesi padroni
attuano nei confronti delle loro (ex?) colonie per impedire di fatto che
si mettano sulla via dello "sviluppo" (da cui la definizione perenne
di paesi in via di sviluppo). In ogni caso ciò non toglie che
abbandonare la strada del petrolio sia effettivamente un imperativo
ecologico e morale per chi vuole immaginare una qualche forma di
sviluppo sostenibile.



Ma la trappola è qui. I paesi del terzo mondo si sviluppano per
diventare che cosa, mi chiedo? Siamo di fronte a un dilemma
antropologico e sociologico di vasta portata. Noi capiamo perfettamente
che è insensato che quei popoli arrivino a possedere il
videoregistratore e il condizionatore. Ma allo stesso tempo le
popolazioni che per secoli sono state schiave dell’occidente e lo
hanno visto in vetrina, vogliono anche loro il giocattolo. I secoli di
colonialismo li hanno trasformati nell’ombra delle culture che erano
millenni fa, sono ormai una moltitudine di individui senza struttura e
senza anima che si affolla in metropoli tutte uguali, occidentali
nell’architettura e nel funzionamento spietato. A parte le poche tribù
ancora protette dagli ambienti selvaggi e le piccole comunità
"civilizzate" che stanno recuperando gli antichi saperi (come alcuni
Pellirossa nordamericani), tutti sono ormai "occidentali"
nell’anima.



Anche le più antiche e feconde civiltà orientali, quella cinese e
quella giapponese, che avevano elaborato sistemi armonici di crescita,
demografica e materiale, dell’uomo nel suo ambiente, sono state
azzerate, massificate e digerite dalle due contrapposte ideologie
occidentali, il marxismo e il capitalismo ultra-liberista. Contrapposte
solo nell’apparenza, dato che entrambe le filosofie credono ciecamente
nel progresso materiale, nel "miglioramento" dell’uomo alla
ricerca della felicità, divergendo solo su chi debba guidare il cammino
delle magnifiche sorti e progressive: l’oligarchia invisibile
(il mercato, i banchieri, gli imprenditori) oppure l’oligarchia di
stato.



I Giapponesi in particolare hanno tentato di sublimare la cancellazione
delle loro cosmogonie millenarie, sostituendo i miti fondanti della loro
esistenza con il PIL, gli indici di borsa e il credo nella scalata
sociale. Ma il risultato è stato una società con ritmi di crescita
parossistici e con il più alto tasso di suicidi al mondo.



Viviamo in un mondo in cui gli analisti si stracciano le vesti quando il
PIL scende di pochi punti percentuali. Non abbiamo più gli strumenti
democratici per incidere sulla rotta che il gruppo dirigente mondiale,
ha intrapreso verso l’auto-distruzione (leggasi Superclan di
Giulietto Chiesa).



La sfida vera sarebbe rieducare il mondo "altro" a non seguire la
strada che abbiamo intrapreso noi e a ritrovare significati e modi di
vita che oggi si sono persi. Il problema è che la maggior parte di quei
modi di vita e degli ecosistemi in cui si sono sviluppati li possiamo
leggere sui libri, dai resoconti degli antropologi, ma oggi non esistono
più. Saremmo noi in grado di riprodurli?



Io credo che il punto di non-ritorno sia già stato oltrepassato.

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