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Evidence of Revision: Connecting the Dots di Massimo Mazzucco

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Un film uscito di recente, intitolato Evidence of Revision (indizi/prove di revisionismo), porta una grande quantità di materiali nuovi e particolarmente interessanti, che vanno ad arricchire il puzzle di informazioni già disponibili sulla complessa storia americana degli anni ’60 – ’70, che ha ruotato attorno all’omicidio di John e Robert Kennedy, e non soltanto.

Per la prima volta un film di genere “complottista” si azzarda a trascendere il singolo evento, cercando di disegnare una mappa trasversale del potere che risulta particolarmente chiara e sensata da qualunque angolazione la si guardi. (In realtà ci ha già provato Zeitgeist. In quel caso, diciamo che Evidence of Revision sta a Zeitgeist come Guerra e Pace di Tolstoi sta all’Almanacco Topolino).

Evidence of revision, prodotto da WING TV, ha anche il grande pregio di evitare il cosiddetto “complottismo qualunquista”, quello che porta genericamente a dire che “è tutta colpa dei massoni”, oppure “dei banchieri” oppure “degli Illuminati” – o di una qualunque combinazione dei tre – evitando l’approfondimento necessario a porre nel giusto contesto ciascuno dei casi analizzati.

Sia chiaro: nessuno nega che esista una massoneria, che esistano i grandi banchieri, o che esista un club …

… di cosiddetti “Illuminati”. Il fatto è che esisteranno altri cento gruppi con poteri simili o appena inferiori, come esisteranno faide e gruppi di potere all’interno del mondo finanziario, come esisteranno almeno dieci massonerie diverse, tutte in competizione fra di loro, e ciascuna con la pretesa di essere naturalmente l’unica genuina erede della tradizione muratoria.

Mentre entriamo nella seconda era di Internet, il “complottismo qualunquistico” sta infatti iniziando ad apparire come il nemico più pericoloso di una accurata analisi storica dei fatti più recenti. (Laddove non è più possibile coprire la verità con il monopolio dell’informazione, lo si fa alimentando un complottismo dozzinale, che rimescoli il tutto in un unico calderone senza più valore).

La persona mediamente informata sul caso Kennedy, molto probabilmente vi dirà che “Kennedy è stato fatto fuori perchè dava fastidio ai grandi banchieri, poichè voleva reintrodurre il conio da parte dello stato”, oppure “perchè dava fastidio ai militari (e quindi, di riflesso, ancora ai grandi banchieri), poichè stava per ritirare le truppe americane dal Vietnam”, oppure ancora “perchè non piaceva alla CIA (e quindi di riflesso ai militari, e quindi di riflesso ancora ai grandi banchieri), per aver mandato a monte il progetto Baia dei Porci”.

Tutte cose probabilmente vere – almeno in parte – ma non certo sufficienti a spiegare con chiarezza un omicidio del genere. Non ci si può limitare ad indicare il responsabile con una “categoria” generica, senza rischiare di aiutare a coprire la verità stessa dei fatti.

Gli elementi reali che Evidence of Revision contribuisce a svelare sono invece molto più “piccoli”, precisi e quotidiani, e portano nomi e cognomi ben chiari stampigliati sulla fronte.

Stiamo parlando, ad esempio, di Lyndon B. Johnson, di Edgar J. Hoover, o di Mayer Lansky. Il primo era, al momento dell’assassinio Kennedy, il vicepresidente degli Stati Uniti, il secondo era il capo indiscusso dell’FBI, e il terzo uno dei più potenti boss mafiosi di tutta la storia.

Apparentemente, nulla di particolare avrebbe dovuto legare questi tre uomini fra di loro. Scavando invece oltre la superficie, scopriamo ad esempio che fu Hoover ad imporre a Kennedy la vicepresidenza di Johnson. Lo fece in un modo molto semplice: chiese di incontrare il candidato democratico a quattr’occhi, prima delle elezioni, e gli mostrò delle fotografie in cui lo stesso Kennedy era stato ripreso mentre lasciava la casa di una sua amante, in un’alba anonima di qualche tempo prima. Quelle foto avrebbero distrutto l’intera carriera politica di Kennedy in un solo istante. In quell’occasione infatti Hoover approfittò anche per chiedere a Kennedy la garanzia di essere confermato a capo dell’FBI, se fosse diventato presidente. Evidentemente, ottenne anche quella.

Bisogna tenere presente che Hoover aveva letteralmente costruito l’FBI, ma dopo un doppio mandato alla sua guida avrebbe dovuto ritirarsi, mentre a quel punto voleva restare a tempo indeterminato. Alla testa del Bureau, infatti, Hoover godeva di una posizione di assoluto privilegio: amico di tutti e di tutto, poteva andare ovunque volesse e poteva fare qualunque cosa, senza temere di essere minimamente disturbato. Comprensibile quindi il suo “attaccamento al dovere”, anche per un motivo particolare che vedremo in seguito.

Perchè Hoover, a sua volta, scelse di appoggiare Johnson alla vicepresidenza? Hoover aveva in mano anche molte informazioni scottanti su Johnson – il quale aveva vinto delle elezioni locali, in Texas, con una frode elettorale – e gli faceva comodo piazzare alla Casa Bianca un vicepresidente facilmente ricattabile, nel caso il presidente fosse “venuto a mancare” durante il suo mandato.

Kennedy infatti, obtorto collo, scelse Johnson come candidato alla vice presidenza, sollevando una marea di disapprovazione e di stupore. (Johnson era “democratico” come può esserlo un texano cresciuto sotto la protezione dei petrolieri e dei mercanti di armi).

In ogni caso, Kennedy e Johnson vinsero le elezioni, e Hoover potè rimanere tranquillamente all’FBI (che ci fosse rimasto nel caso di una vittoria di Nixon, l’avversario di Kennedy, non era nemmeno in discussione: Hoover era anche in ottimi rapporti con Prescott Bush, il padrino politico di Nixon, e aveva fatto di tutto per “ammorbidire” le indagini dell’FBI sui traffici bancari intrattenuti da Bush con i nazisti prima della guerra).

Quello che Hoover non aveva previsto, è che Kennedy gli avrebbe messo sopra la testa il fratello Robert, come Ministro di Giustizia. (Per quanto dotata di poteri praticamente assoluti, l’FBI dipende formalmente dal Ministero di Giustizia).

Lo scontro fra Bob Kennedy e Hoover non avvenne in maniera diretta, ma in un modo molto più sofisticato. Bob Kennedy chiese pubblicamente a Hoover di sconfiggere la mafia: questo potrebbe sembrare una cosa normale, nell’America degli anni ‘60, ma c’era un piccolo problema: fino a quel giorno, Hoover non aveva mai nemmeno riconosciuto l’esistenza di Cosa Nostra. Nessuno sapeva spiegarsene il motivo, ma a sentire gli agenti di massimo livello di quel periodo (il film è pieno di testimonianze preziose, mai viste prima), la stessa parola “mafia” non veniva mai pronunciata in presenza di Hoover, che fingeva semplicemente che il crimine organizzato in America non esistesse. (Non a caso, gli anni ‘50 furono per la mafia un periodo indimenticabile).

Di fronte alla pubblica richiesta del suo Ministro, però, Hoover si trovò obbligato ad affrontare la questione.

In un solo anno Bobby Kennedy aveva messo in piedi decine di retate di mafiosi importanti, che Hoover in qualche modo si trovava costretto a ratificare.

Fu allora che uno strano “intermediario” mandato dalla CIA chiese di incontrare Hoover. Quando furono a quattr’occhi, costui gli raccontò che un personaggio altolocato della CIA gli aveva mostrato delle foto in cui Hoover (che era omosessuale) era stato fotografato mentre praticava sesso orale con un suo amante. La sua omosessualità – per quanto “innominabile” – era nota nei circoli ristretti di Washington, ma era del tutto sconosciuta alla nazione americana. Si può solo immaginare che cosa sarebbe successo se Hoover, che agli occhi dell’America era un vero e proprio eroe nazionale, fustigatore implacabile di vizi e peccati altrui, si fosse rivelato lui stesso omosessuale. L’intermediario disse anche a Hoover che queste foto erano arrivate alla CIA da parte di Mayer Lansky, il quale era evidentemehnte in possesso degli originali.

Abbiamo quindi la mafia che ricattava Hoover, Hoover che ricattava Kennedy, mentre il fratello Robert si era messo in testa di sconfiggere la mafia. Ma l’unico ad essere al corrente di tutti i ricatti poteva essere Hoover, che era tenuto in pugno anche dalla CIA, e che a sua volta controllava Johnson.

Nel frattempo il fronte repubblicano scalpitava per liberarsi di Kennedy, divenuto ormai un chiaro ostacolo alla riconquista violenta di Cuba (ambita per il business di casinò e prostituzione, e per il commercio mondiale dello zucchero), come all’escalation militare in Vietnam.

Mentre Allen Dulles, l’ex-direttore della CIA plateamente licenziato da John Kennedy dopo la Baia dei Porci, sedeva in paziente attesa di potersi togliere qualche sassolino dalla scarpa. E Prescott Bush (il padrino di Nixon, che era stato sconfitto da Kennedy alle presidenziali) era amico personale di Allen Dulles da oltre 30 anni.

Questa straordinaria convergenza di “interessi” trova una solida conferma nella festa che si tenne a casa di un magnate del petrolio, la sera del 21 novembre a Dallas (il giorno prima dell’assassinio di Kennedy).

A quella festa parteciparono, fra gli altri, Lyndon Johnson e Richard Nixon (a proposito di “collegamenti trasversali”!). Vi fece anche una rapida puntata, con un volo privato di andata e ritorno da Washington, Edgar J. Hoover. Difficile immaginare che fra loro abbiano parlato di cavalli.

Quella sera, prima di accostarsi con la sua amante, Johnson le disse: “Da domani i fratelli Kennedy non romperanno più le scatole a nessuno”.

Il film esplora in seguito anche il legami con l’omicidio di Martin Luther King, e naturalmente quelli con l’omicidio di Robert Kennedy, che risulta essere stato semplicemente la battaglia conclusiva di una guerra iniziata 5 anni prima.

Nel film Ted Kennedy – l’unico dei fratelli sopravvissuto – racconta di come Bobby fu avvicinato, durante la campagna elettorale del ‘68, da un alto esponente del sindacato trasportatori (quello di Jimmy Hoffa, palesemente legato alla mafia). Costui voleva sapere se Robert, una volta eletto presidente, sarebbe stato “soft” con il sindacato, “come già aveva promesso di fare Nixon”. Per tutta risposta, Kennedy gli fece sapere che per prima cosa, appena entrato alla Casa Bianca, avrebbe riaperto la lotta al crimine organizzato.

Alla Casa Bianca quell’anno ci andò Nixon.

Il film (che dura in realtà 8 ore) analizza anche nel dettaglio l’ipotesi “MK-Ultra”, il progetto di controllo mentale lanciato dalla CIA durante la guerra fredda, che avrebbe portato ad utilizzare l’ipnosi su Sirhan Sirhan come chiave per il delitto dell’Ambassador Hotel.

Gli ultimi quindici minuti sono dedicati al massacro di Jonestown, che risulta essere stato tutt’altro che un “suicidio di massa”, ma un esperimento di “mind control” della CIA andato a male.

Anche per il complottista più navigato le sorprese riservategli da Evidence of Revision sono davvero molte, e sono tutte supportate da interviste o da materiali di primissima mano.

Evidence of Revision è un ottimo esempio di come vada affrontato oggi il “complottismo”, con serietà analitica e distacco emotivo, ma anche con il coraggio di iniziare a tirare delle linee trasversali nell’intricata matassa della storia americana – e quindi mondiale – più recente.

Se si dovesse trovare una tagline per definire questo film, sarebbe sicuramente “connecting the dots” (il film “che unisce i puntini”).


Tratto da luogocomune.net
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