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GIORNALISTI SUGLI ATTENTI? NO, GRAZIE! di Paolo Cortesi

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Purtroppo,
questo non accade, o accade meno di quanto dovrebbe.

In
queste convulse settimane, dal terribile 11 settembre 2001, assistiamo
attoniti ad un uso pazzesco delle parole proprio da parte di coloro che
dovrebbero saperle usare meglio di altri.

In
queste affannate settimane, vediamo sbigottiti che giornalisti, inviati
e commentatori dei mass media fanno a gara a chi trova la frase più
tragica, la battuta ad effetto; il sensazionale ed il truculento vengono
sparsi senza ritegno, con un repertorio di frasi fatte guerresche e di
luoghi comuni bellicosi che, se la situazione non fosse funesta,
sarebbero piccoli capolavori di macabro umorismo involontario.

Da
settimane, ad esempio, si parla di guerra; addirittura vi sono solerti
giornalisti che tengono il conto dei giorni di guerra…

Ma
se la lingua italiana non è un’opinione ed ha un suo dizionario, il
termine guerra significa: lotta armata tra due o più stati. Ora, ciò
che sta accadendo in Afghanistan lo si può chiamare in tanti modi
(intervento militare, ritorsione, vendetta…) ma sicuramente non lo si
può chiamare guerra perché le cose (come le si vogliano interpretare)
stanno così: aerei statunitensi bombardano da settimane alcuni
territori afgani. Punto e basta. L’azione è lineare ed
unidirezionale: uno bombarda, l’altro è bombardato. Quale guerra si
sta combattendo, dunque?

Così
sono sconcertanti i titoloni truci che urlano di attacco all’America
con l’antrace, di minaccia della guerra batteriologica, di incubo
nucleare.

Non
si capisce perché i giornalisti fomentino queste psicosi, né tanto
meno perché abbraccino così rapidamente la versione dei fatti che
proviene dagli Usa. In fondo, il giornalismo non dovrebbe essere prima
di tutto informazione corretta?

Io
sono giornalista pubblicista, iscritto all’Albo dall’ormai lontano
1992, eppure non approvo chi sceglie le notizie in base all’eco che
susciteranno o all’allarme che potranno diffondere: ed affermare che i
talebani di Bin Laden stanno progettando di far saltare mezzo mondo con
bombe nucleari non è la più distensiva e neutrale delle notizie.

La
minaccia nucleare di Osama Bin Laden, dicono i cervelloni
dell’amministrazione Bush, è una minaccia all’umanità intera.
Verissimo. Ma come definire la minaccia nucleare statunitense che dal
1945 tiene il pianeta in stato di esistenza condizionata?

Se
Osama è un mostruoso criminale perché ha, o vorrebbe avere, una bomba
atomica portatile, come chiameremo quegli stati (tra cui gli Usa) che da
decenni hanno migliaia di testate nucleari immagazzinate e pronte
all’uso?

Personalmente,
detesto ogni fondamentalismo e quello islamico mi è particolarmente
odioso; ma questo non mi spinge ad accogliere come verbo divino tutto
quello che viene da Washington.

I
nostri giornalisti sono attenti nel ripetere le notizie americane, e
questo va bene. Ma credo di poter notare che non tutte le notizie sono
considerate con la medesima attenzione.

Ad
esempio, il governo Usa ha ripetuto che vi sono collegamenti che
uniscono Osama Bin Laden con i gruppi di pazzi assassini che hanno
compiuto l’attacco al WTC. Okay.

Ma
vi sono anche collegamenti che uniscono Osama Bin Laden alla CIA, quando
questa foraggiava e addestrava i talebani in funzione antisovietica. E
non è preistoria, ma eventi dell’altro ieri, nella scala temporale
relativa alle nazioni.

Qual
è il collegamento sbagliato? Qual è la relazione pericolosa, la prima
o la seconda?

Osama
Bin Laden sarebbe potuto essere arrestato cinque anni fa, quando il
governo del Sudan offrì agli Usa la cattura del famigerato sceicco. La
CIA ringraziò ma rifiutò. (1) La notizia, che si presta a svariate
interpretazioni, non ha fatto il giro del mondo.

Le
missioni delle forze speciali Usa paracadutate dietro le linee nemiche
sono state generalmente deludenti, con il ferimento di 12 commandos (tre
dei quali in modo grave) e la dura sorpresa che i talebani hanno opposto
una resistenza superiore al previsto. (2)

Eppure,
queste notizie vengono trascurate, o ignorate del tutto. Perché? Forse
è più piacevole parteggiare per gli occidentali contro gli islamici?

Ma
può un giornalista parteggiare?

Avete
mai sentito il nome del maggiore John Bolton? Si tratterebbe di un
ufficiale americano morto per insufficienza renale in un ospedale di
Kandahar, che faceva parte di un gruppo di venti commandos che i
talebani affermano di aver fatto prigionieri. (3)

Mi
auguro con tutto il cuore che il signor John Bolton sia vivo e sano e
torni presto a casa sua, spero che la notizia sia falsa e che si tratti
solo della solita propaganda di guerra; ma mi chiedo: perché ho letto
questa notizia sul The Times of India online e non ne ho trovato una
sillaba nei tanti giornali e telegiornali nostrani?

John
Pilger è l’ex-direttore dei servizi dall’estero del Mirror. E’ un
giornalista specializzato nel raccogliere e commentare notizie dal
mondo; non è islamico ed ha una bella esperienza professionale.

Il
suo articolo con cui considera tutta la storia dalle Torri colpite in
poi ha un titolo chiaro: This war is a fraud (Questa guerra è una
frode). (4)

Secondo
Pilger, e secondo molti altri osservatori con lui, il movente vero di
tutta questa atroce faccenda sarebbe il desiderio Usa di mettere le mani
sulle disponibilità di petrolio nel bacino del Mar Caspio: "Solo se
l’oleodotto passa attraverso l’Afghanistan" scrive Pilger "gli
Americani possono sperare di controllarlo"; e solo se possono
controllare l’Afghanistan, si può aggiungere, gli Americani possono
sperare di monopolizzarlo.

Questa
"guerra" è quanto di meglio potevano desiderare i padroni degli
States per rafforzare il loro ruolo di gendarme mondiale, per aumentare
il controllo sulla nazione e sugli stati "amici", per dare una
salutare scrollatina all’economia statunitense che stava arrancando:
si sa, da che mondo è mondo, che la guerra fa girare il volano
dell’economia…

E
questo non lo afferma un "nemico", ma un americano. (5)

Ci
vorranno anni di studi, ricerche e verifiche per fare luce sulla vera
storia di questa "guerra"; ora i fatti sono troppo vicini, troppo
incalzanti e, come ammoniva Edgar Allan Poe, l’eccessiva vicinanza ci
impedisce di averne una corretta visione, tutto appare distorto e
sfuocato.

Ma
non lasciamo che anche la nostra mente, la nostra capacità critica e la
nostra libertà di giudizio vengano compromesse dall’enfasi
guerrafondaia che brulica nei mass media.

Non
facciamoci trascinare come i topi del Pifferaio di Hamelin dalle fanfare
militari e dalle trombe della cavalleria.

Leone
Tolstoj amava ripetere che quando si tiene un fucile in mano si lascia
dormire metà del cervello e l’altra metà tace in attesa di ordini.
Questo non deve accadere, perché proprio in situazioni di crisi
gravissima abbiamo bisogno di tutta la nostra lucidità, della nostra
libertà e della nostra ragionevolezza.

I
genitori di Greg Rodriguez, morto nella strage del WTC, hanno
dichiarato:

"Abbiamo
letto abbastanza per realizzare che il nostro governo si è indirizzato
verso una vendetta violenta, con la prospettiva di figli, figlie,
genitori, amici, che muoiono in paesi lontani, che soffrono e che
alimentano per noi nuove sofferenze.

Questo
non è il modo di agire, non nel nome di nostro figlio". (6)

Parole
splendide, toccanti, che non avete letto nei nostri gloriosi bollettini
di guerra chiamati quotidiani.


(1)Thanks, but not thanks di Jennifer Gould, in: http://villagevoice.com/issues/0144/gould.php

(2) US
special forces "botched mission" di Martin Plaut della BBC, in: http://news.bbc.co.uk/hi/english/world/americas/newsid_1638000/1638830.stm

(3)
US commando’s body expected in Pak city, in: http://www.timesofindia.com/articleshow.asp?art_id=1835853233&prtPage=1
(4) In:
http://mirror.icnetwork.co.uk/news/allnews/page.cfm?objectid=11392430&method=full

(5) A
moment of reflection, in: http://www.whatreallyhappened.com/reflection.html

(6)
La dichiarazione è riportata nell’articolo di John Pilger
citato.

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