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Gli effetti di Internet sulla vita degli artisti

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Dall'ultimo numero della rivista Ellin Selae, un'elegante rivista fuori dal comune che abbiamo spesso il piacere di leggere e sfogliare in redazione, abbiamo appreso l'esistenza del libro How music works scritto da David Byrne (in italiano edito da Bompiani con il titolo Come funziona la musica); ve ne proponiamo un estratto, che ci ha molto colpito, affinché possa essere di utilità alla vostra riflessione e… navigazione. [Redazione NEXUS]


Quando ho sentito parlare per la prima volta di un servizio che permetteva di ascoltare istantaneamente qualunque disco, mi sono chiesto "chi mai comprerà ancora i dischi?". Naturalmente, non possedete la musica che ascoltate tramite questi servizi, non potete lasciare le canzoni ai vostri figli, e se smettere di pagare, o Spotify fallisce, vi ritrovate senza nulla in mano. Avete pagato il diritto di ascoltare quelle registrazioni, non le avete acquistate. Per certi versi, andare verso un mondo in cui non possediamo nulla sembra una cosa bella e idealistica. Nessuna proprietà, come immaginava John Lennon. Internet come utopia marxista. Ma il fatto è che qualcuno – qualche grossa multinazionale, probabilmente – possiede quella che potreste considerare la vostra cultura, musica in licenza, e non la state acquistando, ve la possono togliere in qualunque momento. Loro finiscono per avere i vostri soldi, e voi per ritrovarvi a mani vuote.

Con gli e-book per Kindle di Amazon è successo proprio questo. È ormai famigerato il ritiro delle copie di "1984" che avevano venduto per errore. Il libro è semplicemente sparito dai lettori della gente. Possedevo un e-book di Jay-Z nella versione con alcuni video extra che un giorno sono improvvisamente scomparsi senza alcuna spiegazione. Li avevo pagati! Quando cliccate su "Accetto" prima di aprire il vostro account, accogliete il Grande Fratello in casa vostra.

iTunes, che nel 2012 ha incassato circa otto miliardi e mezzo di dollari, funziona in base alle stesse regole. I consumatori pagano per ottenere semplicemente l'autorizzazione ad ascoltare la musica, e così, se vuole, Apple può ripulirvi l'hard disk spazzando via tutte le canzoni che avete comprato su iTunes. Per il momento, fortunatamente, non l'ha fatto. Ma non dovrebbero esserci leggi e contabilità diverse per simili transazioni, sia per il consumatore che per l'artista? (…) Più o meno nello stesso periodo, nel giugno del 2012, un giovane stagista della National Public Radio ha scritto un post sul blog All Songs Considered in cui parlava di quanto amasse la musica, accennando però al fatto di non aver quasi mai pagato per ascoltarla in tutta la propria vita. David Lowery, musicista, docente e trader di derivati (!) le ha scritto una risposta al vetriolo ma ragionevole che è diventata virale in rete. Ho fatto due chiacchiere con lui a Washington e si è detto sbalordito del numero di persone che danno per scontato che Internet ci conceda il diritto di fare tutto quello che vogliamo gratuitamente. I "digitati" – o inevitabilisti, come li chiama qualcuno – sono riusciti ad abbracciare l'idea che gli effetti di una nuova tecnologia siano deterministici e in qualche modo sempre positivi. Quindi, per fare un esempio, se artisti e quotidiani non riescono a farcela nel mondo nuovo digitale, è semplicemente perché non si sono adattati. È colpa loro.

Nel tentativo di aumentare la trasparenza sull'origine dei proventi dei siti che ospitano file illegali, Lowery e un gruppo della USO Annenberg Innovation Lab hanno intrapreso uno studio per scoprire come i marchi delle grandi aziende fanno pubblicità sui siti che contengono, come tutti
sanno, file illegali. Secondo Lowery questi marchi, e i servizi che coordinano tali pubblicità (come Google) stanno in sostanza finanziando la pirateria. E ci sono un sacco di soldi da guadagnare: Kim Dotcom, il fondatore di Mega Upload, che è stato di recente arrestato in Nuova Zelanda, viveva da gran signore. Lowery e altri sostengono che i grossi marchi e i servizi online potrebbero bloccare o interrompere tale sostegno, ma pare che i ricavi siano semplicemente troppo alti. L'industria tecnologica non è così pulita come cerca di apparire.

A volte la risposta al declino delle entrate dei musicisti consiste nel dire che gli artisti dovrebbero smettere di vivere nel passato e cercare nuove forme di finanziamento, che siano il sostegno delle grandi compagnie, i concerti dal vivo, Kickstarter o la concessione del diritto di utilizzare le loro canzoni per le pubblicità. Ma non tutte le alternative incoraggiano una libera, vibrante e duratura vita nel mondo dell'arte. Le campagne di Kickstarter finanziate dai fan sono concepite per sovvenzionare un singolo progetto, non una lunga carriera musicale. Non critico gli artisti che suonano per le grosse aziende o che vengono finanziati da Converse, Mountain Dew, Red Bull o BMW – si fa quello che si deve – ma ultimamente diffido del modello di mecenatismo mediceo delle grandi aziende e dei suoi effetti sulla musica che viene creata e di ciò che tale modello fa alla vita delle persone. Alla fine, le aziende esistono per vendere scarpe o bibite, non arte.


Tratto da David Byrne, Come funziona la musica, Bompiani

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