Quando nel 1986 avvenne l’assassinio del premier svedese Olof Palme, inizialmente attribuito – come nel caso del presidente John F. Kennedy, ad un “pazzo solitario” – fu, secondo Wikipedia, “un grande trauma nazionale e politico”. Tuttavia quel tal Petersson, “violento ed impulsivo”, accusato e condannato per quell’attentato ben architettato, fu poi scarcerato nel 1998 per non aver commesso il fatto.  

Sin dall’inizio Dammegard capiva che a Stoccolma qualcosa non quadrava, ed è stato tra i pochi ricercatori indipendenti ad avviare un’ indagine approfondita sulla vicenda; indagine non gradita al Deep State svedese, motivo per cui dovette presto espatriare, affidando le sue scoperte al libro Coup “D'etat In Slow Motion: The Murder of Olof Palme” (2013), ora disponibile gratuitamente sul suo sito lightonconspiracies.com. Egli documenta numerosi collegamenti tra gli apparati statali, svedesi e stranieri, coinvolti nella vicenda, risalendo alla rete Stay Behind e Gladio, organizzazioni tristemente note anche per gli interventi che hanno condizionato la politica e le istituzioni in Italia.

Con questa ricerca Dammegard avviava un lungo viaggio che continua ancora oggi, 36 anni dopo il “delitto di Stato” a Stoccolma.

Protagonista di oltre mille interviste video su diversi canali e oggetto di censura, egli ha sviluppato una serie di criteri utili a tutti per valutare se gli attentati violenti contro singoli o contro gruppi siano andati proprio come viene raccontato nei media mainstream. (1)

Si è occupato di tanti casi, dalle sparatorie nella scuole americane ai camion contro i mercatini di Natale in Germania, dalla serie di attentati a Parigi e a Londra a quelli in altri paesi, dal Belgio all’Australia. E comunque “casualmente” sono tutti paesi membri della “Nato” oppure in stretto collegamento con l’alleanza. Oltre naturalmente al caso Palme, all’assassinio di Kennedy e Martin Luther King.

Se con la finta pandemia è diminuito il numero di attentati, c’è da restare vigili, secondo il ricercatore, perché i responsabili ormai seguono un copione fisso: governare con la paura soprattutto mediatica e, quando il tasso di soggezione psicologica diminuisce, inscenare nuovi presunti attacchi terroristici ed insistere di più su misure atte a limitare i diritti civili e politici ed a centralizzare il potere nelle mani di oligarchie tecnocratiche non elette. Il potere si affida ormai al meccanismo problema-reazione-soluzione, in cui è il potere stesso a causare il problema e poi a fornire la soluzione.

Come si vedrà, anche grazie all’esperienza nel mondo del cinema, il punto di vista di Dammegard ha un qualcosa in più rispetto agli altri.(2)

L’espressione “false flag” nasce con le guerre navali del Settecento, quando ad esempio una nave inglese esibiva la bandiera francese per fare fuoco contro un porto spagnolo in modo da provocare dissidi internazionali tra le potenze rivali. Se oggi viene usato spesso a sproposito, resta la sostanza: inscenare un evento violento, attribuendolo a persone o ad organizzazioni diverse da quelle effettivamente responsabili, è ormai all’ordine del giorno da tanti anni. La stessa espressione “false flag” è oggetto di preoccupazione per i giganti del web, e viene spesso inserita dagli algoritmi tra le frasi tabù le quali, se pronunciate, possono provocare la censura.

Facciamo una breve panoramica di alcune delle caratteristiche salienti individuate da Dammegard nell’analisi di attentati di vario genere, per meglio valutare se si tratti oppure no di eventi pilotati. Il lettore tenga presente che le video interviste da lui svolte negli anni contengono analisi, corredate di foto, di decine e decine di casi che per un certo tempo occuparono tutti gli schermi televisivi di tutto il mondo; in questo articolo cercheremo di riassumerle in pochi paragrafi, in modo che il lettore possa, seguendo le esortazioni del ricercatore svedese a tale riguardo, metterle alla prova per conto proprio, su casi passati oppure per eventi che dovessero verificarsi in futuro.

Facciamo una breve panoramica di alcune delle caratteristiche salienti individuate da Dammegard nell’analisi di attentati di vario genere, per meglio valutare se si tratti oppure no di eventi pilotati. 

Tra i criteri: 

a) la pronta risposta mediatica nell’identificare i presunti “colpevoli”; 

b) dati contrastanti sulle vittime; 

c) la concomitanza di “esercitazioni” vicino al luogo dell’evento;

d) l’utilizzo di tecniche da set cinematografico con attori e “product placement”;

e) l’utilizzo di particolari simbolismi nei notiziari;

f) la presenza di una fase successiva in cui le varie forze politiche “incassano” rispetto all’evento

Andiamo per ordine.

 

a) La pronta risposta mediatica nell’identificare i presunti “colpevoli”; 

La pronta risposta mediatica sul presunto colpevole arriva spesso pochi minuti dopo (se non addirittura prima) l’evento stesso. Talvolta si tratta di una persona specifica (indimenticabile l’episodio del passaporto che cadde miracolosamente dal cielo dopo l’attentato delle Torri Gemelle); altre volte la stampa diffonde il profilo social del presunto attentatore (profili che possono ovviamente essere costruiti ad hoc). A seconda dei casi, si tratta di un “lupo solitario” (“lone wolf”) oppure di un gruppo politico, etnico etc. inviso al potere o comunque ritenuto utile come capro espiatorio. Il terrorismo degli anni Settanta-Ottanta era “rosso” oppure “nero”. Poi arrivò la lunga stagione del terrorismo “islamista”, nelle varie incarnazioni: talebani, “Al Qaeda”, “Isis”.

I presunti terroristi sono molto spesso “conosciuti dalla polizia” la quale, recitano stampa e politici, se non avesse “le mani legate” a causa di leggi poco “stringenti”, avrebbe potuto impedire la strage.

Una parola di cautela: Dammegard ci ricorda che bisogna distinguere tra il dubbio sull’identità dei responsabili e l’accertamento delle dinamiche; da una parte, senza un’attenta analisi sarebbe imprudente escludere la presenza dei morti e/o feriti segnalati dalla versione ufficiale, e sarebbe moralmente deplorevole non tenere conto di tali vittime. Ma in alcuni casi, come quello della scuola di Sandy Hook negli USA, diversi ricercatori hanno raccolto evidenze tali da suggerire che si trattava di un evento totalmente inventato.

 

b) Dati contrastanti sulle vittime;

Si possono distinguere tra varie categorie di attentati: alcuni potrebbero effettivamente essere accaduti con le dinamiche raccontate dai media; altri sono eventi costruiti, ma con vittime vere; altri ancora sono inscenati con attori al cento per cento. 

Mettendo a setaccio gli articoli della stampa, Dammegard trovava spesso delle incongruenze sul numero e sull’identità delle presunte vittime. Nella fase prima della diffusione di internet, i ricercatori si rivolgevano alla carta stampata, alle televisioni e, quando esisteva il giornalismo vero, alle interviste dei testimoni. Oggi con la diffusione della rete e dei telefoni cellulari, siamo nell’epoca del cittadino giornalista, con la possibilità di controllare con una certa attendibilità se una tale persona esistesse davvero, se si trovava sul posto, se è rimasta ferita o uccisa, se è stata ricoverata in ospedale oppure se si sono svolti i funerali. Secondo le ricerche di Dammegard, vi sono stati casi di funerali fasulli inscenati per le riprese video, pur di dare credibilità alla narrazione mediatica.

Un'altra caratteristica presente negli attentati è la presenza, tra vittime e testimoni, di persone di diverse nazionalità oppure col passaporto doppio: ciò fa parte dell’operazione psicologica tesa a coinvolgere emotivamente il pubblico di più paesi e non solo quello del luogo dell’accaduto.

c) La concomitanza di “esercitazioni” vicino al luogo dell’evento;

Le esercitazioni in luoghi pubblici, ad es. in mezzo alle città, da parte di enti militari, di polizia e della protezione civile, magari poco comuni in Italia, sono quasi quotidiane negli Stati Uniti; a partire dagli eventi come quelli dell’11 settembre, anche il grande pubblico non poté non notare la concomitanza di esercitazioni di vario genere da parte delle stesse forze di polizia, di vigili del fuoco e quant’altro che poi sarebbero intervenuti sul luogo dell’attentato. 

A tale riguardo, un criterio da accertare nell’analisi di un evento è la prontezza dell’intervento di personale di polizia e di soccorso, ad esempio se vi è stata una velocità inconsueta oppure un ritardo anomalo.

 

d) L’utilizzo di tecniche da set cinematografico con attori e “product placement”;

Grazie all’esperienza acquisita del mondo cinematografico, Dammegard ha saputo individuare i tratti che indicavano una regia e non il puro caso.

Questo aspetto è al cuore delle sue minuziose analisi di foto e video per cercare evidenze della costruzione di un evento. Dammegard è stato tra i primi ricercatori a porre all’attenzione del pubblico ai c.d. “crisis actors” ossia attori “stranamente” presenti in più presunti attentati e con più ruoli, da “vittima” sdraiata per terra a “testimone” degli orrori che sarebbero avvenuti. Anche in questo caso, la diffusione della rete ha reso più facile l’identificazione di queste figure. Si tratta spesso di attori di scarsa qualità, ripresi ridendo e scherzando mentre camminano tra presunti morti e feriti per terra; la risposta di Dammegard è che i bravi attori costano, e magari si rifiuterebbero di partecipare a queste operazioni palesemente atte ad ingannare il pubblico a scopo politico.(3)

Tra gli altri indizi che suggeriscono la presenza di “crisis actors”, vi sono i molti casi di presunte violenze che “stranamente” non vengono riprese dai telefonini. Nel tempo Dammegard ha individuato più “agenzie” alla ricerca di “crisis actors”, per partecipare in “crisis scenarios”.

Il “product placement”, una nota tecnica di sponsorizzazione nel mondo televisivo e cinematografico, è onnipresente negli attentati. Se, da una parte, le città sono piene di cartelli pubblicitari, ciò non vale necessariamente per tutte le vie e tutti i luoghi. L’occhio attento che guarda le immagini diffuse dai media troverà spesso qualche ditta o qualche marca più o meno nota; e se si tratta di un veicolo, le riprese fanno in modo di far capire l’esatta marca e modello.

 

e) L’utilizzo di particolari simbolismi nei notiziari;

Sin dal sequestro Moro, con il noto simbolo delle “Brigate Rosse” su cui si discute ancora oggi, ogni fascia di attentato è stato corredato da particolari elementi simbolici. Trattandosi del Deep State, il simbolo non serve per illuminare chi lo guarda, ma per incutere paura e soggezione psicologica nel contesto del tema di morte e di terrore insito negli attentati.

Una delle più curiose scoperte di Dammegard è stato l’utilizzo, nell’arco degli anni, della scarpa. Come un sol uomo, la stampa mainstream diffondeva foto di luoghi di attentati veri o presunti, in cui si vedono per terra una scarpa e talvolta interi mucchi di scarpe. Da Londra a Boston, la gente lasciava inspiegabilmente una o più scarpe. Ovviamente si trattava di un’operazione da set cinematografico, anche con l’elemento pubblicitario, vista la presenza ossessiva di certe marche di scarpa da ginnastica.

In seguito alle ricerche, Dammegard individuava una vera e propria tecnica di condizionamento psicologico: la scarpa, come oggetto della vita quotidiana, veniva usata in concomitanza con l’attentato in modo che, inconsciamente, la gente ricordasse il pericolo del terrorismo anche quando si metteva le scarpe. A tale proposito, si ricorderanno i documentari (oggi non più di moda) sui campi di sterminio nazisti, con le foto di montagne di scarpe tolte alle vittime.(4)

Infine, secondo le ricerche di Dammegard, in una certa massoneria, togliersi una sola scarpa vorrebbe segnalare che l’individuo in questione sta partecipando nell’operazione come collaboratore o volontario; se vengono tolte le due scarpe, significherebbe che l’individuo è stato costretto contro la propria volontà.

Ancora nell’aprile del 2022, la stampa informava su un attentato a Tel Aviv pubblicando una foto di scarpe.

Secondo Dammegard, la scarpa ha esaurito il suo effetto, e stanno introducendo nelle foto di presunti attentati un nuovo elemento: la bicicletta per terra, per insinuare in chi guarda l’idea che qualcuno si è fatto male.

Oltre alle scarpe si denota infine l’utilizzo di colori tematici, forse per segnalare a “quelli che sanno” che si tratta di un certo tipo di operazione. Più in generale, nel mondo politico si tende a lanciare segnali con la cravatta di un certo colore, oppure presentarsi senza cravatta per indicare un altro tipo di atteggiamento.

 

f) La presenza di una fase successiva in cui le varie forze politiche “incassano” rispetto all’evento;

Anche nell’ipotesi di un evento “vero”, ossia non architettato dalle diramazioni del Deep State, la politica si muoverà sempre per sfruttare il momento presente, per tutelare la propria immagine e possibilmente per rafforzare il proprio potere. Nel caso di un False Flag, tale aspetto già fa parte del progetto. È noto da anni il fenomeno statunitense delle sparatorie, vere e presunte, dentro le scuole. In seguito a questi eventi, partono puntuali come un orologio svizzero nuove campagne del Partito Democratico americano per comprimere il diritto di possedere armi da parte dei cittadini americani. Nel caso di un attentato “islamista”, partono nuove campagne per controlli agli aeroporti, sui treni, sulle strade se non anche nelle case.

Negli USA come in Europa, fioccano leggi e decreti “contro il terrorismo” che in fin dei conti hanno spesso poco di “antiterrorismo”, focalizzandosi invece sul rafforzamento della sorveglianza e della censura. Somme ingenti sono state spese per telecamere di sorveglianza ma, a quanto pare, quando avviene un attentato, vero o presunto, si verificano inspiegabili guasti nel luogo e nel momento più importante. 

Ovviamente gli elementi su cui indagare potrebbe crescere a dismisura.

Il caso di Ole Dammegard è unico, vista l’enorme mole di evidenze da setacciare e da valutare in modo equilibrato.

Per concludere, un altro aspetto interessante del lavoro di Dammegard è la sua capacità previsionale. Non è, egli insiste nelle varie interviste, un fatto di preveggenza, ma la capacità di leggere gli indizi lasciati sul luogo degli attentati, o nella copertura mediatica degli stessi, atti ad indicare il luogo della “operazione” successiva. Tali indizi, afferma il ricercatore, sono lasciati da elementi del Deep State nella convinzione, priva di ogni fondamento nella dottrina tradizionale, secondo la quale il fatto di aver lasciato un preavvertimento dei delitti che andranno a commettere, potesse alleggerire il relativo peso karmico.

Riteniamo comunque che il lettore già abbia le mani piene con queste tecniche di analisi ex post, prima di avventurarsi in quelle previsionali sviluppate da Ole Dammegard.

 

Note:

1. Si veda ad es. la recente intervista del 12/07/22 sul canale Age of Truth: https://www.youtube.com/watch?v=3Hl4sv9NpR0&t=6887s. Il suo sito web lightonconspiracies.com contiene un corposo archivio di testi e video raccolti nell’arco di decenni.

2. Commentando il caso anomalo del regista Alec Baldwin che il 22 ottobre 2021 avrebbe ucciso sul set una collaboratrice ucraina (!), faceva presente che le armi da scena non possono in alcun modo confondersi con un’arma vera; peraltro il film “Rust” uscito in quel periodo parlava di una persona uccisa per errore. 

3. A proposito di “produzioni a basso costo” si potrebbe citare il caso del presunto attentato a Bucha in Ucraina nel 2022, con video in cui si vedevano manichini fatti passare per cadaveri e un presunto “cadavere” che si alzava dopo il passaggio del veicolo con la telecamera. 

4. Nel 2005, il regista Togay ideò a Budapest un monumento consistente in una fila di scarpe in bronzo lungo il Danubio in memoria degli ebrei ungheresi uccisi nell’ultima guerra.