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GUERRA PER BANDE di Paolo Cortesi

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Cominciamo con il facile: numeri.

Una inchiesta Eurispes (apparsa sui giornali il 22 gennaio 2008) ci informa che il 75,3% degli italiani ha “poca o nessuna fiducia nel governo e parlamento”. Il dato è clamoroso. Il sistema rappresentativo si fonda sul rapporto di fiducia tra elettore ed eletto e, a quanto affermano i dati statistici, questo rapporto, in Italia, è tragicamente compromesso. Solo un altro fatto mi sembra più inquietante di questo, ed è la perfetta nonchalance con cui viene esso considerato da popolo, governo e parlamentari.

Ma cosa accade in Italia? Possibile che una nazione ricca di tremila anni di storia e di splendida cultura sia arrivata al capolinea? Possibile che la diagnosi dello storico per il nostro paese debba essere “collasso per decrepitezza”? Certo, in questi tempi nessun paese al mondo sembra essere immune da un decadimento generale che investe l’essenza stessa delle collettività. Basti pensare agli Stati Uniti, a lungo modello delle nazioni nascenti, che vive – nell’economia, nella società, nella politica – il suo momento più cupo. Tuttavia restiamo nel cortile di casa nostra e tentiamo di capire un po’ cosa accade. In momenti così caotici e squallidi, non trovo strumento interpretativo migliore della storia: è possibile scoprire le radici del disastro del nostro presente? Perché in Italia (forse più che in ogni altro paese altamente industrializzato) la politica è una lotta senza quartiere che ha il solo scopo di prendere, mantenere e ampliare il potere? Perché in Italia non esiste più il confronto dialettico tra opposti schieramenti, ma soltanto lo scontro teso alla distruzione dell’avversario? Perché non esiste più la cultura, anzi il senso del collettivo, per cui si preferisce arrecare un danno – grave e duraturo – al paese pur di fare il proprio interesse? Domande retoriche, ingenue? Lo sarebbero se la situazione non fosse così grave; ma in condizioni di emergenza sono interrogativi che vanno al cuore del problema, e chi strilla la solita parolina “qualunquismo” è chi ha tutto l’interesse a coprire le proprie nefandezze. In Italia, oggi come nel Medioevo, è in atto una cruenta, incessante, spietata guerra per bande. Le bande, oggi come ottocento anni fa, si formano attorno al capobanda, un uomo che – per i motivi più vari, quasi sempre inconfessabili – ha raggiunto un livello di potere/denaro sufficiente a coagulare attorno a sé una rete di interessi e di scambi. Il capobanda può concedere (denaro, incarichi…) ma lo farà, ovviamente, solo a chi dà tutte le garanzie di essere fedele, obbediente, grato, e al momento opportuno sarà ben consapevole che deve rendere il favore al capobanda. Si crea così, con la rapidità con cui si moltiplicano le cellule del cancro, un sistema ramificato e capillare di dipendenze, ma non in favore della collettività – è chiaro – ma in favore del capobanda. Quando la banda ha assunto dimensioni e potere abbastanza rilevante, si scontra inevitabilmente con altre bande concorrenti, nemiche, antagoniste. Il territorio di conquista è limitato, la voracità e la spietatezza delle bande no: ecco perché si innesca quella perenne guerra di banche che caratterizza la nostra società italiana d’oggi.

Le radici remote di questa situazione stanno, credo, nel fatto che nel nostro paese non c’è mai stata una cultura forte e diffusa della collettività. Dal crollo dell’Impero Romano, la nostra penisola è stata conquistata da gruppi che hanno frazionato il tessuto sociale, isolando città da città anche se magari distavano pochi chilometri. E’ fin troppo banale ricordare che, per secoli, l’Italia è stata divisa in decine di staterelli, indifferenti quando non ostili fra loro. La sola forza che ha costantemente unificato la cultura italiana, modellandone la civiltà, è stata la chiesa di Roma, che è stata per centinaia d’anni la sola forza strutturante della società. Ma a quale prezzo? L’Italia è stata plasmata dalla mentalità (più che dalla cultura) cattolica: una religiosità che offre salvezza a condizioni chiare, dure, invariabili. Per entrare in paradiso si passa prima dalla chiesa, dove i preti indicheranno, con rigore matematico, i passi da compiere per giungere all’ambita meta finale. Il rapporto con Dio è regolamentato con puntiglio dai preti, che stabiliscono – ad esempio – la quantità di preghiere o di offerte per avere, in cambio, il perdono dei peccati anche i più orrendi.

Do ut des è la legge dei cattolici, o almeno lo è stata per un millennio. E la protesta di Lutero nacque proprio dall’esasperazione creata dal mercanteggiamento della grazia divina.

Torniamo al nostro presente. Con tali premesse storiche (che ho troppo telegraficamente sintetizzato e me ne scuso coi lettori), la naturale inevitabile conseguenza è la guerra per bande. Un continuo “si salvi chi può”, un eterno “arrangiatevi!”, un costante “ca nisciuno è fesso”. Dalle più alte sfere della politica agita fino alle piccole atroci faide di condominio, la società italiana è una infinita guerra per bande, in cui torme di predoni (quasi sempre portano costosissimi abiti firmati) si uniscono in patti non scritti ma inviolabili per rubare, accaparrare, dominare, ricattare, in una lotta contro altre bande, più o meno potenti. Come prova la storia degli ultimi decenni, non esiste nessun reale interesse per la cosa pubblica; anzi non esiste più nemmeno un’idea chiara, organica e precisa di cosa sia la cosa pubblica. L’affronto fatto alla banda viene spacciato per attacco alla cosa pubblica; per giustificare le più abominevoli macchinazioni si invoca la motivazione di agire per la cosa pubblica.

Il solo possibile rimedio a questa condizione di devastazione psicologica e materiale può arrivare solo da un’evoluzione morale e da un profondo cambiamento dei codici culturali. Ogni altra soluzione proposta si rivelerebbe sicuramente peggiore del male. Per questo, non condivido nulla delle idee che vorrebbero più controllo, più repressione, più militarizzazione, più punizione. Chi gestirebbe questa società autoritaria? Chi deciderebbe le punizioni? Chi stabilirebbe buoni e cattivi? La risposta la sappiamo tutti: sarebbero ancora i capibanda, e questa volta ancora più impunibili e trionfanti. Mio nonno direbbe: “dalla padella alla brace”. Pensateci.

 

Paolo Cortesi


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