Come tutti gli spettacoli, la guerra era pubblica, anzi popolare, anzi ostentata e maestosa, con un apparato imponente di musica (le bande militari erano, solo fino a settanta anni fa, la più diffusa fonte di musica popolare), con le divise sgargianti, tutte diverse, ricche, con le parate tra ali di folla acclamante, i ragazzini che seguivano i soldati nella marcia, le bandierine di carta sventolate...

Uno spettacolo che affascinava le menti semplici (tanto che c'era sempre qualcuno che si sentiva chiamato al mestiere delle armi e si arruolava, magari contro il parere del padre avvocato che lo voleva medico...); uno spettacolo che dava il voltastomaco agli antimilitaristi (che avevano colto, con doloroso anticipo, quale orrendo inganno si celasse sotto lo sfavillio delle trombe e delle spade...).

Uno spettacolo, comunque, ed uno spettacolo grande, intenso, assolutamente aperto, coinvolgente. Leggete una pagina di memorie, di cronachistica, un articolo di giornale, troverete una costante: la potenza della visione, lo sfoggio della moltitudine per la moltitudine, la grandezza dell'apparato e la imponenza dello spiegamento di uomini e mezzi.

La guerra è stata, fino al 1914, un rito sociale, un fenomeno di masse; non solo: fu un fenomeno che ricadeva costantemente sulla folla, tenuta sempre al corrente dell'andamento del conflitto, con i famosi bollettini di guerra, con i resoconti degli inviati, con le fotografie o le riprese cinematografiche di coraggiosi operatori.

Certo: la condotta della guerra era un affare riservato ai generali, e il segreto faceva parte della tattica militare; eppure la guerra, tutte le guerre fino al Secondo Conflitto Mondiale, erano seguite dalle popolazioni civili in tempo pressoché reale.
Gli stati maggiori indicavano, per quanto possibile, le direttive degli attacchi, lo sviluppo delle operazioni, i fini previsti e lo svolgimento generale sui vari fronti.

Pensate all'ultima guerra mondiale: nei cinema si proiettavano "cinegiornali" che illustravano l'andamento della guerra; è chiaro che si trattava di una forma di propaganda, ma questo non mi interessa, ora.
Quello che voglio rimarcare è il fatto che era inconcepibile una guerra segreta, condotta segretamente, con obiettivi segreti, con mezzi segreti, con tempi segreti.

Il segreto, nelle guerre che precedettero quella del Golfo, era una condizione del tutto eccezionale, riservata ad occasioni rare e gravi; per il resto, la guerra era pubblica. E l'azione segreta era così fuori dalla consuetudine che i corpi speciali (commandos) a cui era affidata erano un'infima minoranza.
Non intendo sostenere che i bollettini di guerra fossero tutti veritieri, ma dico che i vari governi si sentivano in obbligo di informare la popolazione sulle vicende di guerra.
Questa realtà vecchia di secoli è finita pochi anni fa, prima con la Guerra del Golfo ed ora, definitivamente, con la crisi (la chiamiamo così?) afgana.

Già con la Guerra del Golfo abbiamo visto la più pesante censura militare coprire e negare le informazioni, che venivano selezionate all'origine e concesse dalle autorità militari.
Non esiste, oggi, un solo episodio della Seconda Guerra Mondiale che non sia ampiamente noto ai polemologi nei suoi dettagli; anche per fronti minori, possediamo oggi una conoscenza storica completamente soddisfacente.
Della Guerra del Golfo, a distanza di anni, esistono ancora ombre e silenzi.
Con la "guerra" che l'America ha dichiarato al terrorismo (?) sarà ancora peggio, perché la segretezza è stata dichiarata, come condizione essenziale primaria, fin dai primi giorni in cui il governo statunitense cominciava a pensare alle ritorsioni per l'attacco a New York.

Che un esecutivo voglia disporre a piacimento delle forze armate nazionali non è una cosa sbalorditiva; sorprendente è, invece, il fatto che tutti trovino ovvia e giusta questa segretezza.
Perché fare la guerra in segreto vuol dire una sola cosa: saranno i militari, e solo essi, a decidere cosa fare o non fare, come agire e quando fermarsi, che armi usare e dove; in una parola: essi saranno i soli giudici delle loro azioni.

Non vi sarà alcun controllo non dico politico (che qui conta poco comunque), ma morale. Chiunque volesse esaminare le azioni dei militari sarà accusato di collaborazionismo col nemico, o di non sostenere patriotticamente la causa della civiltà contro la barbarie.
Se nessun giornalista, nessun fotografo indipendente potrà essere testimone della guerra, chi potrà mai sapere se vi saranno o no massacri di civili, esecuzioni sommarie, devastazioni e saccheggi?

Chi giudicherà la precisione millimetrica dei missili "intelligenti" (sic!), se i soli esseri umani che assisteranno a questi miracoli della tecnologia saranno quelli che verranno polverizzati dall'ordigno stesso?
Una compagnia di marines, in Vietnam, senza testimoni e senza alcuna forma di controllo perpetrò il massacro di My Lai: dozzine di vecchi, donne e bambini sventrati a colpi di mitragliatrice.
Fu il rimorso implacabile di uno di quei marines a costringerlo a rivelare le foto atroci che aveva scattato sui cadaveri buttati in un fosso...
(Sia chiaro che ritengo fermamente che ogni esercito potrebbe commettere simili mostruosità. Gli "italiani brava gente" hanno sterminato coi gas, crivellato di proiettili esplosivi e impiccato gli etiopi che si opponevano alla conquista fascista).

E dunque gli americani, ed i loro molti alleati, hanno dichiarato che questa sarà una guerra diversa da tutte le altre, una guerra condotta invisibilmente, senza pietà, senza rumore...
E' la prova, un'altra drammatica prova, che la distanza tra potere e persone si è fatta ormai lacerante. Il potere è invisibile, onnipresente, cala dall'alto con la forza imperscrutabile della folgore divina; non tollera confronti, commenti, giudizi; non ammette discussione o critica, ma solo concede, a cose fatte, un resoconto che non ha alcun obbligo di fedeltà ai fatti, ma di fedeltà alla sola causa lecita, la causa del potere.

Siamo, credo, in una dimensione quasi fantascientifica, nella quale la realtà consolidata da millenni è stravolta e rovesciata, e tutto ciò avviene come se fosse naturale, anzi inevitabile. Nessuno che obietti, nessuno che si preoccupi, nessuno che abbia timori.
Il potere ha assunto davvero una natura orwelliana: è sempre più un'astrazione perfetta, purissima, che come un'equazione matematica ha l'eleganza algida di un virtuosismo che perpetua solo se stesso. Nessun controllo ammesso, dunque, ma una totale fiducia nelle scelte che verranno operate. Non occorre alcun controllo, dice il condottiero con paterna condiscendenza, perché la mia guerra sarà impeccabile, irreprensibile. Userò ogni telematica prudenza e quindi non sarà necessario, e tanto meno tollerato, il minimo dubbio, la minima incertezza: io so quello che faccio, e ciò deve bastarti. Io so quello che faccio: e questa è la sola garanzia che sono tenuto a darti; questo dice il condottiero, e questo è ciò che tutti accolgono come ragionevole, come giusto.

La segretezza è diventato uno dei principali ingredienti della nostra epoca, e questo è un fatto impressionante, comunque lo si pensi.
Mai come oggi la comunicazione tra gli uomini è stata più rapida e capillare; eppure mai come in questo tempo esistono segreti e forme di controllo occulto (un caso emblematico: Echelon).

La segretezza delle organizzazioni terroristiche e del crimine globalizzato è indicata come il Grande Nemico, ma lo si vuole combattere con una segretezza altrettanto ermetica; così si crea quel giochetto che piace tanto alle menti semplici, ma che costituisce un rischio mortale: il Bene ed il Male si scontrano in una epica lotta, nella quale il Bene, per l'immancabile vittoria, può usare ogni arma, anche sporca, anche cattiva, anche segreta. Affascinante, se tutto questo fosse racchiuso nella sceneggiatura di un fumetto giapponese. Ma questa, purtroppo, è la realtà. Ed è doveroso chiedersi chi o cosa abiliti qualcuno ad autonominarsi "il Bene"....Fino a che punto più spingersi la spregiudicatezza del Bene? Fino a quale livello la ritorsione è "giusta"? E ammettiamo, per paradosso, che una tale soglia possa essere ragionevolmente stimata; ebbene: chi valuterà che non sia superata, se non potranno esserci testimoni?

La "guerra diversa da tutte le altre" proclamata dal presidente americano Bush è fatta di silenzi, smentite, allusioni, mezze frasi e mezze verità; il tutto coperto dal segreto militare come estrema ragione.
Questa condizione scatena poi quelle forme, nuovissime, desolanti, di giornalismo-spettacolo in cui il reporter resta eroicamente in zona di operazioni fino all'ultimo minuto per trasmettere brutte inutili immagini di remoti scoppi di granate o scie luminose di traccianti o raffiche di mitragliere.

Il giornalista-eroe non sa nulla di più di nessun altro, eppure è la sola fonte di "notizie", e tutto quello che si vede della guerra misteriosa sono le solite riprese sfocate e mosse, di esplosioni o di colonne di fumo nero, immagini lontanissime, trasmesse decine di volte (perché le sole disponibili).
Nella guerra segreta, il più modesto varco nel muro del silenzio sembra una vittoria della professione giornalistica; mentre proprio i giornalisti sono tra i primi cultori del mito del segreto, enfatizzandolo in ogni occasione, diffondendolo come il verbo, accettandolo e imponendolo come una dura necessità.

La guerra segreta è l'estremo stadio di degenerazione dell'antico rito bellico. Dalla secolare tradizione di sfilate, marce, fanfare e stendardi spiegati al vento si è adesso arrivati alle operazioni top secret, delle quali non si deve sapere nulla anche dopo che sono avvenute.

La guerra segreta è anche l'estrema espressione del potere statale che qui si può dispiegare senza limiti e senza controlli, ma stroncando ogni tentativo di dissenso col pretesto che "chi non è con me è contro di me".
La guerra segreta potrebbe essere il primo gradino verso un dominio totale dello stato sulle persone, motivato con la necessità di tutelarle dalla minaccia del terrorismo. In una guerra in cui non esiste un nemico identificato, in una guerra non dichiarata, ognuno è potenzialmente un nemico: la condizione di sospettato diventa naturale e universale, ed è in questo contesto che il controllo statale (tramite gli strumenti consueti della polizia e dell'esercito, ma anche con mezzi più sofisticati, come il controllo telematico) può liberamente agire su tutti, sempre e dovunque.
Un nemico che catalizza odio, terrore, desiderio di vendetta è una vera fortuna per uno stato che vuole essere sempre più forte e armato.

Una guerra segreta è il tipo di guerra che innalza lo stato al più vertiginoso culmine di imperium.
Alla gente, ai cittadini resta un solo compito: sperare di non essere tra coloro che dovranno morire per questo progetto di potere assoluto.