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Guerra segreta:il segreto del potere assoluto di Paolo Cortesi

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Come tutti gli spettacoli, la guerra era pubblica, anzi popolare, anzi
ostentata e maestosa, con un apparato imponente di musica (le bande
militari erano, solo fino a settanta anni fa, la più diffusa fonte di
musica popolare), con le divise sgargianti, tutte diverse, ricche, con
le parate tra ali di folla acclamante, i ragazzini che seguivano i
soldati nella marcia, le bandierine di carta sventolate…


Uno spettacolo che affascinava le menti semplici (tanto che c’era
sempre qualcuno che si sentiva chiamato al mestiere delle armi e
si arruolava, magari contro il parere del padre avvocato che lo voleva
medico…); uno spettacolo che dava il voltastomaco agli antimilitaristi
(che avevano colto, con doloroso anticipo, quale orrendo inganno si
celasse sotto lo sfavillio delle trombe e delle spade…).


Uno spettacolo,
comunque, ed uno spettacolo grande, intenso, assolutamente aperto,
coinvolgente. Leggete una pagina di memorie, di cronachistica, un
articolo di giornale, troverete una costante: la potenza della visione,
lo sfoggio della moltitudine per la moltitudine, la grandezza
dell’apparato e la imponenza dello spiegamento di uomini e mezzi.


La guerra è stata, fino al 1914, un rito sociale, un fenomeno di masse;
non solo: fu un fenomeno che ricadeva costantemente sulla folla, tenuta
sempre al corrente dell’andamento del conflitto, con i famosi bollettini
di guerra
, con i resoconti degli inviati, con le fotografie o le
riprese cinematografiche di coraggiosi operatori.


Certo: la condotta della guerra era un affare riservato ai generali, e
il segreto faceva parte della tattica militare; eppure la guerra, tutte
le guerre fino al Secondo Conflitto Mondiale, erano seguite dalle
popolazioni civili in tempo pressoché reale.
Gli stati maggiori indicavano, per quanto possibile, le direttive degli
attacchi, lo sviluppo delle operazioni, i fini previsti e lo svolgimento
generale sui vari fronti.


Pensate all’ultima guerra mondiale: nei cinema si proiettavano
"cinegiornali" che illustravano l’andamento della guerra; è
chiaro che si trattava di una forma di propaganda, ma questo non mi
interessa, ora.
Quello che voglio rimarcare è il fatto che era inconcepibile una
guerra segreta, condotta segretamente, con obiettivi segreti, con mezzi
segreti, con tempi segreti.


Il segreto, nelle guerre che precedettero quella del Golfo, era una
condizione del tutto eccezionale, riservata ad occasioni rare e gravi;
per il resto, la guerra era pubblica. E l’azione segreta era così
fuori dalla consuetudine che i corpi speciali (commandos) a cui
era affidata erano un’infima minoranza.
Non intendo sostenere che i bollettini di guerra fossero tutti
veritieri, ma dico che i vari governi si sentivano in obbligo di
informare la popolazione sulle vicende di guerra.
Questa realtà vecchia di secoli è finita pochi anni fa, prima con la
Guerra del Golfo ed ora, definitivamente, con la crisi (la chiamiamo così?)
afgana.


Già con la Guerra del Golfo abbiamo visto la più pesante censura
militare coprire e negare le informazioni, che venivano selezionate
all’origine e concesse dalle autorità militari.
Non esiste, oggi, un solo episodio della Seconda Guerra Mondiale che non
sia ampiamente noto ai polemologi nei suoi dettagli; anche per fronti
minori, possediamo oggi una conoscenza storica completamente
soddisfacente.
Della Guerra del Golfo, a distanza di anni, esistono ancora ombre e
silenzi.
Con la "guerra" che l’America ha dichiarato al terrorismo (?) sarà
ancora peggio, perché la segretezza è stata dichiarata, come
condizione essenziale primaria, fin dai primi giorni in cui il governo
statunitense cominciava a pensare alle ritorsioni per l’attacco a New
York.


Che un esecutivo voglia disporre a piacimento delle forze armate
nazionali non è una cosa sbalorditiva; sorprendente è, invece, il
fatto che tutti trovino ovvia e
giusta questa segretezza.
Perché fare la guerra in segreto vuol dire una sola cosa: saranno i
militari, e solo essi, a decidere cosa fare o non fare, come agire e
quando fermarsi, che armi usare e dove; in una parola: essi saranno i
soli giudici delle loro azioni.


Non vi sarà alcun controllo non dico politico (che qui conta poco
comunque), ma morale. Chiunque volesse esaminare le azioni dei
militari sarà accusato di collaborazionismo col nemico, o di non
sostenere patriotticamente la causa della civiltà contro la barbarie.
Se nessun giornalista, nessun fotografo indipendente potrà essere
testimone della guerra, chi potrà mai sapere se vi saranno o no
massacri di civili, esecuzioni sommarie, devastazioni e saccheggi?


Chi giudicherà la precisione millimetrica dei missili
"intelligenti" (sic!), se i soli esseri umani che assisteranno a
questi miracoli della tecnologia saranno quelli che verranno
polverizzati dall’ordigno stesso?
Una compagnia di marines, in Vietnam, senza testimoni e senza alcuna
forma di controllo perpetrò il massacro di My Lai: dozzine di vecchi,
donne e bambini sventrati a colpi di mitragliatrice.
Fu il rimorso implacabile di uno di quei marines a costringerlo a
rivelare le foto atroci che aveva scattato sui cadaveri buttati in un
fosso…
(Sia chiaro che ritengo fermamente che ogni esercito potrebbe
commettere simili mostruosità. Gli "italiani brava gente" hanno
sterminato coi gas, crivellato di proiettili esplosivi e impiccato gli
etiopi che si opponevano alla conquista fascista).


E dunque gli americani, ed i loro molti alleati, hanno dichiarato che
questa sarà una guerra diversa da tutte le altre, una guerra condotta
invisibilmente, senza pietà, senza rumore…
E’ la prova, un’altra drammatica prova, che la distanza tra potere e
persone si è fatta ormai lacerante. Il potere è invisibile,
onnipresente, cala dall’alto con la forza imperscrutabile della
folgore divina; non tollera confronti, commenti, giudizi; non ammette
discussione o critica, ma solo concede, a cose fatte, un resoconto che
non ha alcun obbligo di fedeltà ai fatti, ma di fedeltà alla sola
causa lecita, la causa del potere.


Siamo, credo, in una dimensione quasi fantascientifica, nella quale la
realtà consolidata da millenni è stravolta e rovesciata, e tutto ciò
avviene come se fosse naturale, anzi inevitabile. Nessuno che obietti,
nessuno che si preoccupi, nessuno che abbia timori.
Il potere ha assunto davvero una natura orwelliana: è sempre più
un’astrazione perfetta, purissima, che come un’equazione matematica
ha l’eleganza algida di un virtuosismo che perpetua solo se stesso.
Nessun controllo ammesso, dunque, ma una totale fiducia nelle scelte che
verranno operate. Non occorre alcun controllo, dice il condottiero
con paterna condiscendenza, perché la mia guerra sarà impeccabile,
irreprensibile. Userò ogni telematica prudenza e quindi non sarà
necessario, e tanto meno tollerato, il minimo dubbio, la minima
incertezza: io so quello che faccio, e ciò deve bastarti. Io so
quello che faccio: e questa è la sola garanzia che sono tenuto a darti
;
questo dice il condottiero, e questo è ciò che tutti accolgono
come ragionevole, come giusto.


La segretezza è diventato uno dei principali ingredienti della nostra
epoca, e questo è un fatto impressionante, comunque lo si pensi.
Mai come oggi la comunicazione tra gli uomini è stata più rapida e
capillare; eppure mai come in questo tempo esistono segreti e forme di
controllo occulto (un caso emblematico: Echelon).


La segretezza delle organizzazioni terroristiche e del crimine
globalizzato è indicata come il Grande Nemico, ma lo si vuole
combattere con una segretezza altrettanto ermetica; così si crea quel
giochetto che piace tanto alle menti semplici, ma che costituisce un
rischio mortale: il Bene ed il Male si scontrano in una epica lotta,
nella quale il Bene, per l’immancabile vittoria, può usare ogni arma,
anche sporca, anche cattiva, anche segreta. Affascinante, se
tutto questo fosse racchiuso nella sceneggiatura di un fumetto
giapponese. Ma questa, purtroppo, è la realtà. Ed è doveroso
chiedersi chi o cosa abiliti qualcuno ad autonominarsi "il
Bene"….Fino a che punto più spingersi la spregiudicatezza del Bene?
Fino a quale livello la ritorsione è "giusta"? E ammettiamo, per
paradosso, che una tale soglia possa essere ragionevolmente stimata;
ebbene: chi valuterà che non sia superata, se non potranno esserci
testimoni?


La "guerra diversa da tutte le altre" proclamata dal presidente
americano Bush è fatta di silenzi, smentite, allusioni, mezze frasi e
mezze verità; il tutto coperto dal segreto militare come estrema
ragione.
Questa condizione scatena poi quelle forme, nuovissime, desolanti, di
giornalismo-spettacolo in cui il reporter resta eroicamente in zona di
operazioni fino all’ultimo minuto per trasmettere brutte inutili
immagini di remoti scoppi di granate o scie luminose di traccianti o
raffiche di mitragliere.


Il giornalista-eroe non sa nulla di più di nessun altro, eppure è la
sola fonte di "notizie", e tutto quello che si vede della guerra
misteriosa sono le solite riprese sfocate e mosse, di esplosioni o di
colonne di fumo nero, immagini lontanissime, trasmesse decine di volte
(perché le sole disponibili).
Nella guerra segreta, il più modesto varco nel muro del silenzio sembra
una vittoria della professione giornalistica; mentre proprio i
giornalisti sono tra i primi cultori del mito del segreto,
enfatizzandolo in ogni occasione, diffondendolo come il verbo,
accettandolo e imponendolo come una dura necessità.


La guerra segreta è l’estremo stadio di degenerazione dell’antico
rito bellico. Dalla secolare tradizione di sfilate, marce, fanfare e
stendardi spiegati al vento si è adesso arrivati alle operazioni top
secret
, delle quali non si deve sapere nulla anche dopo che
sono avvenute.


La guerra segreta è anche l’estrema espressione del potere statale
che qui si può dispiegare senza limiti e senza controlli, ma stroncando
ogni tentativo di dissenso col pretesto che "chi non è con me è
contro di me".
La guerra segreta potrebbe essere il primo gradino verso un dominio
totale dello stato sulle persone, motivato con la necessità di
tutelarle dalla minaccia del terrorismo. In una guerra in cui non esiste
un nemico identificato, in una guerra non dichiarata, ognuno è
potenzialmente un nemico: la condizione di sospettato diventa naturale e
universale, ed è in questo contesto che il controllo statale (tramite
gli strumenti consueti della polizia e dell’esercito, ma anche con
mezzi più sofisticati, come il controllo telematico) può liberamente
agire su tutti, sempre e dovunque.
Un nemico che catalizza odio, terrore, desiderio di vendetta è una vera
fortuna per uno stato che vuole essere sempre più forte e armato.


Una guerra segreta è il tipo di guerra che innalza lo stato al più
vertiginoso culmine di imperium.
Alla gente, ai cittadini resta un solo compito: sperare di non essere
tra coloro che dovranno morire per questo progetto di potere assoluto.

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