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HA COMINCIATO ISRAELE di Maurizio Blondet

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L’incidente propizio è stato a lungo cercato.
Sei mesi di «cura dimagrante» contro Gaza e Hamas, con blocco dei fondi spettanti al governo palestinese ed embargo di fatto degli approvvigionamenti alimentari, non bastavano a rendere Hamas un cane idrofobo.
Anzi il nuovo governo stava per riconoscere Israele almeno ufficiosamente.
C’è voluto il cannoneggiamento dal mare della famiglia di Gaza che faceva picnic sulla spiaggia. Una nave da guerra contro i bagnanti.
Eroico Tsahal.
Apprendiamo ora che la stessa provocazione è avvenuta per innescare l’offensiva in Libano.
«Tutto è cominciato il 12 luglio, quando truppe israeliane sono cadute in un agguato sul versante libanese della frontiera con Israele. Hezbollah, che controlla il Libano meridionale, immediatamente ha colpito quelli che attraversavano. Ha arrestato due soldati israeliani, ne ha uccisi otto e feriti oltre venti nel contrattacco dentro al territorio israeliano». (2)
Dunque, secondo questa versione, è stato un corpo armato sionista a sconfinare in territorio libanese.
Ci si può non credere.

Ma chi conosce da anni la situazione, sa che questo è «normale».
Israele pretende rispetto per i suoi confini, ma non riconosce la sovranità degli altri Stati.
Sconfina, cattura, colpisce, e ciò in modo sistematico.
Tant’è vero che Justin Raimondo, un ottimo giornalista che conduce il sito «Antiwar.com», aveva previsto con due mesi d’anticipo che la guerra di Israele contro l’Iran, ove fosse avvenuta, sarebbe cominciata proprio così.
Il 29 maggio 2006 il giornalista ha scritto: «La guerra all’Iran probabilmente non comincerà con un attacco frontale di USA e/o Israele riguardo alle presunte installazioni nucleari iraniane, né con una schermaglia sulla frotniera Iran-Iraq. Come primi campi di battaglia per la guerra regionale progettata, bisogna guardare al Libano e alla Siria. Gli israeliani sanno perfettamente che le ambizioni nucleari dell’Iran, ammesso che mai si concretizzino, non pongono una minaccia immediata. La loro vera preoccupazione è il loro confine settentrionale, dove i loro nemici giurati, gli Hezbollah, sono un ostacolo efficace all’influenza israeliana. Gi israeliani cercano anche di sfruttare le opportunità crescenti per creare problemi alla Siria, dove i curdi sono i loro fidati alleati, e la reattività del regime baathista è un invito al cambio di regime». (3)
Veniamo informati che alla base USA di Aviano nei giorni scorsi sono arrivati un numero ragguardevole di caccia-bombardieri («centinaia», secondo un lettore), subito nascosti negli hangar. Il giorno 13 luglio, il Pentagono ha disposto la fornitura ad Israele di 210 milioni di dollari di carburante JP-8 per jet.
Un attacco forse è imminente?

Se è così, stiamo assistendo all'attuazione del programma avanzato dai neoconservatori ebreo-americani fin dal 1996.
Costoro consigliarono a Netanyahu, allora primo ministro in Israele, di non accedere alle proposte di pace della road map, e invece di dare «un taglio netto».
Il documento infatti si intitolava «A clean break, a new strategy for securing the realm».
Il «regno» del titolo è il regno d’Israele, il regno della promessa messianica.
Grazie al controllo del governo americano assicurato dai neocon, dicevano costoro.
Israele «è in grado di cambiare la natura delle sue relazioni coi palestinesi, ivi compreso il diritto di inseguimento-sconfinamento per autodifesa…».
Ma soprattutto, il documento aggiungeva: «Israele può dare nuova forma all’ambiente strategico circostante, in cooperazione con Turchia e Giordania, indebolendo, contenendo e anche facendo arretrare la Siria. Questo sforzo si concentrerà nel rimuovere Saddam Hussein dal potere in Iraq, in sé un importante obiettivo strategico per Israele, come mezzo per disarticolare le ambizioni siriane nell’area… La Siria sfida Israele sul suolo libanese. Una tattica efficace, con cui gli americani possono simpatizzare, sarà che Israele assuma l’iniziativa sul confine nord impegnando Hezbollah, Siria ed Iran dipinti come principali agenti dell’aggressione in Libano».
I firmatari di questo documento erano: Richard Perle, allora capo dell’«American Enterprise Institute», nel 2001 consigliere speciale al Pentagono, James Colbert, del «Jewish Institute for National Security Affairs» (Jinsa), Charles Fairbanks Jr., della «John Hopkins University/SAIS», Douglas Feith, della «Feith and Zell Associates», nel 2001 vice-ministro al Pentagono, David Wurmser, dell’«Institute for Advanced Strategic and Political Studies», Meyrav Wurmser,
della «Johns Hopkins University».

Gente che ha i poteri per attuare il programma, lo ha attuato grazie all’11 settembre (con l’attacco all’Iraq, «profetizzato» nel testo) e lo sta attuando, nonostante le diagnosi su un preteso indebolimento dei neocon nel governo Bush.
Per quanto esausto e alle corde, Bush continua ad obbedire ai suoi padroni, verso la quarta guerra mondiale.
Il documento conferma l’analisi dei professor Walt e Mearsheimer, che nel saggio «The israeli lobby» hanno sostenuto che la lobby ebraica guida la politica estera americana distorcendone gli interessi.
Alcuni ebrei «buoni», come Noam Chomsky, replicarono che era ed è Israele ad agire per conto di Washington, come suo satellite.
L’attualità dimostra il contrario: l’America è il satellite di Israele.
Kevin Drum, l’analista politico del Washington Monthly, constatava il 6 luglio: «L’amministrazione Bush sembra completamente allo sbando. Nella sua politica estera non c’è un minimo di coerenza che si possa discernere, e nessun credibile follow-up di quel poco di coerenza che resta. L’amministrazione Bush sembra non avere più una politica estera quale che sia. Nessun piano per l’Iraq, nessun piano per l’Iran, nessun piano per la Corea del Nord, nessun piano per la ‘promozione della democrazia’, nessun piano e basta».
E ovviamente, nessun potere su Israele che la sta trascinando in una guerra imprevedibile per ampiezza e durata, e non più una briciola di credibilità sui Paesi islamici.
«L’amministrazione Bush ha ora di fronte all’improvviso in Medio Oriente tre crisi in rapida espansione, con poche opzioni di disinnescarle».

L’America naviga alla cieca verso la «tempesta perfetta» (perfect storm), che va intesa come
«la convergenza e congiunzione di tutte le possibili tensioni, crisi regionali, aggressioni, squilibri». Senza più altra bussola che i progetti messianici dei neocon, il grande cieco si lascia guidare dal cane idrofobo.
Come si vede, Bush è pronto a commettere suicidio politico, pur di obbedire ad Israele.
Ma la cosa non ci meraviglia.
Anche Fini, Calderoli, Berlusconi stanno in queste ore difendendo le «ragioni» di Israele, negando che la sua reazione sia «sproporzionata» come pure ripete tutta Europa.
Anche loro stanno facendo harakiri per servile obbedienza.
Ciechi di fronte alla quarta guerra mondiale che avanza. (5)

Note
1) «Superman et son perfect storm», dedefensa.or, 13 luglio 2006.
2) Sami Moubayed, «It’s war by any other name», Asia Times, 15 luglio 2006. L’autore è un analista politico siriano.
3) Justin Raimondo, «Showdown over Iran», Antiwar.com, 29 maggio 2006.
4) Il testo proseguiva: «We have for four years pursued peace based on a New Middle East. We in Israel cannot play innocents abroad in a world that is not innocent. Peace depends on the character and behavior of our foes. We live in a dangerous neighborhood, with fragile states and bitter rivalries. Displaying ‘moral ambivalence’ between the effort to build a Jewish state and the desire to annihilate it by trading ‘land for peace’ will not secure ‘peace now’. Our claim to the land – to which we have clung for hope for 2000 years – is legitimate and noble. It is not ‘within our own power’, no matter how much we concede, ‘to make peace unilaterally’. Only the unconditional acceptance by Arabs of our rights, ‘especially’ in their territorial dimension, ‘peace for peace’, is a solid basis for the future».
5) La opposizione di Prodi, per contro, ha fatto infuriare il cane idrofobo. Il momento è pericoloso, perché avvicina un «attentato islamico» anche in Italia.

(Tratto da www.effedieffe.com)

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