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IL CODICE DA VINCI di Paolo Cortesi

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Il romanzo di Dan Brown è intrigante e ben fatto. Sarebbe ridicolo tentare di demolirlo: oltre trentacinque milioni di copie vendute in tutto il mondo esigono un commento più articolato di “è un brutto libro”.

Che lo stile possa non convincere lettori di palato fino è più che ragionevole. Il codice da Vinci è scritto con un occhio rivolto al cinema; non per niente, il film della Columbia Pictures è molto fedele al testo. Chi cercasse alta letteratura nelle pagine del docente universitario (e cantante mancato) sarebbe pesantemente deluso. Il Codice è esattamente il tipo di libro che le scuole di scrittura statunitensi insegnano a scrivere.

Il meccanismo narrativo, la trama, l’intreccio funzionano. Ma funzionano come i migliori feuilletons di fine Ottocento: colpi di scena al limite dell’inverosimile, agnizioni, svelamenti, trucchi, minacce ed enigmi. Nulla di davvero inedito, dunque, nel Codice; ma tutto abilmente confezionato per una lettura che moltissimi hanno trovato avvincente; so di persone che hanno divorato il romanzo in uno, due giorni; lettrici che l’hanno posato solo dopo aver letto l’ultimo rigo dell’ultima pagina.

Tutto questo non può essere snobisticamente trascurato o negato. Un romanzo, ricordiamolo, ha un solo scopo primario: esiste per essere letto dal maggior numero di persone. E se le filastrocca di Pierino-che-fa-la-cacca, o il libretto delle barzellette del calciatore vendono centinaia di migliaia di copie, a malincuore occorre riconoscere che si tratta di libri riusciti.

Ciò che ancora sbalordisce è il clamore estremo che la storia di Brown ha suscitato. E ciò che inquieta ancora di più è il livore con cui parti del mondo cattolico hanno reagito al Codice.

Preti e devoti si sono sentiti in dovere di precisare, con durezza da pedagoghi inflessibili e pignoli, che ciò che sta scritto sul romanzo è falso e anche un po’ schifosetto…

C’è da credere che in altri (per loro, bei) tempi, qualcuno avrebbe fatto una brutta fine: galera, tortura, gogna o rogo venivano inflitti, dagli zelanti sedicenti seguaci del Cristo, per molto meno.

Quello che si legge nel Codice non è affatto nuovo: chi frequenta la storia alternativa, la controinformazione e gli studi non ortodossi conosceva da almeno vent’anni le teorie che stanno alla base del romanzo browniano. L’ipotesi che Cristo avesse avuto figli non nasce nel marzo 2003 con la pubblicazione in Usa di The Da Vinci Code, ma verso la seconda metà degli Anni Sessanta, e ad opera di un francese, Pierre Plantard.

Il parigino Plantard (1920-2000) è stato un curioso, inquietante, ambiguo personaggio; qualcosa che qui in Italia si sarebbe detto “faccendiere”. Collaborazionista durante la Francia di Vichy, cercò fortuna millantando origini nobilissime, anzi regali, come capo supremo di un’organizzazione segreta e quasi onnipotente: il Priorato di Sion.

Non è qui possibile raccontare la storia nei dettagli, occorrerebbe ben più di un articolo. Basterà dire che l’idea di una filiazione diretta di Gesù nasce in questo ambito, e Plantard voleva far credere di essere lui discendente della sublime casata, che in Francia fu la dinastia dei Merovingi, di cui lui, Plantard, faceva parte e, perciò, era il solo pretendente legittimo al trono francese.

Delirio di grandezza, strafalcioni storici e vere e proprie falsità, uno spruzzata di occultismo, tanta reticenza stile “lo so ma non lo dico”, ecco: tutto questo ha creato una letteratura mitologica che è ormai consolidata e, come una pianta forte e selvaggia, ramifica e si diffonde.

Questo non è un problema. La ricerca storiografica autentica non teme i romanzi e le genealogie posticce. Lo studio documentario non ha timore di ipotesi eretiche, che anzi riconosce essere il solo vero lievito della conoscenza.

Se i devoti cattolici tremano e sudano davanti alle possibilità ora sconosciute della storia è un brutto problema loro. Che pretendano rettifiche e scuse questo è un problema di tutti, perché è una grave e inaccettabile minaccia alla libertà.

Un romanzo, per sua natura, non è saggistica. Una storia inventata non si pone mai come un dato cui prestare fede; in questo la narrativa si discosta dalla religione.

È opportuno mettere in luce tutti i tanti punti deboli, inverosimili e incerti del romanzo di Brown, ma allestire conferenze stampa per erudire il pupo sui pericoli di quella lettura è un grottesco ritorno alla più truce e triste tradizione del peggior cattolicesimo.

Leggiamo allora il Codice per quello che è: un thriller. E se Brown ha saputo mescolare realtà, finzione, storia probabile e storia vera dobbiamo dire che è stato bravissimo, perché il suo lavoro ha coinvolto milioni di persone.

Ma basta, per favore, basta con i timori e i tremori.
E se Cristo ha fatto figli con la Maddalena, pensiamo solo che sia stato un matrimonio lungo e felice, e che i bimbi siano stati sani, liberi, gioiosi; proprio come lui li voleva.

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