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IL CROLLO DA SHANGAI: E POI? di Maurizio Blondet

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Nel 1929, la grande crisi fu innescata dal fallimento di una piccola, sconosciuta banca austriaca.
Oggi comincia dalla Borsa di Shanghai.
Non importa molto, da qualche parte deve cominciare.

Ancora una volta, la globalizzazione (c'era, di fatto, anche negli anni '20) porta allo stesso esito: un crack che si estende al mondo intero, che i poteri forti speculativi hanno voluto senza confini.
Inutile cercare di capire cosa ha prodotto il rovesciamento: la Borsa di Shanghai era salita del 130 % nell'ultimo anno, un «trionfo» pari a quello di Wall Street nel 1929, in salita fino al fatale settembre nero.
Entrambi i «trionfi» indicano un mercato spinto dalla speculazione pura, la cui correzione è inevitabile.
Gli speculatori, leoni quando le cose vanno bene, sono conigli quando le cose vanno male: la loro coscienza sporca (e i debiti che hanno contratto per speculare) li obbliga a vendere alla minima «voce» di allarme.
Il mercato di Shanghai è salito ancora dell'1,4 % lunedì; martedì è crollato di un abissale 8,9 %.
«Non ci sono fatti concreti che giustificano il crollo», dicono gli operatori locali.
In Occidente si tende ad attribuire lo slittamento ad Alan Greenspan: il grande vecchio ex-capo della Federal Reserve, durante una conferenza ad Hong Kong, aveva alluso alla probabilità che l'economia USA entrasse in recessione prima della fine dell'anno.
Cina ed USA sono legati dalla globalizzazione alla stessa catena: il grande creditore (Pechino) s'è legato a filo doppio al massimo debitore mondiale, Washington.
La rovina dell'uno sarà la rovina dell'altro.
Peggio: gli interessi dei due sono in contrasto.
Gli USA hanno interesse ad una drammatica svalutazione del dollaro, che ridurrebbe di altrettanto il suo debito e renderebbe più costose le merci cinesi ai consumatori USA; la Cina ha bisogno che il dollaro, di cui ha immagazzinato riserve spropositate, non cali troppo per i motivi opposti.
Il maggior mercato delle sue merci è infatti l'America.

Questo contrasto rende improbabile una gestione concertata della crisi.
Le borse sono tutte in calo, a cominciare da quelle asiatiche per finire con le europee.
E il calo continua.
In USA, il Dow Jones ha perso 540 punti nel momento più basso, alla fine della giornata era ancora sotto di 400 punti.
Ma la verità è rivelata dai volumi: 2,3 milioni di dollari di azioni sono salite, contro 2,3 «miliardi» di dollari che sono calate.
Insomma, come nel '29, tutti vendono e pochissimi comprano.
Il 99 % del volume azionario è in calo.
Questo pone in una situazione tragica gli anziani americani vicini alla pensione, la classe d'età più affollata della storia, i «baby boomer» nati dall'esplosione della natalità nel dopoguerra (1945). Tutte le speranze di avere una buona pensione di costoro risiedevano nel rialzo perenne della Borsa: i loro risparmi sono investiti nei fondi pensionistici (gli stessi che ci propongono ora governo Prodi e sindacati) che piazzano in azioni il capitale loro affidato.
Ora i «baby boomer» cominciano a ritirarsi dal lavoro.
Se prima «risparmiavano» (o accantonavano) per la vecchiaia, oggi e nei prossimi anni cominceranno a vendere il loro portafoglio di azioni.
Il problema è: chi le comprerà?
Le giovani generazioni sono meno numerose e meno benestanti (grazie ancora alla globalizzazione, che ha trasferito i posti di lavoro in Cina) dei «baby boomer», hanno meno soldi da «investire» in azioni.
Come ogni merce la cui offerta supera la domanda, le azioni caleranno, e il calo sarà storico, di lunga durata, e reso ineluttabile dalla demografia.
Inutile dire che lo stesso fenomeno investe l'Italia, in crisi demografica avanzata.
Gli anzianotti dormivano su una ricchezza di carta, che ora però devono trasformare in liquido.
Ovviamente, ogni «baby boomer» spera di strappare il maggior valore nominale dalla sua ricchezza di carta: ora che le borse calano, a milioni saranno indotti ad anticipare le vendite, prima che lo facciano gli altri e le loro azioni calino ancora.

Sta per instaurarsi lo stesso circolo vizioso del '29, quando tutti vendevano e nessuno comprava?
In ogni caso, si è instaurata una mentalità di massa «difensiva», che è il contrario dello slancio fiducioso che provoca i «trionfi» e i rialzi e le «riprese» economiche.
Del resto l'economia USA è già in recessione.
Il Dipartimento del Commercio ha comunicato che solo a gennaio, gli ordinativi per beni durevoli sono calati del 7,8 %.
Le case sono calate quasi dell'1 %.
Il clima sociale in USA sta cambiando, le migliaia di posti di lavoro perduti verso la Cina, il decennale calo delle paghe in termini reali, ora lo sgonfiarsi della bolla immobiliare, hanno intaccato la dissennata fiducia americana.
Lo dimostrano vari fatti, fra cui questo: nonostante le guerre e l'instabilità crescente in Medio Oriente, il prezzo del petrolio cala.
Alcuni economisti prendono il coraggio di scrivere che il sistema di «mercato sociale» europeo, con le sue previdenze sociali, è forse meglio del liberismo sfrenato all'americana: temono l'esplosione della società e cercano affannosamente i rimedi nel passato che prima disprezzavano.
Ma un New Deal non è probabile.
Gli Stati repubblicani e quelli democratici, coi loro elettorati, sono sempre più radicalizzati nelle rispettive posizioni.
Il clima sociale e politico diventa sempre più aspro.
L'infondata fiducia americana è la conseguenza diretta della sventata crisi degli anni '90.
La borsa salì allora per tre fattori fondamentali e intrecciati: tecnologia, dis-inflazione e demografia.
Il boom di internet e il boom delle telecom crearono domanda aggiuntiva e frenetica per merci fisiche (computer, telefonini, gadget elettronici) e per software e servizi correlati.
Siccome tutto ciò veniva e viene fatto in Asia, i consumatori ebbero il profitto di prezzi calanti, e i capitalisti la pacchia di profitti crescenti, ovviamente Made in Taiwan.
In ogni caso, il boom creò posti di lavoro strapagati ai livelli alti, e i meno fortunati lavoratori dipendenti avevano la «ricchezza» crescente delle loro azioni nei fondi-pensione, e il «valore crescente» delle loro case.
Quando scoppiò la bolla tecnologica, la Federal Reserve di Greenspan scongiurò il collasso iniettando enormi liquidità nel sistema: ciò evitò la bancarotta dei privati e delle imprese (non del tutto: i fallimenti Enron e WorldCom sono stati i più titanici della storia).
A coprire il trucco ci fu la «irrazionale esuberanza» delle Borse.

Ma oggi non ci sono telefonini-miracolo, non tecnologie di consumo da vendere ai gonzi; il lancio di Microsoft Vista non ha suscitato i soliti (stupidi) entusiasmi per il «nuovo»; i prezzi delle case (su cui gli americani hanno acceso ipoteche, per continuare a spendere) sono calati e il calo durerà.
La sola prospettiva «rosea» viene dall'apparato militare industriale, il solo boom prevedibile è quello delle guerre di Bush.
Non si vede il miracolo che ci farà uscire dal crack.
E allora?
Bisogna fare i complimenti agli economisti francesi di Europe 2020, che hanno previsto la recessione globale per aprile: persino loro hanno ecceduto in ottimismo, la recessione comincia a marzo.
Anzi la crisi sistemica globale.
Ossia, secondo Europe 2020, il convergere di molteplici fatti negativi che colpiscono le basi stesse dell'economia globale, e si rafforzano negativamente l'un l'altro.
Questi sono: l'accelerazione dei fallimenti delle società finanziarie speculative (e 2020 ne prevede una al giorno per aprile).
L'aumento spettacolare degli immobili sequestrati perchè i loro proprietari, che li abitano, non possono più pagare i ratei dei mutui: 10 milioni di americani sono gettati sulla strada.
Di conseguenza, crollo dei prezzi immobiliari.
«Guerra» commerciale fra Cina e USA, con l'imposizione di dazi punitivi sulle merci cinesi:
se avverrà, sarà l'innesco del «gelo» degli scambi commerciali globali, esattamente come accadde dopo il 1929.
Vendite e svendite di dollari da parte della Cina e degli asiatici.
Caduta brutale del dollaro su euro, yen e yuan; caduta conseguente della sterlina.
Uno dei fatti previsti, il rovesciamento del «carry trade» (indebitarsi in yen a basso tasso per investire in monete ad alto tasso) sta già verificandosi, accelerato dal rialzo dello yen.
E sullo sfondo, le guerre che Bush sta perdendo, e l'incognita della guerra che vuol fare, contro l'Iran.

Che deve fare ciascuno di noi?
Impossibile dirlo, perché ogni situazione è unica, e gli eventi sono ancora in movimento.
Certo è che è meglio non avere debiti, o chiuderli: tenersi lontano dalle Borse; avere 20-30 mila euro in cassetta di sicurezza.
Chi può, compri oro in piccoli pezzi: è calato anche quello, con il crollo di Shanghai, e già questo dice molto.
Ma l'oro non è un investimento speculativo, è il rifugio estremo.

(Tratto da www.effedieffe.com)


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