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Il dirottamento. La giusta indignazione del Sud America.

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Anche senza essere esperti di diritto internazionale sembra difficile riuscire a fraintendere le parole dell’articolo 40 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, datata 18 aprile 1961.

 

Se l’agente diplomatico traversa il territorio o si trova sul territorio di uno Stato terzo, […] per recarsi ad assumere le sue funzioni, raggiungere il suo posto o ritornare nel suo paese, lo Stato terzo gli accorderà l’inviolabilità e ogni altra immunità necessaria a permettergli il passaggio o il ritorno.

Evo Morales, in qualità di Presidente della Bolivia, è un agente diplomatico. Nella notte tra il 2 e il 3 luglio, Italia, Francia, Spagna e Portogallo hanno chiuso i loro spazi aerei al velivolo su cui viaggiava Morales, di ritorno a casa dopo un incontro internazionale tenutosi a Mosca. Secondo questi governi, bastava infatti la terribile onta di essere partito dall’aeroporto di Mosca per far sospettare il presidente di boliviano di aver nascosto la talpa Edward Snowden nel suo Falcon 900. Falcon che tra l’altro, essendo un aereo di Stato, gode di immunità diplomatica tanto quanto il suo passeggero.
Il presidente è stato costretto a riparare a Vienna dopo essersi visto negare lo scalo in Portogallo per rifornire il serbatoio, accordato prima della partenza dalla Bolivia. L’incolumità stessa del diplomatico è stata messa a rischio con questo gesto, poiché le scorte di carburante sono ovviamente limitate. Per oltre 12 ore Morales è stato bloccato all’aeroporto di Vienna, mentre i funzionari austriaci pretendevano di perquisirlo. Il presidente ha rifiutato di cedere anche a questa umiliazione, non potendo però far nulla per le “sbirciatine” di suddetti funzionari attraverso il portellone dell’aereo. Il ministro delle comunicazioni della Bolivia riferisce l’indignazione di Morales nei confronti dell’ambasciatore spagnolo a Vienna, Alberto Carnero, che sembra abbia cercato di salire sul Falcon 900. Salvo poi non trovare nessuna traccia della talpa.
Una gaffe diplomatica di proporzioni epiche, che ha scatenato un clima da guerra fredda tra i coinvolti nell’avvenimento. Gli Stati dell’America del Sud si raccolgono compatti attorno alla Bolivia. Non si è fatta attendere la convocazione di un vertice dell’Unasur, (Unione delle nazioni sudamericane) a Cochabamba, Bolivia.
Cuba parla di un’azione inammissibile, che avrebbe offeso tutta l’America Latina e i Caraibi; i capi di Stato di Argentina, Ecuador e Venezuela hanno prontamente telefonato a Morales per comunicare la loro solidarietà e indignazione verso l’Europa; il ministro degli Esteri boliviano, David Choquehuanca, ha denunciato in una conferenza stampa convocata d’emergenza questa “ingiustizia nata da sospetti senza fondamento”. Morales stesso ha parlato di un’ingiustizia non rivolta a lui solo, ma a tutta l’America Latina.

Nell'immagine sopra: Boliviani bruciano bandiere dell'UE e della Francia.® Getty Images. Fonte: Huffington Post

Gli ambasciatori di Italia, Spagna, Francia e il console portoghese a La Paz sono stati convocati dalla Bolivia per spiegare la tenuta scorretta dei loro Stati. Il ministro degli Esteri Emma Bonino il  4 luglio aveva assicurato che ”L’Italia non ha avuto da fare nulla”  con ciò che è avvenuto al velivolo, senza più aggiungere dichiarazioni. Vedremo se risponderà al partito comunista italiano, che chiede le sue dimissioni e scuse ufficiali alla Bolivia da parte del governo italiano.

Morales annuncia che presenterà un ricorso alle Nazioni Unite, e sta seriamente pensando di far chiudere l’ambasciata americana a La Paz. L’America Latina è consapevole del ruolo svolto da Washington nell’incidente diplomatico: i quattro Paesi hanno infatti chiuso le frontiere sotto pressione degli Stati Uniti. Scritte antiamericane, bandiere bruciate e lanci di pietre sono stati registrati a La Paz e Santa Cruz presso le ambasciate francesi e americane.

Come al solito, la CIA dice e l’Europa esegue. La vicenda mostra “ciò che l’imperialismo fa con i popoli”,  dice Antolin Ayaviri Gomez, ambasciatore boliviano a Roma. A buon intenditor, poche parole.

Articolo di Claudia Galluzzi

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