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IL POZZO DI SADDAM di Tom Bosco

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la morte del
funzionario del Sismi,
Nicola Calipari,
stia precipitando a rotta di
collo
verso un insabbiamento scandaloso. Lasciamo da parte il modo
inqualificabile e
fazioso in cui la Sgrena, in
questi ultimi giorni, è stata
etichettata da certa
stampa, sia nostrana che estera. Lasciamo anche da parte la versione
statunitense dei fatti, che oltre a fare acqua da tutte le parti lascia
neanche
troppo velatamente intendere che la responsabilità di quanto
accaduto sarebbe
degli italiani. Ma cosa dire, ad esempio, dello “scoop” del TG1, che in
onore
di una “corretta informazione” ci ha mostrato le foto dell’auto
coinvolta nella
sparatoria? Il servizio era corredato da commenti che suggerirebbero
come in
realtà sarebbe stata raggiunta solo da una dozzina di colpi, e
non le centinaia
di cui si era parlato inizialmente. Fantastico.


Peccato
che queste foto
mostrino esclusivamente il lato sinistro dell’automobile, e non il lato
destro,
quello che secondo la ricostruzione dell’accaduto avrebbe dovuto essere
principalmente investito dagli spari statunitensi. Insomma, nei
prossimi giorni
dovrebbero essere resi noti gli esiti della commissione d’inchiesta
congiunta
italo-americana: vedremo cosa si sogneranno di dare in pasto
all’opinione
pubblica. Trovo comunque fuori luogo la corsa a sottolineare che si sia
trattato di un incidente, escludendo a priori che possa esservi stata
intenzionalità nell’accaduto, quando l’inchiesta è appena
iniziata e molti
elementi oscuri della vicenda devono ancora essere chiariti…

Mi tornano
in mente le
parole di Robert Fisk il quale, a proposito della morte di svariati
colleghi,
nell’aprile del 2003 ebbe a dire:

“Prima gli
americani,
proprio ieri, hanno ucciso il corrispondente di al-Jazeera e ferito
il
suo
cameraman. Poi, di lì a quattro ore, hanno attaccato l’ufficio
televisivo della Reuters a
Baghdad,
uccidendo un cameraman dell’ufficio stesso, uno del
canale
spagnolo Tele 5 e ferendo altri
quattro membri del personale della Reuters.

“Nel 2001,
gli Stati Uniti
spararono un missile cruise nell’ufficio di al-Jazeera a Kabul,
da dove
venivano diramati nel mondo i nastri di bin Laden. Non
è stata
data alcuna
spiegazione a questo incredibile attacco, avvenuto la notte prima della
“liberazione” della città; il corrispondente da Kabul, Taiseer
Alouni, è
rimasto illeso. Per una strana coincidenza del giornalismo, il signor
Alouni si
trovava proprio ieri nell’ufficio di Baghdad, durante il secondo
attacco ad al-Jazeera.

“La cosa
più sconcertante,
comunque, è il fatto che la rete al-Jazeera — la
più
libera delle emittenti
arabe, che è incorsa nelle ire tanto degli americani che delle
autorità
irachene a causa dei suoi servizi in diretta sul conflitto — aveva
fornito al Pentagono
le coordinate del suo ufficio a Baghdad ben due mesi fa,
ricevendo
l’assicurazione che non sarebbe stato attaccato.”

Insomma,
non mancano certo
precedenti e indizi a indicare che, al momento, è prematura
qualunque
conclusione, in un senso ma anche nell’altro. Qualcuno ha cinicamente
detto che
l’agguato alla Sgrena
è stato sicuramente un colossale errore,
solo perché è
sopravvissuta…

Una cosa
sembrerebbe
assodata: Giuliana
è stata effettivamente rapita da membri della
resistenza, e
non (fortunatamente) da uno di quei gruppi dediti a “operazioni nere”
gestiti
da una o più agenzie di intelligence, quelli responsabili, per
intenderci, di crimini
efferati come la decapitazione del povero Berg.

In questo
mare di menzogne,
in questo gioco di fumi e di specchi è davvero difficile
raccapezzarsi: il
quotidiano saudita al-Medina, tanto per fare un esempio, ha riportato
le
dichiarazioni di un ex sergente dei Marines, Nadim Abou Rabeh, di
origini
libanesi, il quale ha affermato che la versione data
dall’amministrazione Bush
sulla cattura di Saddam
Hussein
è completamente falsa. Egli
faceva parte del
gruppo di venti unità, otto delle quali di origini arabe, che
per tre giorni ha
setacciato la zona di Dour, presso Tikrit, alla ricerca del dittatore
iracheno.
Quest’ultimo è stato rintracciato e catturato, dopo una tenace
resistenza
durante la quale un marine di origini sudanesi è rimasto ucciso,
venerdì 12
dicembre 2003, quindi un giorno prima di quanto annunciato
dall’esercito USA.

Saddam avrebbe
continuato a sparare da una finestra
al secondo piano di una modesta abitazione, sino a quando non gli
sarebbe stato
intimato di arrendersi, essendo inutile resistere. In seguito, una
squadra
speciale militare avrebbe costruito la versione della cattura di Saddam
nel
buco, in realtà un pozzo abbandonato.
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