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IL TERREMOTO DEL CAPITALISMO di Carmelo R. Viola

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Ho scritto che “il capitalismo cade a pezzi”. La metafora non era tanto lontano dalla realtà fisica, se pensiamo ai pezzi di scarso cemento e di debole ferro rivestiti di malta caduti sulla testa di decine e decine d’innocenti, colti nel sonno, destinati ad una morte tremenda magari sotto il peso di blocchi e detriti, morte che con molta probabilità non sarebbe avvenuta se le recenti costruzioni fossero state realizzate secondo gli ultimi ritrovati della scienza antisismica. Penso soprattutto alla “Casa dello Studente”, che ha seppellito giovanissimi virgulti, pieni di vita e di propositi, mentre avrebbe dovuto seppellire gli eventuali antropozoi criminali, responsabili della dis-costruzione.
Il fatto si è che il capitalismo non può rinunciare alla logica, unica, costante ed universale della sua ragion d’essere, che è la produzione di profitti parassitari, non importa come, non importa su chi. Quest’attività, ovviamente amorale nel senso di criminale, è la trasposizione burocratico-tecnologica della primitiva predazione, attorno a cui s’impernia quello che si suole chiamare – senza tapparsi il naso – capitalismo ed oggi, con senso peggiorativo all’assoluto, liberismo.
Da sempre gli appalti sono – e non potrebbero non essere stati – vere e proprie corsa alla preda, che ogni concorrente conquista come può, se possibile con laute tangenti quando non anche con minacce e ricatti. E una volta conquistata la preda, il predatore se l’è consumata sempre a modo suo, nel caso specifico lucrando sulla pelle di esseri umani. La logica dice che uno Stato dovrebbe potere disporre di proprie organizzazioni edili esattamente come dispone di forze di autodifesa: nel qual caso, gli appalti, inutili sul piano pratico, amorali sul piano giuridico e corruttrici sul piano realizzativo, non avrebbero ragion d’essere. Lo Stato costruisce senza lucro e per il migliore risultato possibile e nell’interesse unico del Paese.
Con i terremoti crolla la maschera del capitalismo e dei suoi complici nell’assenza evidente di un vero e proprio collaudo di agibilità e di sicurezza antisismica. Ancora non abbiamo sentito di arresti: ma quanti dovrebbero finire all’ergastolo per omicidio plurimo colposo aggravato dalla consapevolezza di tale possibile evenienza? Quanti miliardi di risarcimento avrebbero diritto di chiedere a chi di competenza i soli genitori o familiari degli studenti seppelliti dal nuovo e specifico edificio che avrebbe dovuto proteggerli?
Ma nessuna pena, pur meritata, servirebbe a risolvere il problema di base, che è quello di liberarci una buona volta di una pratica predazionista spacciata per economia, confusa fra le cento operazioni di usura, di borsa e di azioni parassitarie perpetrate dalle botteghe della rete bancaria oggi mondiale. Piuttosto, ci si affretta a censurare, come si è fatto con il Santoro di Anno Zero, coloro, che, in ossequio all’art. 21 della Costituzione, compiono il diritto-dovere di esprimere dubbi o certezze, su ciò che riguarda la collettività, la vita sociale e ciascuno di noi, come cittadini “sovrani”, protagonisti e possibili vittime, dubbi o certezze relative ad attività, come l’edilizia, soprattutto pubblica, in cui è possibile “rubare” sotto gli occhi di chi non comprende ma anche sotto gli occhi di chi sa e tace, eludendo gli ultimi dettati della scienza.
E’ sempre più evidente, che il capitalismo non è – non può essere – impegno a risolvere alcunché di sociale secondo il livello della civiltà tecnologica ed etica, ma è e rimane impresa affaristica, naturalmente amorale, nelle mani di chicchessia  spesso di veri e propri tardi antropozoi – talora credenti per convenienza di facciata – ma adoratori del solo dio mammona, dell’interesse, insomma, ottenuto non importa a quale prezzo. Non che l’essere credente sia una garanzia ma l’essere un falso credente è il nonplusultra dell’amoralità.
Quali verità verrebbero fuori se si scoperchiassero tutte le pendole dell’industria farmaceutica e si andasse a verificare quanti farmaci in commercio, magari superpubblicizzati,  siano inutili o addirittura nocivi? La gente, distratta da “socio-ottundori” come il tifo sportivo, il consumismo, il preda-ludismo ed altre diavolerie del sistema, ha forse dimenticato le vicende legate alle Tina Anselmi e ai De Lorenzo.
Allora diciamo che i morti dell’Abruzzo sono stati ammazzati non solo dalla natura – madre e matrigna, come diceva Leopardi – ma anche dall’uomo – homo homini lupus, come amava ripetere il famista Gino Raya, mio amico – ma più precisamente dal capitalismo e da coloro che lo sostengono e, a dispetto di tutti gli “infantiformi” Tremonti, resta un affarismo amorale, spesso occulto, che di economico ha solo il nome per far contenti gli economisti che, altrimenti, non saprebbero come fare il loro mestiere.
Così stando le cose, io solidarizzo con Santoro, anche se questi, per eccesso di prudenza, non osa mettere la questione in questi termini ma si limita a parlare  – e ben a ragione – di “dolo edilizio”. Io invece sostengo che è sempre più il caso di parlare, senza tema di smentita,  di “terremoto del capitalismo”, il quale, crollando, non lascia solo ruderi e detriti, e non solo morti ammazzati, ma gente che non sa come sbarcare il lunario dove c’è chi guazza nel superfluo, gente che non può formarsi una “famiglia” perché non ha un avvenire o che non ha mai potuto formarsela perché non ha mai avuto un avvenire avendo raggiunta la vecchiaia vivendo di tribolazioni, di mezzucci e, perché no, di elemosina, gente che talora trova una soluzione al proprio disagio civile nella follia e nel suicidio.
La crisi in atto è solo un momento di maggiore virulenza di una crisi che è il capitalismo stesso: costruire edifici con materiale scadente ha lo stesso valore (im)morale del concedere mutui subprime perché nell’uno e nell’altro caso c’è la premessa di un crimine. Nel primo caso c’è la possibile morte tragica d’innocenti per cedimento dell’impianto; nel secondo caso, c’è la possibile “morte economica” dei mutuatari al primo cedimento della solvenza alla crescenti richieste della bottega dell’usura. Diciamo allora che quello dell’Abruzzo è anche un terremoto dell’inqualificabile mostro del capitalismo.
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