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IL TERREMOTO E LE COSCIENZE di Paolo Cortesi

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La demenza degli uomini del potere è così infinita e mostruosa che ne fa una categoria antropologicamente diversa. L’uomo di potere (ma d’ora in poi dirò semplicemente “il potere”, per far prima) non può sopportare nemmeno l’idea di un mondo che lui non possa controllare e dirigere.
L’imprevisto gli è odioso non per gli effetti tragici che può avere, ma perché ha osato commettere un atto di lesa maestà intollerabile: qualcosa (buona, cattiva) è accaduta senza che il potere lo concedesse.
Il potere, da sempre e ovunque, aspira alla dimensione divina: vuole sostituirsi alla divinità che crea, regola, giudica, premia, punisce. Questa barbarie culturale, questo scempio sociale, questo flagello politico ha impestato la storia umana da millenni, e forse l’idea di dover ritenere inevitabile il potere è un limite fisiologico, neuronale, della specie umana, una nostra tara congenita che la cultura cerca di eliminare o ridurre, ma purtroppo con tempi lunghissimi e ad altissimo prezzo di vite.
Ora, a pochi giorni dal terremoto che ha devastato l’Abruzzo, come se la sciagura non fosse abbastanza atroce, si aggiunge l’orrore che il potere riesce ad aggiungere ad ogni realtà che tocca.
Il potere straparla del terremoto come fosse un delinquente da catturare e punire, sragiona della natura in termini medievali, in cui aleggia il gelido senso del peccato cattolico, per il quale le catastrofi naturali sono vendette della divinità offesa. O, per i credenti più illuminati, le sventure sono graziosi buffetti che il buon dio ci elargisce per farci capire che la sofferenza ci fa un gran bene e serve ad allenarci ad una santa sopportazione.
La storia, non solo quella antica ma tale da essere ricostruita sui giornali, ci insegna un’altra desolante verità: il potere approfitta di ogni evento per diventare più vasto, più forte, più solido, più ricco. Tutti ricordiamo come i miliardi di lire donati dalla solidarietà dei cittadini,  non solo italiani, furono in più occasioni saccheggiati da personaggi ignobili, veri sciacalli che misero in tasca il denaro destinato a chi aveva perso ogni cosa su questa terra e non possedeva altro che un corpo vivo.
Oggi, il potere già tuona dichiarazioni e nella sua crociata contro il terremoto annuncia miracolistici rigori normativi antisismici. Una legislazione in tal senso sarebbe assolutamente necessaria, e non si dovrebbe fare nemmeno troppa fatica ad avere buone idee al proposito, basterebbe dare un’occhiata tecnica a cosa s’è fatto in Giappone.
Ma come possiamo fidarci di un potere che non ha più alcun contatto con la vita del popolo che dice di rappresentare? Cosa può sapere di un terremotato chi vive in appartamenti lussuosi, con stipendi a cinque zeri? Cosa significa “disperazione” per chi sa che per tutta la vita, fino alla morte, sarà al riparo da ogni disagio economico?
Cos’è un terremoto per chi viene scodellato da un elicottero fra le rovine, fa un giretto fra zelanti giornalisti e fotografi e poi se ne va alla colazione di lavoro fissata dal puntuale portaborse?
Cosa rimane di umano in esseri che sono diventati semidei? 
Qual è il percorso mentale che fa dire a Berlusconi a chi ha perso tutto, letteralmente tutto, “andate sulla costa, è Pasqua, prendetevi un periodo che paghiamo noi. Sarete serviti e riveriti. Bambini, dite alla mamma di portarvi al mare”?
Qualcuno ha osato sostenere che il terremoto è un evento che ha segni precursori tali da lasciare supporre che si possa scoprire un’affidabile tecnica previsionale.
È stato subissato da dichiarazioni intimidatorie quando non umilianti. Eppure, uno scienziato outsider, Raffaele Bendandi, già ottanta anni fa elaborò previsioni di terremoti molte delle quali si rivelarono esatte con una precisione sbalorditiva, e con verifica notarile.
La scienza ufficiale, quella che usa cattedre universitarie e titoli come manganelli, condannò senza appello la teoria e la lunga opera di Raffaele Bendandi. Ma se si fosse speso un po’ di tempo e denaro per verificare i suoi studi, non  sarebbe stato meglio? Se un po’ dell’energia dispiegata per perseguitare Bendandi fosse stata dirottata per una serena, completa e onesta valutazione non sarebbe stato meglio?
Il governo italiano si è impegnato a comprare 131 cacciabombardieri supersonici F-35 con grande forza distruttiva e in grado di trasportare ordigni nucleari. L'impegno è compreso in un grande progetto internazionale di armamento, nel quale l'Italia si è impegnata a versare un miliardo di dollari a fondo perduto e, come detto, a comprare 131 aerei per un costo iniziale di 45/55 milioni di euro l'uno che nel dicembre 2008 era già salito a 91 milioni di euro l'uno. (fonte: www.nof35.org). Se questa colossale massa di denaro pubblico venisse convogliata, anche solo in parte,  verso innovativi, continui e completi studi sismologici, forse la previsione dei terremoti non sarebbe considerata, fatalisticamente, un’utopia o un’eresia.
Ma al potere tutto questo non importa. La guerra serve al potere, caserme e tribunali servono al potere, armi, soldi e appalti servono al potere, leggi e decreti servono al potere, sottomissione e rassegnazione servono al potere.
E se la gente muore schiacciata sotto le macerie, se viene ammassata come bestie in tende o casupole di legno e latta, se una vita di lavoro e speranza e progetti si sbriciola come s’è sbriciolato un muro pieno di paglia, al potere non interessa veramente. Perché questa bella società funziona così: chi ha potere ha una vita felice, ricca, facile, sana, gioiosa, quieta, sazia. Chi non ha potere si deve accontentare. Anzi deve essere riconoscente come un cane fedele, perché il potere – se solo lo volesse – potrebbe togliergli, legalmente, anche il poco che ha.
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