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INSEGNARE CON UN PO’ DI BUON SENSO COMUNE di Bianca Degli Esposti

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I giornali ci informano che, nelle scuole superiori italiane, sette alunni su dieci hanno insufficienze sulle pagelle di metà anno. Quindi il Ministero ha elargito fondi per corsi di recupero finalizzati a migliorarne il rendimento.

Insegno nelle scuole professionali da 32 anni, da tre in un istituto di San Remo – diciassette classi per due distinti corsi di studio, per l’agricoltura e il commercio rispettivamente- che ha ricevuto, per questo preciso scopo, 25 mila euro, cioè pressappoco millecinquecento euro per classe.

Moltiplicando la cifra per il numero di classi delle scuole italiane si raggiunge una cifra esorbitante, che neppure posso immaginare.

Siamo sicuri che questo denaro non potrebbe essere speso meglio?

Se mi chiedo quale sia il motivo delle insufficienze dei nostri alunni,  ne riscontro soprattutto due: qualcuno – la minoranza – “non ce la fa”, ma molti altri non vogliono farcela e non studiano perché non trovano nessuna motivazione per farlo.

Il problema dei primi non è completamente risolvibile: essendo la scuola giustamente dell’obbligo, tutti la frequentano, ma con rammarico ho dovuto rassegnarmi all’evidenza che esiste una percentuale di persone che non ha le capacità di raggiungere gli obiettivi didattici auspicati in tutte le discipline. Molte di loro mostrano tuttavia qualche predisposizione per determinate materie, e credo che sarebbe molto più utile – nelle scuole superiori almeno – puntare a specializzarle in quelle a loro più congeniali che incaponirsi in improbabili recuperi nelle altre. Esemplificando, sostengo che sia più sensato fare corsi avanzati di scienze a chi è portato per la disciplina, piuttosto che fargli perder tempo tentando di interessarlo alla letteratura se non è in grado, nonostante gli sforzi, di scrivere correttamente in italiano.

Ma costoro, come ho detto, sono una minoranza.

Il vero problema delle nostre scuole, infatti, è la dilagante “anoressia culturale”. Io ho in classe alunni che, platealmente, dormono durante tutte le cinque ore di corso. Se li si costringe al risveglio, sbuffano e trovano modo di distrarsi con svariate occupazioni. Qualcuno disegna, altri si pettinano, preparano lo schema per la partita, leggono fumetti, sistemano i piercing, guardano il soffitto.

Questi ragazzi sono spesso intelligenti, in grado di sostenere sensate conversazioni fuori da scuola, si occupano di musica, di sport, fanno volontariato…

Non credo sia utile farli oggetto di una sorta di accanimento terapeutico infliggendo loro ore pomeridiane degli stessi corsi che li annoiano la mattina; non serve aumentare la dose di una medicina che non fa effetto.

25 mila euro sono tanti, si potrebbero comperare due computer per classe – e  mentre si lavora al computer non si dorme! – e preparare gli alunni al conseguimento della patente europea di informatica. Si potrebbero finanziare corsi di lingua all’estero (gli utenti dei professionali raramente hanno i mezzi per metter piede fuori dall’Italia). Si potrebbero invitare esperti che proponessero le ultime scoperte delle discipline caratterizzanti il corso. Si potrebbero svecchiare le attrezzature dei laboratori, finanziare corsi avanzati…

Si potrebbe, in sostanza, proporre obiettivi, trasversali rispetto ai normali corsi di studio, che accendessero una motivazione all’impegno laddove il semplice conseguimento del diploma non lo è più.

 
 

 
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