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Iraq, il disarmante dossier di Scott Ritter

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Fervente
repubblicano, ha votato per Bush ma oggi pubblica un libro-intervista in
cui smonta la costruzione mitologica occidentale sulle armi di
distruzione di massa in possesso di Baghdad

Passo
dopo passo, annuncio dopo annuncio, il mondo sta entrando nell’avventura
della guerra all’Iraq che il presidente statunitense George W. Bush e
l’alleato-maggiordomo Tony Blair vogliono ad ogni costo. Stavolta non ci
sarà nemmeno la bugia della «guerra umanitaria», sarà una
guerra-guerra, tout court, anzi sarà preventiva. Anche se non
mancheranno le motivazioni che ci spiegheranno – già hanno cominciato a
farlo – che l’azione armata alla fine è servita proprio per «prevenire»
un disastro all’umanità di fronte ad armi di distruzione di massa.

Diranno tante cose. Ma il punto è che ogni guerra per essere tale ha
bisogno, da parte del potere, di trovare una sua giustificazione, per
essere narrata e trovare la sua legittimazione. Insomma, stavolta quale
sarà la «Rambouillet» irachena, il casus belli utile a scatenare
l’inferno?

Non l’hanno ancora trovata, ma in queste ore si sta
delineando. Ci dice infatti il Dipartimento di Stato Usa che Stati uniti
e Gran Bretagna hanno definito la risoluzione dell’Onu da imporre
all’Iraq, tale che dovrebbe convincere i recalcitranti che non vogliono
questa guerra – i più – e tale da zittire la disponibilità del regime
di Saddam Hussein che ha risposto, di fronte ai tanti dossier e
rivelazioni, che era disposta, senza condizioni, al ritorno degli
ispettori dell’Onu su tutto il territorio del paese. In buona sostanza
si prepara una Risoluzione «forte» al Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite come voleva Bush, scritta da Blair, che impone a Baghdad
la presenza degli ispettori non nei soli siti sospettati di ospitare
armi di distruzione di massa, ma ovunque, soprattutto nelle sedi
politiche del regime, il parlamento e i ministeri, il palazzo
presidenziale compreso. Aggiungeranno magari che, stavolta, gli
ispettori, dovranno essere «protetti» da una missione internazionale
armata. Condizioni, come si vede, fatte apposta per portare al
fallimento della mediazione del segretario dell’Onu, Kofi Annan, che ha
accettato la disponibilità di Baghdad – che chiede la presa in
considerazione del problema della fine delle devastanti sanzioni che
durano da dieci anni – e che ha attivato da subito gli ispettori guidati
dal capo missione Hans Blix che si dichiara pronto a partire. Questi i
fatti, fin qui.

Tenendo presente che l’intera costruzione si regge sulle
dichiarazioni di Bush e Blair che chiedono l’autorizzazione a fare la
guerra per «disarmare» l’Iraq che possiederebbe «armi bateriologiche
e chimiche, armi di distruzione di massa pronte ad essere usate in 45
minuti contro Israele e Cipro» e «l’arma atomica tra pochi mesi». E
si aggiunge in queste ore, richiamando la memoria ancora ferita dell’11
settembre, che «Saddam ha dato le armi chimiche ad Al Qaeda»,
smentendo le smentite su questo fatte solo poche ore prima. Baghdad
corre a rispondere aprendo alla stampa internazionale i «siti»
considerati letali e chiedendo l’arrivo degli ispettori al più presto,
ma non basta e non servirà a nulla. Blair ha presentato un «dossier».
Non convince nessuno, ma per la guerra può bastare, e per l’immaginario
televisivo basta e avanza per dire che ci sono le prove.

Ci
vorrebbe a questo punto qualcuno, davvero autorevole, capace di smontare
la costruzione mitologica occidentale sulle «armi di distruzione di
massa» in possesso di Baghdad. Questo qualcuno c’è. Si chiama Scott
Ritter, ufficiale statunitense eroe dei marines, che ha partecipato per
sette anni alla missione di disarmo in qualità di ispettore Onu e
perdipiù è un fervente repubblicano che ha votato per Bush alle ultime
presidenziali.. Scott Ritter ha pubblicato in questi giorni un
libro-intervista Guerra all’Iraq straordinario quanto decisivo, uscito
in contemporanea in Italia, dov’è stato pubblicato da Fazi Editore (10
Euro, pp. 115) e negli Stati uniti, curato dal noto commentatore e
saggista americano William Rivers Pitt. Un libro che, da questo punto di
vista, davvero è il «controdossier» che andrebbe letto nei parlamenti
occidentali. Che cosa dice di talmente eccezionale l’ex
funzionario-ispettore Onu dal 1991 al 1997 Semplicemente questo: «Se io
dovessi quantificare la minaccia rappresentata dall’Iraq in termini di
armi di distruzione di massa, essa equivale a zero». E la sostanza di
questa affermazione non l’ha solo scritta nelle risposte di questo
libro, o in decine di interviste e articoli che ha pubblicato in questo
ultimo periodo. No, ha fatto di più. In aperto conflitto con il «suo»
governo, è andato a Baghdad in queste settimane per accompagnare i
giornalisti della stampa internazionale a visitare i presunti «siti di
armi di distruzione di massa», che altro non sono che fabbriche civili
o macerie, residuo del buon lavoro di controllo e distruzione fatto
proprio dagli ispettori Onu. Una denuncia così fastidiosa da meritare
la risposta stizzita perfino del segretario di stato Usa Colin Powell.

Un
libro bomba, è il caso di dire. Fin dall’esergo iniziale che cita Karl
Kraus: «Come si governa il mondo per condurlo alla guerra? I
diplomatici dicono bugie ai giornalisti e poi, una volta che le vedono
pubblicate, ci credono». E l’America, scrive nell’introduzione William
Rivers Pitt, dopo l’11 settembre appare propensa a credere e ad
apprezzare ogni contrapposizione tra bene e male, tuttaltro che
tranquilla all’idea che qualcuno abbia armi di distruzione di massa e
che queste possano arrivare ai terroristi di Al Qaeda di bin Laden.
Inoltre Saddam Hussein è stato così demonizzato, ancora di più dopo
la prima guerra del Golfo, con il paragone tra lui e Hitler, che si
ritiene ci siano motivi più che sufficienti per una sua deposizione.
Tuttavia ancora non è chiaro perché sia necessaria questa guerra. E
non è chiaro chi sia Saddam Hussein, mentre tutti o quasi sanno ormai
che Osama bin Laden era nel libro paga della Cia quando organizzava la
resistenza islamica all’occupazione militare sovietica dell’Afghanistan
e che i talebani erano alleati, anche d’affari, del Pakistan,
dell’Arabia saudita e degli Stati uniti fino a un mese prima dell’11
settembre e con loro trattavano il nuovo oleodotto del consorzio
angloamericano Unocal, ora realizzato a «fine» guerra da Hamid Karzai,
neopresidente afghano, ex consulente dell’Unocal e assai probabilmente
agente della Cia.

Il
fatto è, spiega bene il libro, che anche Saddam Hussein è una creatura
americana: «E’ un mostro, sì, ma il `nostro’ mostro, è una creazione
americana come la Coca Cola e l’Oldsmobil». E’ stato il governo
americano del presidente Ronald Reagan ad appoggiare e ad armare il suo
regime, ferocemente impegnato contro il fondamentalismo islamico interno
e iraniano, fin dall’inizio degli anni Ottanta – nell’82 l’Iraq venne
cancellato dalla lista dei paesi terroristi – per contrastare
l’influenza sovietica nella regione, e ad armarlo ancora di più durante
la guerra con l’Iran, guerra in cui ha usato sul campo di battaglia armi
chimiche fornite proprio dallo stato maggiore americano, guerra
sostenuta attivamente dall’intelligence Usa che pianificò battaglie,
attacchi aerei e danni dei bombardamenti. Una guerra costata due milioni
di morti. Come dettagliatamente resocontato nell’agosto del 2002 dal New
York Times che ha pubblicato dettagliate e controfirmate dichiarazioni
di alti ufficiali Usa coinvolti nella politica di aiuti militari
all’Iraq durante l’Amministrazione Usa: l’America sapeva che Saddam
Hussein usava armi chimiche contro l’Iran, ma continuava a fornirgli
armi e assistenza. L’America chiudeva tutti e due gli occhi sugli
effetti devastanti di quel riarmo, chimico, batteriologico, nucleare
visto che l’avvio di nucleare iracheno era stato bombardato nel 1981
dall’altro «mostro» americano nell’area, vale a dire Israele con il
suo potenziale bellico e atomico (200 testate, ma clandestine). Una
conoscenza delle armi di Saddam Hussein che sarebbe tornata utile nei
bombardamenti chirurgici della prima guerra del Golfo: uno scherzo per i
bombardieri di precisione americani, visto che i siti erano nei cassetti
dello stato maggiore Usa che li aveva costruiti. Non uno scherzo per i
100.000 militari occidentali contaminati dalla Sindrome del Golfo,
quella che ora tutti dimenticano.

E
inolte, vorremmo ricordare noi, quale America gridava allo sterminio
quando, nel 1984, Saddam Hussein massacrava i comunisti iracheni? E poi
«sempre gli Stati uniti non hanno deposto il regime di Baghdad durante
la guerra del Golfo, e di fatto hanno ostacolato i tentativi di
rovesciare Saddam Hussein compiuti dai ribelli iracheni sollecitati
all’azione dalla nostra retorica» e, aggiungiamo, dalle promesse della
Cia.

Il
libro-intervista racconta decine e decine di ispezioni, di indagini
campione di sarin, di scoperte poi dimostratesi di scarso rilievo, delle
menzogne degli iracheni smascherate, del lavoro delle ispezioni a
sorpresa della biologa Diane Seaman e l’affare del codice segreto che
parlava di «Attività biologiche speciali», documento che poi si rivelò
come il testo dei servizi segreti iracheni per la sicurezza personale
del dittatore iracheno, e il mondo fu perfino sull’orlo di una nuova
guerra che poi fu evitata e su cui, mentendo, soffiava – denuncia Scott
Ritter – l’ex capo ispettore Richard Butler pur informato sulla realtà
e inconsistenza dell’affare; e ancora di tensioni per le ispezioni nelle
sedi istituzionali, di approfondimenti in laboratorio, dell’impianto di
fermentazione chimica di Al Hakum fatto esplodere dagli ispettori, del
monitoraggio capillare dal 1994 al 1998 della totalità degli impianti
chimici iracheni. Ispezione dopo ispezione per arrivare alla conclusione
che i bombardamenti e il lavoro di distruzione ha praticamente portato a
zero il grado di pericolosità dell’Iraq quanto ad armi di distruzione
di massa. «Ritengo a questo punto fondamentale un problema di cifre –
risponde Scott Ritter nel libro -. L’Iraq ha distrutto il 90-95% delle
sue armi di distruzione di massa. Dobbiamo ricordare che il restante
5-10% non costituisce necessariamente una minaccia né un programma di
armamento, se non siamo in grado di dire quella percentuale minima che
fine ha fatto, non significa che l’Iraq ne sia ancora in possesso»,
dopo il massiccio embargo e il passaggio degli ispettori.

E
i legami con Al Qaeda? E la bomba atomica di Saddam pronta tra pochi
mesi?

Scott
Ritter non ha dubbi e definisce la «connessione» con Al Qaeda «una
faccenda palesemente assurda». «Saddam Hussein – ricorda – è un
dittatore laico, ha passato gli ultimi trenta anni a dichiarare guerra
al fondamentalismo islamico, facendolo a pezzi. A parte la guerra
all’Iran degli ayatollah, in Iraq sono in vigore leggi che sentenziano
la pena di morte per il proselitismo in nome del wahabismo, la religione
di Osama bin Laden. Osama odia in modo particolare Saddam, lo chiama
l’apostata, un’accusa che implica la pena di morte». L’unica arma, se
così si può dire, che lega Osama bin Laden e l’Iraq è il fatto che il
leader di Al Qaeda così come reclama la libertà in Palestina condanna
il mondo occidentale per le sanzioni all’Iraq. Perché? «Perché le
sanzioni americane – risponde Scott Ritter – non colpiscono certo Saddam,
colpiscono il popolo iracheno», al quale bin Laden si richiama
profeticamente usando le sanzioni come grido di guerra. Quanto al
nucleare, il libro-intervista rivela che il fondamento di questa accusa
risiede in alcuni fuoriusciti e disertori, Khidre Hamza, funzionario di
medio livello del programma nucleare iracheno, oggi immeritatamente
protagonista di molti programmi-scoop della tv americana, e soprattutto
aiutante di Hussein Kamal genero di Saddam e responsabile della
commissione militare industriale irachena. E’ stato Hamza a raccontare e
a costruire con la Cia i dati sul presunto programma nucleare iracheno
attuale, ma lo stesso genero di Saddam, Hussein Kamal, quando disertò
nel 1995, si rifiutò di sottoscrivere e prendere per buoni quei dati
definendoli «un falso grossolano».

Resta
un solo interrogativo vero, che William Rivers Pitt prende alla fine di
petto con questa domanda: «Lei è un veterano dei marine, un ufficiale
e un funzionario di intelligence. Ha passato sette anni in Iraq a
rintracciare queste armi per garantire la salvezza e la sicurezza non
solo di questo paese, ma anche del Medio Oriente e del mondo. Eppure
alcuni suoi concittadini la chiamano traditore perché parla così
apertamente di tali argomenti. Come risponde?». «La gente può dire
quello che vuole – risponde secco ma sereno Scott Ritter – ma chi parla
in questo modo non fa che dimostrare la propria ignoranza. Esiste una
cosuccia che si chiama Costituzione degli Stati uniti d’America. Quando
ho indossato l’uniforme dei marines e mi fu affidato l’incarico di
ufficiale ho giurato di essere fedele e di difendere la Costituzione
contro tutti i nemici, esterni e interni. Questo significa che sono
disposto a morire per quel pezzo di carta e per quello che rappresenta.
Quel documento parla di noi come popolo, e di un governo del popolo,
fatto dal popolo, per il popolo, Parla di libertà di parola e di libertà
civili individuali….Il massimo servizio che posso rendere al mio paese
– conclude Scott Ritter – è di facilitare la discussione e il dialogo
sul comportamento da tenere verso l’Iraq…Se quelli che esercitano
pressioni a favore della guerra non sono in grado di provare le proprie
ragioni, l’opinione pubblica americana dovrà esserne consapevole». «Voglio
che l’America non commetta l’errore di questa guerra», ha ripetuto sui
giornali americani in questi giorni. Forse, alla maniera di Scott Ritter,
vale la pena sentirsi un po’ «tutti americani».

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