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La Grecia e l’Unione europea: l’inferno dietro l’angolo – di Alain de Benoist

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E’ stato sufficiente un quarto d’ora, al Parlamento francese, per approvare il piano di “salvataggio della Grecia” per 3,9 miliardi di euro proposto da Nicolas Sarkozy e dal suo ministro dell’Economia, Christine Lagarde. Su 577 deputati, una cinquantina (dal “sovranista” Nicolas Dupont-Aignan al comunista Jean-Pierre Brard) ha sfidato il governo che comunque si è assicurato il sostegno unanime del partito “socialista”  – il “socialista”  Jérôme Cahuzac, presidente della Commissione alle Finanze si è addirittura così espresso: “Proteggere la Grecia è proteggere l’euro e dunque il nostro denaro!”.
Nessun parlamentare pare si sia chiesto chi si andasse ad aiutare in realtà
Fra gli economisti, qualche voce discordante si è intesa. Benché minoritaria, unanime: invece di cercare di riformare l’insieme del sistema finanziari, l’aiuto alla Grecia si è apparentato, così, alla nota “strategia delle Danaidi”: si è cercato di riempire un secchio senza fondo.
Il piano di salvataggio della Grecia, messo a punto nel fine settimana tra l’8 e il 9 maggio per placare la febbre speculativa dei mercati, si sa, è pari a 750 miliardi di euro, dei quali 250 promessi dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi).
Una somma, in parte virtuale, che rappresenta un assetto monetario favoloso, oltre ogni precdente (il New Deal di Roosevelt costò l’equivalente di 50 miliardi di dollari odierni, il Piano Marshall l’equivalente di 100 miliardi), ma che rappresenta appena il 10 per cento del debito della zona euro, pari a 7000 miliardi.
Quel che si omette di dire, rimarcano gli economisti, è che la crisi attuale non è tanto la crisi di bilancio ellenica, ma una crisi bancaria (tra il 2005 e il 2010 il debito bancario greco è stato sottoscritto al 43 per cento dalle banche, al 22 per cento da fondi sociali e per il 15 per cento da fondi pensione). L’operazione di salvataggio non è dunque destinata alla Grecia ma, come all’indomani della crisi del 2008, alle banche che si vogliono salvare per impedire che il sistema bancario si avviti nella crescita dei tassi di interesse fermando mutui, agevolazioni, finanziamenti e investimenti.
In altri termini non si cerca di salvare gli Stati deboli della zona euro, ma chi li ha resi tali.
E poiché nulla è stato fatto per fermare l’usura, le banche potranno così continuare a manipolare i corsi delle loro speculazioni finanziarie come d’uso,  sapendo che in ogni caso  il “paracadute graziosamente offerto dall’Uem” provvederà a rimborsarle.
C’è chi nota come il 9 maggio sia una data storica: da quel giorno un ente soprannazionale non europeo, il Fmi, ha conquistato il diritto di ingerirsi negli affari dei Paesi europei in crisi per il debito.
Secondo l’economista Elie Cohen, il piano europeo non servirà altro che a calmierare temporaneamente la crisi: i “profitti speculativi” torneranno a battere cassa presto. Yves Marie Laulan, nel sottolineare che bisogna attendersi una crescita della protesta anti-Ue, dichiara: “questo piano non è regolato in profondità. Non si è mai visto guarire un eccesso di debito con un maggiore indebitamento… La scelta è tra la peste e il colera, il fallimento finanziario o il crollo economico”. L’ex ministro Jean-Pierre Chevènement prevede l’adozione di una serie di piani di austerità dei quali la Germania, che esporta più del 60% del suo prodotto nell’Unione, sarà la prima a dover subire. “Il risultato sarà una recessione generalizzata, accelerata da una crisi sociale e politica senza precedenti e senza vie d’uscita”.
Emmanuel Todd osserva che non esiste alcun modello serio europeo per uscire dalla crisi e si pronuncia in favore di un “ragionevole protezionismo europeo”. Paragonando la crisi attuale a quella del 1929, Philippe Dessertine, docente a Nanterre, giunge a dire: “I tempi sono stretti se non si vuole evitare una vera e propria guerra”.
Conclusione generale: si è voluto guadagnare del tempo. Ma non si sfuggirà alla discesa all’inferno.
Gli Stati si garantiscono reciprocamente nel momento in cui la loro solvibilità viene messa in discussione, ma il piano di salvataggio della Grecia diventa il garantire dei debiti sospetti con delle finanze pubbliche parimenti sospette. E’ il metodo del “bootstrapping” descritto dall’economista eterodosso Frédéric Lordon, che evoca il modo con cui il barone di Münchhausen tentava di alzarsi in aria a cavalcioni delle palle di cannone. I Paesi europei vogliono continuare a offrire denaro che non hanno e così il sistema proseguirà la sua fuga in avanti. E si vede già profilarsi lo spettro di un “governo mondiale” che metterebbe sotto tutela i bilanci nazionali di tutti i Paesi membri dell’Unione europea, con un ulteriore attacco alla loro sovranità
Nel prendere la guida del movimento per “salvare la Grecia”, Nicolas Sarkozy cerca evidentemente di reindossare il vestito da leader che si era fatto cucire al tempo della presidenza francese dell’Ue, nonché, all’indomani della sconfitta elettorale amministrativa interna, a ripristinare in qualche modo un po’ della sua popolarità, ormai in caduta libera.
Quanto ai francesi, per i quali la Grecia è lontana, hanno per la gran parte rinunciato a comprendere cosa accada. Ma sanno che, dopo la sua elezione nel 2007, Sarkozy ha fatto lievitare il debito pubblico dal 2,7 all’8,2 per cento e che l’indebitamento della Francia, che rappresentava il 20 per cento del pil negli anni Sessanta, arriva oggi all’81. Ancora qualche mese e si dirà che non c’è più denaro per pagare le pensioni o per garantire il potere d’acquisto. Oggi vedono decine di miliardi di euro uscire virtualmente da un cassetto vuoto. E si annuncia loro che lo Stato andrà a farsi prestare dalle banche il denaro che Parigi… presterà alla Grecia, per permettere ad Atene di rimborsare… le banche.
Surreale. Incredibile.
 
 
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