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La malattia genetica dell’Fbi

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Quella degli agenti dell’FBI deve essere una malattia genetica. O si riproducono direttamente fra loro, tramandando da padre in figlio la stessa anomalia, oppure i nuovi agenti vengono selezionati in base alla presenza di questa anomalia nel loro DNA.
Non c’è altro modo per spiegare come un certo tipo di dementia operandi si ripeta all’infinito, identica a se stessa, nel corso dei decenni.
L’anomalia di cui stiamo parlando è il particolarissimo processo mentale che porta l’agente FBI a piazzare un certo tipo di prova in certe situazioni particolari.

Siamo a Dallas, nel 1963, nell’ufficio dell’FBI. L’agente Pinkerton si reca dal suo capo e gli dice:
– Capo, ci sarebbe da incastrare un tizio, per l’omicidio del presidente.
– Con cosa è stato ammazzato il presidente?
– Con un fucile.
– E allora mettetegli la ricevuta del fucile nel cassetto della scrivania.
– Giusto capo, non ci avevo pensato. Grazie!

Fu così che alla prima visita a casa di Oswald la polizia trovò nella sua scrivania la ricevuta del fucile Mannlicher-Carcano comprato per posta tre mesi prima.

Ma il caso era molto importante, e l’FBI voleva assicurarsi di fare le cose per bene. A quel punto il capo chiamò Pinkerton e gli disse:
– La ricevuta va bene, ma non vorrei che non bastasse. Tanto per essere sicuri, fategli anche una foto con il fucile in mano.
– Ma Oswald è morto – disse timidamente Pinkerton.
– Lo so, imbecille. Hai mai sentito parlare di fotomontaggio?

Nacque così la famosa immagine di Oswald che tiene in mano il fucile, con l’ombra sotto il naso che è completamente diversa da tutte le altre ombre della fotografia.

Ora si che il caso era chiuso, perché le due prove si corroboravano fra loro.
***
Siamo a Oklahoma City, nel 1995, nell’ufficio dell’FBI. L’agente Pinkerton (il figlio) si reca dal suo capo gli dice:
– Capo, ci sarebbe da incastrare un tizio per la bomba al Murrah Building.
– Come è stata messa la bomba?
– Hanno usato un furgone della Ryder pieno zeppo di letame.
– E allora trovate un pezzo di quel furgone, e legatelo al tizio da incastrare.
– Giusto capo, non ci avevo pensato. Grazie!

Fu così che a quattro isolati di distanza dal Murrah Building venne trovato il semiasse di un furgone della Ryder, con tanto di numero di serie in bella vista. Grazie a questo numero si potè risalire al mezzo originale, e scoprire che era stato affittato da un certo Timothy McVeigh, tre giorni prima dell’attentato.
– Il furgone va bene – disse il capo – ma non vorrei che non bastasse. Trovatemi anche un’altra prova che sia stato lui.
– Io un’idea ce l’avrei – disse Pinkerton, che aveva passato lunghe serate davanti al caminetto ad ascoltare le azioni eroiche di suo padre – Potremmo piazzargli una ricevuta da qualche parte.

Fu così che alla prima visita a casa di McVeigh la polizia trovò nel cassetto della sua scrivania la ricevuta del letame che il buon Timothy aveva acquistato alla Coop vicino a casa, tre mesi prima.

Ora sì che il caso era chiuso, perché le due prove si corroboravano fra loro.

***

Siamo al New York, nel 2001, negli uffici dell’FBI. L’agente Pinkerton (il nipote) va dal suo capo gli dice:
– Capo, ci sarebbero da incastrare degli islamici per la distruzione delle Torri Gemelle.
– Come sono state distrutte queste torri?
– Sono crollate dopo essere state colpite da due aerei.
– Allora mettete un documento di identità degli islamici fra i rottami degli aerei.
– Giusto capo, non ci avevo pensato. Grazie!

Fu così che il passaporto sbruciacchiato di un terrorista venne trovato a tre isolati di distanza dalle Torri Gemelle, con tanto di fotografia e nome perfettamente leggibile.

Il passaporto va bene – disse il capo – ma non vorrei che non bastasse. Trovatemi anche qualcos’altro.

Fu così che a Boston venne trovata la valigia di un terrorista che non aveva fatto in tempo a salire sull’aereo. Era piena zeppa di testamenti, di Corani e di libretti di istruzioni per guidare i 767.

Ora sì che il caso era chiuso, perché le prove si corroboravano fra loro.
***
Siamo a New York, nel 2013, negli uffici dell’FBI. L’agente Pinkerton (il fratello più giovane) va dal suo capo e gli dice:
– Capo, gira questa brutta storia che gli aerei delle Torri Gemelle non fossero dei normali velivoli commerciali, ma dei droni militari. Ci sarebbe da piazzare qualche prova per smentire questa storia.
– E allora piazzate un rottame di un aereo passeggeri da qualche parte.
– Giusto capo, non ci avevo pensato. Grazie!
Pinkerton fece per uscire, poi si fermò e si voltò verso il capo, dicendo:
– Sì, ma dove lo mettiamo? Perché ormai non è che possiamo andare dal droghiere lì di fianco, e chiedergli se per favore possiamo piazzargli un pezzo di carrello nel cortile. Sono passati 12 anni, ormai se ne sarebbe accorto pure un cieco.
Il capo pensò un attimo, poi disse:
– Abbiamo la moschea degli islamici lì vicino, giusto?
– Giusto.
– Bene, quella è piantonata giorno e notte da almeno cinque anni. E’ roba nostra. Chiedi alla polizia di farti passare, e così non ti vedrà nessuno.

Fu così che l’agente Pinkerton si avviò di notte con il suo rottame sottobraccio, che mostrava in bella vista il numero della Boeing stampigliato sulla superficie.
Solo che questo agente deve essere è stato un po’ maldestro, perché nel calare il pezzo di carrello nella stretta intercapedine dietro al muro della moschea la corda deve essergli scivolata, ed è rimasta attorcigliata intorno al rottame.

Ma in questo caso non ci sarà bisogno di trovare nessuna prova di supporto, perché il processo si è già svolto a porte chiuse, nella mente di tutti gli americani, 12 anni fa. E da quel giorno i giornalisti hanno smesso di esistere, per cui non si rischia niente in ogni caso.

Avanti di questo passo, Pinkerton forever!

Articolo di Massimo Mazzucco

Fonte: luogocomune.net

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