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La nuova guerra dell’imperatore di Paolo Cortesi

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vogliono credere i bravi patrioti
americani e le anime candide filoamericane di casa nostra, le quali
applaudirebbero all’amato signor George Bush anche se questi
dichiarasse guerra alla Repubblica di San Marino.


Vi sono, poi, le ragioni sporche e inconfessabili, ma così consistenti
che persino i mass media più paciosi cominciano timidamente a suggerire
in piccoli box di taglio basso.


Il controllo del petrolio irakeno, come si affannano a negare i governi
britannico e statunitense, è un gran valido motivo che non si può
dire; e pure il vertiginoso affare da miliardi di dollari della
ricostruzione del paese devastato; la lotta (non più solo metaforica)
tra dollaro e euro come moneta per acquistare petrolio e quindi per
gestire l’economia mondiale; il folle militarismo che pompa milioni di
dollari alle fabbriche di armi e all’indotto bellico; infine una prova
di forza di mostruosa violenza e agghiacciante sconsideratezza per
dimostrare chi comanda su questo infelice pianeta…ecco, questi sono
alcuni dei motivi forti ma che non si possono dire.

Questa
guerra è stata preparata, pianificata, voluta, direi cresciuta con una
determinazione così priva di ogni scrupolo e di ogni dubbio che lascia
sgomenti.
Immagino non sia difficile decidere dell’esistenza di centinaia di
migliaia di vite umane stando comodamente seduto in poltrona, dentro
l’edificio più protetto della terra; ma ho sempre pensato (guarda gli
studi umanistici come rendono sentimentali!) che la voce della coscienza
non dovrebbe mai ammutolire, tanto meno quando si è padroni del
mondo…
Ora, ad una settimana dall’inizio dell’invasione, si parla già del
dopo-Saddam.
Non ho competenze strategiche, e il mio anno di servizio militare di
leva è uno dei più cupi ricordi della mia vita, ma credo che la fine
della guerra non sia così scontata.

Voglio
dire: se il conflitto fosse combattuto nello spazio cosmico o su
playstation, gli americani avrebbero già vinto; ma qui si combatte una
guerra che pare non conceda molto alla superiorità tecnologica Usa. Gli
irakeni sono del tutto privi di aviazione, eppure dopo una settimana
riescono ancora a contenere e rintuzzare l’avanzata nemica.
La guerra del Vietnam fu combattuta da una nazione che aveva la più
perfezionata e potente tecnologia militare contro un esercito che
raccoglieva rottami e scatolette per fonderli in proiettili; eppure
tutti sanno come è finita quella guerra terribile.
Le baldanzose dichiarazioni anglo-americane dei primi giorni sembrano
adesso delle battute di cattivo gusto: a Baghdad in trentasei ore,
giuravano i generalissimi: abbiamo visto, invece, come sta andando.
Intere divisioni irakene si arrendono, dichiarano i megafoni del
quartier generale anglo-americano che un tempo si chiamavano giornalisti:
e perché mai non si ha nemmeno una foto di questa folla di prigionieri?
Eppure sarebbe una bella iniezione di ottimismo per gli amici degli
States.

Gli
americani hanno le bombe intelligenti che non sbagliano mai, quindi se
si macellano decine di civili in un mercato di Baghdad la colpa può
solo essere degli irakeni che hanno i missili di vecchio tipo, quei
modelli obsoleti e inaffidabili che ammazzano all’ingrosso e non
chirurgicamente. Già, non può che essere così…
Forse è un errore analizzare questo conflitto, e il relativo
dopoguerra, con strumenti sofisticati e troppo articolati. Questa è una
campagna di invasione militare vecchio stampo; è una guerra che fino a
qualche decennio fa si sarebbe chiamata colonialista; è un conflitto
che non ha nulla di ideologico perché è determinato solo da esigenze
di dominio.
Mi ricorda moltissimo l’atmosfera della Prima Guerra Mondiale: sul
tavolo più grande nel salotto del Kaiser, i marescialli dispiegano la
mappa topografica della zona di operazioni e tracciano con gesto
vigoroso righe di vario colore: "Occuperemo qui, qui e qui";
"Conquisteremo questo territorio e quest’altro"…

Possiamo
certo disquisire di geopolitica e di nuovo ordine globale; possiamo
studiare la situazione economica precomatosa degli States e i nuovi
disegni di politica estera ideati dai poderosi cervelli
dell’amministrazione Bush; ma tutto questo armamentario di dati,
cifre, teorie, ipotesi e ricostruzioni cozzerà davanti alla brutale
evidenza del fatto che il governo
Usa ha deciso di azzerare sessant’anni di diplomazia, di regole fra
gli stati, di convivenza planetaria, di logica e di morale per
ripristinare un concetto preilluministico della politica mondiale: la
forza militare, e solo la forza militare, è il canale di comunicazione
(sic!) fra nazioni.
Siamo tornati ad epoche in cui la guerra è il mezzo ed il fine di
una nazione che si è autonominata giudice e poliziotto del mondo.

Se
il Sacro Romano Impero fondava tale (assurda) pretesa sulla natura
sacrale del potere , gli Stati Uniti d’America si sono conferiti
questo incarico perché possiedono non solo un arsenale pauroso, ma
anche la turpe voglia di usarlo.
Ora che gli Usa sono usciti dalle norme internazionali che regolavano i
rapporti fra le nazioni, ora che Bush ha creato questo agghiacciante
precedente, come sarà possibile impedire che altre potenze seguano
l’orrendo esempio?
Una volta che l’America ha inventato il gioco "inventati un nemico
per fare quello che vuoi", come potremo essere certi che India,
Pakistan, Cina, Israele (e chissà chi ancora) non si confezioneranno il
loro attentato terroristico che sarà un eccellente casus belli?

Ora
che il governo Bush ha dimostrato di non tenere in nessun conto
l’opinione della maggioranza democraticamente espressa, come potremo
sapere fino a che punto imporrà la sua svolta autoritaria agli Usa e al
mondo?
Ora che abbiamo constatato che la menzogna, la finzione, il raggiro e la
manipolazione dei fatti sono la maggiore componente dell’arte di
governo, come potremo continuare a tessere le lodi di quello che
dovrebbe essere il modello di democrazia esportabile in tutto il mondo?
Il mondo, dal 1945 in poi, si reggeva bene o male su una rete di
rapporti e regole che videro spesso frizioni e scontri drammatici, ma
che non varcarono mai un limite, e questo limite era l’uso sistematico
della guerra.

I
conflitti erano limitati alla periferia del sistema
mondo
, ed erano mantenuti ad un livello tutto sommato di basso
profilo. Bush ha inaugurato la stagione della guerra imperiale, un
conflitto imponente e portato nel cuore del sistema geopolitico.
Perché questa scelta, che è paragonabile ad accendere fuochi
d’artificio in una polveriera?
Anche qui la risposta più rudimentale sembra quella più esatta: Bush e
i suoi consiglieri sono sicuri di essere metafisicamente, escatologicamente nel giusto. Nel contempo essi
sono sicuri di essere tecnologicamente,
scientificamente
invincibili. Queste deliranti premesse li hanno
spinti a scatenare la prima guerra
tecno-teocratica della storia
.

Alle
masse umane, alle folle, alla carne da cannone non restano che due
opzioni: o aspettare in silenzio che un solerte burocrate li convochi
alla strage; o urlare senza tregua il proprio rifiuto di massacrare e
farsi massacrare.
Non dimentichiamo che i troni di faraoni, re e imperatori sono costruiti
con le ossa dei sudditi.

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