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La posta in gioco in Ucraina

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Premessa (Avvertenza): consapevole che l’informazione mediatica mainstream ha disseminato automatismi interpretativi e chiavi di lettura preconcette circa l’attuale situazione in Europa orientale, si prega il lettore di considerare il meccanismo della sineddoche inversa come un cliché da cui guardarsi. La sineddoche inversa è quella figura retorica in cui, invece d’intendere il tutto, nominando la parte (il dito per la mano, la mano per il corpo, ecc., come accade nella sineddoche semplice), ci si ritrova ad aver detto sempre una singola parte, pur cercando d’indicare altre parti del tutto, e dunque il tutto viene ridotto a quella sua singola parte. Attraverso tale filtro assunto inavvertitamente da moltissimi di quelli che s’informano mediante tv e giornali… se si loda Putin, si è putiniani, se si critica Biden, si è putiniani, se si nominano orrori commessi dagli ucraini, di nuovo, si è putiniani.
Il tenore del dibattito pubblico in Italia è dunque tale che si viene etichettati come “putiniani”, qualunque cosa dissonante si dica rispetto alla sola verità ascoltabile, tanto che chi dissenta, integri in modo critico, o si discosti dal pensiero unico atlantista, viene immediatamente ritenuto una spia russa. Che dovrebbe vergognarsi, visti i morti di Bucha, a non esordire recitando un incipit oramai obbligato: “C’è un invasore e un invaso, va difeso l’invaso, e perseguito l’invasore”. Chi avesse bisogno di sentirsi ripetere queste parole come introduzione di qualsiasi ragionamento o retrospettiva sulle vicende di quei luoghi, è invitato a provare semplicemente a seguire il tracciato. E solo al termine decidere autonomamente a quale categoria esso appartenga. 

Secondo un recente articolo del DailyMail.com il figlio del presidente degli Stati Uniti d’America, Hunter Biden, risulta aver inviato alcune e-mail che confermano il suo coinvolgimento nei biolaboratori presenti in Ucraina in cui si lavorava, fino all’entrata dell’Armata rossa, alla produzione di armi biologiche quali virus e batteri coltivati in laboratorio. Il rampollo dell’attuale comandante in capo USA avrebbe contribuito ad ottenere milioni di dollari di finanziamenti per l’azienda Metabiota, un gigante biotecnologico che dichiara nel proprio website ufficiale di “voler rendere il mondo più resiliente alle epidemie”. 
Non solo. Lo stesso Biden junior avrebbe presentato Metabiota a Burisma Group, una holding registrata a Cipro ma con sede a Kiev, che opera sul gas ucraino dal 2002, nel cui sito web spiccano sponsor come USUBC (US-Ukraine Business Council, ovvero Consiglio d’affari USA-Ucraina, NdR) che promuove relazioni commerciali tra USA e Ucraina dal 1995, come è possibile leggere sempre nel relativo website.
Lo scopo del suddetto incontro consisterebbe in un progetto scientifico che coinvolge laboratori ad alto livello di biosicurezza in Ucraina, con investimenti diretti di Hunter Biden per 500.000 dollari trasferiti a Metabiota attraverso la Rosemont Seneca Technology Partners (azienda tecnologica che fa capo a lui) e diversi milioni di dollari provenienti da grandi investitori, come i 36 milioni di dollari di Goldman Sachs ricevuti nel lontano 2014, facenti capo a Counsyl, ora Myriad Genetics, colosso dell’ingegneria genetica quotato al Nasdaq (Nasdaq Global Select Market) con il simbolo MYGN, che dichiara sul proprio website di voler “sbloccare il potere della genetica”. 
Come è facile immaginare, la Russia al riguardo ha denunciato pubblicamente il coinvolgimento di capitali americani, estremamente vicini all’attuale presidente, che da anni lavorano alla produzione di armi biologiche in un Paese che in teoria doveva essere neutrale nello scacchiere geopolitico europeo e mondiale, perché il più vicino di tutti a Mosca, capitale della Russia. 
Di contro, la versione occidentale è invece costituita dalla piena negazione di tali eventi. Con conseguente liquidazione di tali accuse quali mere illazioni diffamatorie – per giustificare l’azione russa in territorio straniero – volgarmente dette “bufale”. 
Ora, se si vuole cercare di separare le manipolazioni da una parte e dall’altra per afferrare il più possibile la verità – vera vittima delle guerre – si potrebbe provare a seguire una logica elementare: se non fosse vero che in Ucraina si stava lavorando da anni a laboratori di armi biologiche con virus e batteri potenzialmente letali, non vi sarebbe stato un invito frettoloso da parte dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) a distruggere tutti i virus e batteri prodotti – e presenti in quei laboratori – durante l’ingresso delle truppe russe in Ucraina. Queste allarmanti avvertenze, riportate anche dai nostri media, smentiscono di fatto le dichiarazioni USA di non aver alcun coinvolgimento con i biolaboratori ucraini. E tuttavia quei patogeni devono pur esistere, e l’OMS ne deve altresì essere al corrente, se ha chiesto d’eliminarli prima che potessero cadere in mani russe ed eventualmente essere usati come armi biologiche. Inoltre, il fatto che possano venir utilizzati come armamenti offensivi, non testimonia a favore della tesi secondo cui l’Ucraina sia sempre stata un Paese pacifico e inerme che dal 24 febbraio 2022 subisce un’invasione immotivata, arbitraria e totalmente contraria al diritto internazionale, da parte della Russia. 
La versione occidentale di questa dichiarazione ufficiale sostiene che il timore della perdita del controllo delle armi batteriologiche e virali da parte occidentale risiede nel possibile scoppio di nuove epidemie – anche solo per effetto dei bombardamenti – ma, di nuovo, ciò significa che l’Ucraina non era dunque neutrale negli anni che precedono l’attuale azione russa in corso e, tantomeno, inoffensiva. Afferma il corrispondente per la sicurezza nazionale dei media mainstream David Martin: “La preoccupazione è che i russi s’impadroniscano di una di queste strutture di ricerca biomedica che ha l’Ucraina, dove fanno ricerca su patogeni come il botulismo e l’antrace… perché gli Stati Uniti hanno fornito supporto per alcune delle ricerche svolte in quelle strutture”.  
In uno scambio di e-mail la vicepresidente di Metabiota, Mary Guttieri, così scriveva a Hunter nell'aprile 2014, due mesi dopo l'annessione della regione della Crimea da parte della Russia: "Come promesso, ho preparato il promemoria allegato, che fornisce una panoramica di Metabiota, il nostro impegno in Ucraina e di come possiamo potenzialmente sfruttare il nostro team, le nostre reti e le nostre idee per affermare l'indipendenza culturale ed economica dell'Ucraina dalla Russia e la continua integrazione nella Società occidentale". E i bioloaboratori non sarebbero pochi:

L’attività americana di ricerca in ambito sanitario a scopi bellici è cresciuta appunto nel 2014, dopo lo scoppio della guerra civile Ucraina nelle regioni russofone orientali che ha visto per otto anni l’esercito ucraino bombardare i civili della minoranza russa.
Si legge nello stesso articolo: “Il vicepresidente di Metabiota, in un'e-mail inviata a Hunter, nel 2014 evocava progetti per affermare l'indipendenza culturale ed economica dell'Ucraina dalla Russia. Le e-mail che tracciano gli interessi di Hunter sono state pubblicate prima sul New York Post – lo stesso tabloid statunitense che parlò per primo, nel 2020, dell'esistenza di questo computer – poi dal Daily Mail” . 
Dunque i bio-laboratori sono stati potenziati, finanziati e controllati, per portare l’Ucraina verso l’Occidente, sottraendola alla Russia. E il mezzo per farlo consiste in armi biologiche. Non proprio un motivo di serenità per la Russia, che assiste dal 2014 alla persecuzione di chi vorrebbe mantenere lingua, tradizioni e cultura seppur minoritarie in Ucraina. 
Lasciamo per ultima, tra le varie argomentazioni, quella di natura sanitaria circa le vicende ucraine, forse la più difficile anche solo da descrivere. Penosa, e quantomeno discutibile sul piano etico-morale. 
Da un documento dell’europarlamento intitolato: “Traffico di cellule staminali e organi prelevati da neonati ucraini uccisi” apprendiamo di un’abominevole attività in voga in Ucraina sin dalla sua indipendenza che riguarda, appunto, l’espianto a cuore battente di organi e cellule staminali dai neonati (vivi) ucraini. Il documento in esame al Consiglio d’Europa risale al 2007, ma la denuncia promossa da una inchiesta della BBC è precedente, e l’articolo che ne descrive le attività è del 2006. Nello stesso viene denunciato un vero e proprio ‘muro di silenzio’ attorno alle attività di sottrazione dei neonati alle madri naturali da parte del reparto maternità dell’Ospedale numero 6 di Kharkiv. Da questi bambini venivano espiantate cellule staminali dal midollo, probabilmente da vivi, attraverso uno smembramento dei corpicini, come osserva un ispettore alla visita di un cimitero di neonati: “Un anziano patologo forense britannico dice di essere molto preoccupato di vedere i corpi a pezzi, dato che non è una pratica standard post-mortem”. Le autorità nel 2003 avevano dunque riesumato i corpi di questi neonati, e rilevato le anomalie delle condizioni in cui si trovavano, che facevano pensare appunto al peggio. 
Mentre vengono battute queste parole su una pagina di Word, corre l’anno 2022, mese di maggio, quindi esattamente 15 dopo l’interrogazione parlamentare europea datata 23 maggio 2007. Verrebbe pertanto naturale chiedersi cosa sia successo da allora, quanto sia stata d’impatto nelle coscienze dei nostri rappresentanti colà allocati – profumatamente retribuiti per amministrare la democrazia e i suoi valori – …nulla. Il testo dell’interrogazione, come l’inchiesta della BBC, galleggia nel nulla cosmico di Bruxelles. Evidentemente le atroci sofferenze inflitte a neonati da parte della sanità corrotta ucraina non hanno scosso le coscienze altrettanto insalubri degli interpellati in sede europea.
Eppure il testo parla chiaro:  “Secondo quanto riferito dalla BBC, in Ucraina esiste un traffico di cellule staminali e organi che vengono prelevati da neonati uccisi. Alcune madri ucraine hanno raccontato che nel 2002 in una clinica di Kharkiv si sono viste portare via, subito dopo la nascita, i loro bambini, poi dichiarati morti in base a motivazioni non attendibili. Ai genitori non è stato per altro permesso di vedere le salme. Nel 2003, per ordine delle autorità, molti corpi di neonati sepolti nel cimitero di un ospedale sono stati riesumati. È emerso che i neonati avevano subito il prelievo degli organi e presumibilmente anche delle cellule staminali. Secondo quanto afferma un’organizzazione non governativa Ucraina, fra il 2001 e il 2003 per gli stessi motivi potrebbero essere stati uccisi più di 300 neonati. Nel frattempo, persino il Consiglio d’Europa sta indagando su tali casi”. 
Curiosità: dopo approfondimenti, intere serate a scandagliare le foto satellitari, ispezioni che accertino le responsabilità sugli autori del massacro di Bucha, o del missile su Kramatorsk, anche chi volesse interessarsi d’altro si troverebbe catapultato nelle tragiche vicende ucraine all’accensione del televisore. E di 300 bambini neonati sottratti e smembrati alle madri partorienti? È molto probabile che il silenzio mediatico e l’apatica reazione europea siano determinate da una corresponsabilità a qualche livello, per esempio partendo dai finanziamenti milionari di cui da anni beneficia la sanità ucraina. Chi compra quelle cellule staminali, oltre ai giganti farmaceutici e biotecnologici che lì operano? Sappiamo per certo che l’Ucraina fino all’intervento russo era il Paese d’Europa dove adottare-comprare un bambino era più economico, semplice e rapido.
Naturalmente non è pensabile che l’intervento russo sia determinato da questi fatti pur rivoltanti, visto che il suo stesso capo ha sempre dichiarato di voler “denazificare l’Ucraina” e “difendere il Donbass” come unici scopi. Saremmo accusati d’esser più putiniani di Putin, se volessimo descriverlo come il salvatore degli ospedali pediatrici, e verremmo spediti a quelli psichiatrici. Si vuol solo chiedere al lettore di frequentare la domanda – che rimane retorica – del perché si parli a senso unico e solamente di alcuni morti, non di altri. Eppure anche quei neonati sono vittime ucraine, come i morti del Donbass. 
Ma torniamo alla neutralità Ucraina.
Nel 2017 fu desecretato un verbale che descrive i colloqui intercorsi tra il 1990 e il 1991 tra i ministri degli esteri degli USA, Regno Unito, Francia, Germania, sull’unificazione delle due Germanie dopo i noti fatti del 1989 a Berlino. Il 6 marzo 1991 si parlò di sicurezza in Europa e rapporti con la Russia, all’epoca guidata da Michail Gorbaciov. Rottosi il blocco sovietico alcuni Paesi appena riconosciuti indipendenti, primo fra tutti la Polonia, chiesero di entrare nella NATO. “(…) i rappresentanti dei quattro paesi occidentali (Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania Ovest), impegnati con Russia e Germania Est nei colloqui del gruppo «4+2», concordarono nel definire «inaccettabili» tali richieste. Il diplomatico tedesco occidentale Juergen Hrobog, stando alla minuta della riunione, disse: “Abbiamo chiarito durante il negoziato 2+4 che non intendiamo fare avanzare l’Alleanza atlantica oltre l’Oder. Pertanto, non possiamo concedere alla Polonia o ad altre nazioni dell’Europa centrale e orientale di aderirvi”. Tale posizione, precisò, era stata concordata con il cancelliere tedesco Helmuth Khol e con il ministro degli Esteri, Hans-Dietrich Genscher”.
Persino il successore russo Boris Yeltsin, passato alla storia come liberale e occidentalista, scrisse a Bill Clinton nel 1993 a proposito dell’intenzione di entrare nella NATO dei Paesi ex-sovietici, una formale accusa d’aver rotto la parola data due anni prima come ci mostra un articolo del Der Spiegel: “Certamente, ha osservato Yeltsin, ogni Paese può decidere in autonomia di quale alleanza far parte. Ma l’opinione pubblica russa, ha proseguito, ha visto l’espansione occidentale della NATO come una sorta di neo-isolazionismo della Russia, un fattore, ha insistito, che deve essere preso in considerazione. Yeltsin ha anche fatto riferimento al trattato “2+4” relativo alla riunificazione della Germania del 1990” . 
La risposta di Clinton fu il rifiuto di riconoscere le parole del suo omologo russo, e quella dei quattro presidenti americani succeduti, due repubblicani e due democratici, è storia degli ultimi trent’anni: 
–    nel 1997 vengono invitati ad entrare nella alleanza Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca
–    nel 2002 vengono invitati Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Slovenia, Bulgaria, Romania, quindi sette Paesi ex-sovietici, tutti in Europa dell’Est, alcuni confinanti con la Russia, vengono occupati da forze militari americane in nome dell’alleanza NATO, che definisce se stessa alleanza difensiva. Le proteste russe furono inascoltate e insabbiate dalla stampa, come accade attualmente, e le promesse solenni in campo diplomatico totalmente disattese. 
–    nel 2008 toccò ad Albania e Croazia
–    nel 2015 Montenegro, nonostante le puntuali ma “afone in occidente” proteste di Russia, Cina e Venezuela 
Ora una domanda: come funziona un’alleanza? Immaginiamo due tifoserie di due diverse squadre di calcio che stringono un gemellaggio, l’equivalente d’una alleanza militare in ambito decisamente più ludico. I tifosi di una squadra indossano le sciarpe ed espongono striscioni amichevoli nei confronti dei gemellati, e viceversa: si festeggia al goal degli avversari e si sventolano i loro colori. E viceversa, perché appunto è una alleanza. Quando invece si entra nel territorio della tifoseria opposta, e si esibiscono le proprie bandiere, solitamente più che di gemellaggio si tratta d’invasione, che prelude ad uno scontro, spesso anche violento e non solo verbale. L’elemento che contraddistingue i due fenomeni, da tener presente se si va a vedere una partita e si vuol tornare a casa incolumi, è la reciprocità.  
Quella della NATO invece è una strana alleanza, diciamo fortemente asimmetrica. In tutto il territorio americano, circa 9.800.000 Km2, sventolano solamente bandiere a stelle e strisce. Niente tricolori, a parte i ristorantini italiani, per esempio. Mentre negli altri alleati, se così vogliamo chiamarli, troviamo insieme a quelle nazionali, le bandiere dello zio Sam. Bandiere che spiccano da basi militari della NATO, che rispondono al comando americano, con militari che vi operano, americani, con armi americane e anche se in un certo Paese si è votato contro il nucleare, come in Italia, per gli accordi “speciali” presi nell’alleanza, ad uno dei due, il più forte, incommensurabilmente più potente e cioè gli USA, è concesso tutto: depositare ad libitum bombe atomiche, facendo fare agli abitanti di quel Paese da bersaglio in caso di conflitto. Mentre all’altro, lo Stato più piccolo, debole, ospitante, nemmeno il diritto d’obiettare o condurre un’interrogazione diplomatica. 
Si deduce da queste considerazioni che la differenza tra un Paese occupato e un Paese libero… è che per ‘Paese occupato’ si intende interessato dalla presenza di forze armate Russe, o comunque sotto il controllo della Russia, mentre il ‘Paese libero’ è tale quando è occupato dagli americani [!]. 
Si dirà: è per il nostro bene, l’alleanza NATO è appunto difensiva. 
Il 24 febbraio 1999 in modo unilaterale, senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la NATO bombarda a tappeto per undici settimane la Serbia, con quella che viene definita dalla neutralissima stampa occidentale “ingerenza umanitaria”. Nessun collegamento televisivo con i cittadini sotto le bombe yankee, nessuna difesa a tavolino della sovranità di uno Stato, nessuna accusa d’aver portato la guerra alle porte dell’Europa, come viene detto oggi sull’Ucraina. Nessun inviato a riprendere peluches insanguinati in primo piano sullo sfondo della cameretta di un bambino, demolita dalle esplosioni. 
Lo stesso si dica per la ventennale guerra in Afghanistan, 2.000 miliardi di dollari spesi in vent’anni, mai la foto di un vecchietto almeno azzoppato dalle bombe, per finire con la ritirata nel 2021 e circa sei miliardi di armamenti lasciati ai terroristi talebani. 
Per non parlare dell’Iraq, aggredita per rovesciare il governo di Saddam con il pretesto delle armi di distruzione di massa, che lo stesso Colin Powell aveva dapprima mostrato al mondo agitando la famosa provetta, e anni dopo riconosciuto come false. Nelle settimane precedenti l’invasione, Bush aveva negato pubblicamente di avere intenzione di invadere l’Iraq, ma nessuno dei nostri impavidi giornalisti gli rimproverò d’essere pretestuoso e inaffidabile non appena lo fece, come oggi fanno a gran voce contro Putin, per aver dichiarato di non voler invadere l’Ucraina prima del 24 febbraio scorso. Quando è cominciato l’attacco l’Iraq era un tipico stato mediorientale arabo, con il suo semi-dittatore e leggi un discutibili, ma stabile. Grazie all’intervento americano è interessata dall’ISIS (un’organizzazione terroristica il cui capo Ibrahim Awwad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarri si è autoproclamato “Califfo Ibrahim I dello Stato Islamico” nel giugno 2014) ed è in mano a fazioni belligeranti, con nuovi terroristi finanziati originariamente dagli USA, come ammise la stessa Hilary Clinton durante la campagna elettorale contro Trump.
Giusto per dovere di cronaca, anche Gheddafi era a capo di uno Stato sovrano. In quel caso con la scusa dei diritti umani lo si abbatté nel 2011, con bombardieri decollanti da Sigonella e altre basi dispiegate sulla più grande portaerei americana del mondo: l’Italia. Come sappiamo bene, da quel meraviglioso intervento umanitario armato, la Libia è divenuta un vero inferno a cielo aperto, dove gli esseri umani subiscono le peggiori torture, soprusi e abusi, vengono trattati come merce di scambio, con orde ininterrotte di migranti provenienti da tutta l’Africa e dall’Asia, ricattati, spolpati di ogni capitale, caricati peggio del bestiame su carrette a malapena galleggianti e spediti in mare a giocare la fortuna. Quest’operazione fu condotta dal Nobel per la pace Obama, un presidente nero, democratico, progressista e impegnato – appunto – nella difesa dei diritti civili.
Una curiosità: i Talebani in Afghanistan furono armati dagli americani – in chiave antisovietica – nel secolo scorso. E così Saddam Hussein e il suo regime in Iraq contro l’Iran, altrettanto Gheddafi in Libia, con cui anche l’Italia aveva avuto rapporti commerciali per 41 anni.
A guardarle in retrospettiva, le ultime guerre-operazioni NATO paiono avere più di un elemento in comune: il Paese attaccato ufficialmente per ristabilire l’ordine versa in condizioni mediamente molto più caotiche e contrarie alla salvaguardia dei diritti umani che prima dell’intervento. Viene pertanto da chiedersi: l’ordine che gli Stati Uniti vogliono imporre al mondo intero, corrisponde allo svuotamento dei poteri nazionali e indebolimento delle strutture statuali per controllarne poi facilmente le politiche interne attraverso i soliti finanziamenti e dipendenza dall’estero? 
Un segnale per gli alleati potrebbe essere che se sei sotto l’ala protettrice atlantista devi sottostare al volere d’oltreoceano. Oppure, semplicemente, quando non servi più, così come ti hanno appoggiato prima ti eliminano poi, attraverso la ‘mostrificazione’ mediatica e quindi l’azione materiale-militare. È un’alleanza da sorvegliati speciali, in regime di sovranità delocalizzata, per così dire. O ancora meglio: una democrazia dal guinzaglio corto, come ci definiscono gli stessi americani nei preziosissimi rapporti di spionaggio che abbiamo potuto consultare grazie alle rivelazioni note col termine Wikileaks di Julian Assange. 
A proposito, fino a che punto il nostro sistema mediatico è libero e minimamente attendibile… se tace della persecuzione di questo eroe del giornalismo d’inchiesta, murato vivo da decenni in 15 metri quadrati e che molto presto verrà estradato con ogni probabilità negli Usa per scontare una condanna a 175 anni in una prigione di massima sicurezza… per aver detto verità scomode a partire dalle torture americane su prigionieri a Guantanamo? Tutti leoni i nostri giornalisti quando devono inchiodare Putin mostrandoci l’uccisione sospetta della giornalista Anna Politkovskaja, e altrettanto disattenti quando si tratta d’informarci sul nostro salvatore dell’Articolo 21, colui che sta deperendo per anni d’isolamento coatto prima in un’ambasciata a Londra e poi nel carcere inglese di Belmarsh, al quale i magistrati inglesi intendono concedere l’estradizione in USA, secondo la migliore tradizione garantista britannica…?
Reperire queste informazioni non è immediato in Italia, dal momento che la comunicazione sugli eventi in corso è quasi a senso unico. In una parola definibile “russofoba”. Stando a questa, la guerra scoppierebbe solo a fine febbraio 2022, sino al giorno precedente non c’era traccia nei notiziari delle uccisioni che hanno prodotto 14.000 morti nelle regioni di Lugansk e Donetsk. Erano pure quelli morti ucraini, di cui non è importato nulla per otto anni a nessuno in Occidente, perché colpevoli d’essere di cultura russa. Alla luce del coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nei biolaboratori ucraini, invece, appare chiara la motivazione dell’atteggiamento iperbellicista che l’attuale presidente Biden ha nei confronti del suo omologo russo, definito pubblicamente a più riprese “criminale, assassino, macellaio” ed altre amenità. Sulla base delle quali diventa assai improbabile costruire un possibile negoziato per la pace. 
L’attuale conflitto in corso in Ucraina, che vede le forze militari russe impegnate in territorio ucraino da tre mesi, potrebbe rappresentare una risposta alle azioni ucraine nel Donbass – come afferma la versione ufficiale russa – ma anche una prevenzione delle imminenti azioni antirusse, che avrebbero potuto determinare un attacco biologico o bioterroristico, magari presentato come ‘casuale’ o ‘frutto di un incidente’. E non esistono prove, al momento, che tale intenzione fosse nei programmi ucraino-americani. Ma i finanziamenti a laboratori biotecnologici da parte USA anche in territori ufficialmente estranei come l’Ucraina, o addirittura ostili come il famoso laboratorio di Wuhan in Cina, oggi non suonano per nulla nuovi. Il bio-laboratorio di Wuhan, infatti, era non solamente finanziato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (informazione dapprima negata come bufala, poi ammessa dallo stesso Anthony Fauci), ma anche dalla Gates Foundation di Bill Gates: 

Ma c’è di più. Il famigerato centro tecnologico-militare di Wuhan era ritenuto già da tempo pericoloso per la nota lavorazione di virus artificiali come quello della Sars, con innesti di proteine del Coronavirus presa da pipistrelli, prodotti artificialmente, come riportava una trasmissione andata in onda sulla RAI nel 2015. Questa notizia, tuttavia, nel 2020 fu dichiarata un’enorme e colossale bufala, non appena scoppiò la pandemia del Sars-cov-2, ma ora che l’attenzione emotivo-mediatica mondiale si sta spostando su altri temi, forse è possibile guardare le cose con maggior distacco e prendere in considerazione l’ipotesi che si sia trattato di un evento non accidentale, bensì artificiale. 
Già che siamo su Bill Gates, non sarebbe fuorviante chiedersi come mai i ricchissimi russi siano oligarchi, mentre gli occidentali tutti filantropi, superata una certa soglia di ricchezza: diventano tutti santi e altruisti allorché multimiliardari. Agli uni si sequestrano beni e conti correnti ad libitum, agli altri si lustrano le scarpe, da parte d’inservienti che ricoprono cariche politiche di rappresentanza popolare, come quando la ministra Lorenzin andò a prendere ordini al GAVI (alleanza globale per la vaccinazione da lui presieduta) nel 2014 con l’ex presidente di AIFA Sergio Pecorelli e il responsabile ministeriale per la medicina preventiva Ranieri Guerra e, da allora, tutti i ministri della salute succeduti a Beatrice. Compresa la grillina pentastellata Grillo, sono diventati tutti, se non lo erano prima, ipervaccinisti. Potere della persuasione dei miliardari: vai a colloquio da uno di loro e torni convinto sostenitore dei progetti mondiali che ha in mente! Gates, tra parentesi, da anni profetizza epidemie catastrofiche. Ma guadagna anche miliardi di dollari dalle pandemie, per i lockdown che innalzano le entrate dei titoli tecnologici, e grazie alle sue partecipazioni nelle principali case farmaceutiche che producono vaccini, per non parlare del fatto che è il secondo finanziatore dell’OMS, dopo gli Stati Uniti, cosa che rende la stessa non proprio un’organizzazione pubblica e trasparente. Temi, nel complesso, che avrebbero dovuto acquisire risonanza e interesse internazionale con le conseguenze della pandemia, mentre furono quasi totalmente ignorati dai nostri media. Sempre per quella libertà di stampa di cui tanto ci vantiamo quando critichiamo la Russia per i suoi metodi per noi inaccettabili.  
Durante la cosiddetta ‘prima ondata’, la Russia inviò all’Italia aiuti immediati a differenza degli alleati USA e i cari Stati europei, i quali addirittura vietarono lo spazio aereo costringendo i velivoli russi a passare per la Turchia costeggiando i confini europei fino allo stivale. Lo stesso ministro degli Esteri italiano tentò di fare di tale evento un vanto personale, nel ringraziare al primo atterraggio a Pratica di Mare il Presidente russo dicendo: “(…) Questo dimostra che l'Italia non è sola, e che coltivare amicizie con altri Stati è fondamentale”. Come no! Fu chiaro da subito a tutti che i russi vennero ad aiutarci perché avevamo un ministro di quella caratura. Del resto… chi non si farebbe in quattro per soccorrere un Paese rappresentato da uno statista tanto acuto? Ora che il vento è cambiato, il ministro senza macchia e senza vergogna, è l’alfiere più convinto sulle sanzioni alla Russia (a spese dei popoli europei) e sicuro del fatto suo garantisce: “C’è un altissimo consenso alle sanzioni, siamo pronti ad aumentarle, con circa 200 bambini morti in quasi due mesi di guerra. E a Putin bisogna farlo capire solo togliendogli i soldi, solo con le sanzioni”. Al momento però l’ENI non solo continua a dare soldi alla Russia, ma accetta anche di pagare in rubli, permettendo all’Italia di aggirare le sanzioni assurde e suicide, adottate dall’Italia stessa. La coerenza, in politica, è tutto. 
Un altro esempio di quanto poco sia  vantaggiosa l’alleanza NATO per chi è “socio di minoranza” è proprio la questione energetica: lo zio Sam incassa miliardi di dollari per un gas che non sapeva a chi rifilare, di minor qualità rispetto a quello russo, molto più inquinante nella consegna vista la necessità della traversata atlantica, nonché ulteriormente costoso vista l’inevitabile costruzione di rigassificatori per la riconversione da uno stato fisico all’altro una volta approdato alle coste italiane, a tutto carico della spesa pubblica nazionale. Sorvoliamo poi sugli aiuti militari all’Ucraina non gratuiti bensì a titolo oneroso differito, per così dire, perché il meccanismo del debito che dalla nascita della FED strangola le economie mondiali – compresa quella americana – si frega le mani ora che finalmente può aggiungere l’Ucraina alla lunga lista dei Paesi dollaro-centrici (la BCE è un’entità totalmente dipendente in realtà dalla FED, come dimostra la ricollocazione dell’attuale governatore Lagarde). 
Lo scacchiere internazionale sta cambiando a sfavore dell’Occidente, oramai al tramonto, a dispetto di ciò che si racconta sui nostri schermi. Dato che le sanzioni alla Russia, l’estromissione dal circuito interbancario Swift delle banche russe, la confisca dei beni mobiliari e immobiliari dei russi in Paesi che hanno fondato il diritto occidentale come l’Italia, fino a forme odiose di discriminazione su atleti disabili alle paraolimpiadi, musicisti, direttori d’orchestra, squadre di calcio e persino lezioni universitarie su autori russi, stanno generando una polarizzazione internazionale per la quale l’altra metà del pianeta –  che in termini di popolazione supera di gran lunga il vecchio continente e la decadente società americana – si sta stagliando su posizioni antimperialistiche. Le sanzioni stanno compattando innanzitutto i russi, che si sentono sempre più isolati e discriminati, minacciati e accerchiati, e secondariamente le altre nazioni a cominciare dalle potenze atomiche come Cina, India, Corea del Nord e Pakistan. Parimenti la Serbia e diversi Stati africani stanno allineandosi su posizioni non atlantiste. Da questa parte del mondo ci dicono che il problema è Putin, la Russia, 140 milioni di putiniani disposti su undici fusi orari, numero maggiore di tutti gli Stati del mondo: quando in una parte della Russia è pieno giorno, nell’altra è notte fonda. Si chiede la condanna di Putin al Tribunale dell’Aja come per Slobodan Milošević, senza neanche sapere che 10 anni dopo la sua morte fu assolto, come apprendiamo da un interessante articolo del 2016 che chiude in modo paradigmatico: “(…) Peccato che solo dopo 20 anni sia emersa la verità e che questa verità non trovi spazio sui media, i quali si erano superati in passato nel dipingere Milosevic come il mostro senza scrupoli che aveva pianificato la pulizia etnica nei Balcani. L'ex presidente serbo è morto dietro le sbarre per soddisfare la sete di rappresaglia di chi non tollerava che un popolo orgoglioso sfidasse il nuovo ordine mondiale”.   
Già, il Nuovo Ordine Mondiale, quello di cui ci parlava già Bush senjor, per giustificare la prima “Tempesta nel deserto” contro l’Iraq, che nel 1990 aveva invaso uno Stato sovrano, il Kuwait, permettendosi di fare quello che solo il gendarme del mondo può intraprendere, senza aspettare alcun permesso, fosse anche dalle Nazioni Unite.
Quindi in gioco non c’è l’Ucraina, usata da entrambe le parti (USA e Russia) per i propri interessi. Questo è ciò che appare sulla superficie. In gioco – invero – c’è da una parte il Nuovo Ordine Mondiale, sotto l’egida dell’unica superpotenza che non accetta rivali, e dall’altra il mondo multipolare, costituito da più potenze e superpotenze che devono imparare a bilanciarsi reciprocamente, se non si vuol mettere fine alla vita umana sul pianeta. Se questa è la vera cornice entro cui si svolgono gli avvenimenti, solo un pazzo che vive in un mondo parallelo può pensare che Putin sia destinato a capitolare, ritirarsi e chiedere magari scusa per il gesto inconsulto. Tutto ciò non avverrà, ma non per orgoglio putiniano o per non doversi umiliare dinnanzi al suo popolo e al mondo intero. Semplicemente perché il mondo è già ora uno scenario geopolitico multipolare, con potenze e superpotenze che da tempo non sono inferiori a quella americana (prima assoluta solo nel debito pubblico, che ha superato i 30.000 miliardi di dollari). 
In altre parole, il Nuovo Ordine Mondiale, ha già perso. Ma ancora ce lo devono dire. 
In quanto colonie della potenza decadente, lo sapremo per ultimi.

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