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L'APARTHEID ITALIANO
 
di Paolo Cortesi
 
 
Per chi non lo sapesse, o non lo ricordasse, l'apartheid è stata la politica socio-economica che, dal 1948 al 1994, ha imposto al Sudafrica una spietata separazione e segregazione razziale: la minoranza bianca dominava e sfruttava la maggioranza dei nativi di colore. Bianchi e neri vivevano in rigorosa separazione, non poteva esserci alcuna vicinanza fisica fra le due "razze" ed i rapporti personali fra i loro rappresentanti erano reati penali: vietati i matrimoni "misti", addirittura impensabili i figli di tali unioni ritenute dalla legge, cioè dallo stato, dei crimini gravissimi.
L'apartheid è un sistema ripugnante, che io considero uno dei più efficaci esempi di cosa sia la violenza istituzionale dello stato: esso, infatti, può imporre alla collettività che governa una giustizia evidentemente ingiusta; lo stato può fare dell'orrore la norma perché è la legge – cioè la volontà espressa dallo stato – che stabilisce cosa si deve fare e cosa è vietato.
Nel Sudafrica dell'apartheid era giusto che un bianco evitasse un nero come fosse portatore di una mortale malattia contagiosa, e chi avesse fatto il contrario era un malfattore, dato che si poneva contro la legge vigente.
L'apartheid è oggi considerato un crimine contro l'umanità.
Tuttavia, qualcosa che non gli è troppo diverso, attualmente minaccia, a mio parere, il mondo occidentale: un pericolo terribile, che è già molto più che una insidia, e che io chiamo apartheid sociale.
La cosiddetta crisi globale sta realizzando il sogno del capitalismo finanziario: creare un mondo in cui i ricchi possono arricchire indefinitamente, ed i poveri sono destinati ad arrangiarsi come meglio possono, purché non commettano nulla contro la legge (la legge fatta dai ricchi a propria tutela).
Osservate, a grandi linee, cosa accade in Italia: le spese sociali vengono progressivamente ridotte, col pretesto che occorre fare sacrifici per uscire dalla crisi; ma i sacrifici sono imposti -non chiesti, ma imposti- alle classi subalterne, poiché vediamo che i ricchi non hanno certi problemi.
Sanità, istruzione, cultura, edilizia pubblica sono investimenti di vitale importanza per ogni nazione, ma vengono continuamente ridotti; mentre altri settori, come l'esercito, l'industria bellica e la chiesa cattolica, non hanno tante ristrettezze.
I diritti dei lavoratori sono sempre più messi in dubbio, da quando è passata la sciagurata versione secondo cui il lavoro è un regalo del padrone. Come nel 1850, al lavoratore che giustamente si lamenta, si risponde: di che ti lagni? tu almeno un lavoro ce l'hai… e se non ti sta bene, vattene: ci sono migliaia di disperati che prenderebbero il tuo posto per una paga inferiore.
Il costo della vita aumenta inarrestabilmente, e ci si può chiedere senza enfasi retorica come sarà possibile continuare ad usare l'automobile con il prezzo della benzina che tocca i 2 euro al litro. (In Italia, quasi tutto il trasporto di merci avviene su strada, dunque il costo del carburante si abbatte praticamente su ogni prodotto).
Questa situazione non pare il frutto di un cieco destino feroce; gli squilibri, le ingiustizie, le scelte inique sono così evidenti e sistematici che non è possibile imputarli solo e sempre alla necessità del momento, o alla politica dissennata di un governo.
Pare, piuttosto, un disegno vasto e completo che ha un fine preciso, perseguito con spietata determinazione.
Il mondo della nuova finanza vuole un'apartheid sociale, in cui i ricchi vivono separati dai poveri una vita di lusso e di sfarzo. E dico separati non solo idealmente, ma materialmente: nel prossimo futuro, vedremo sorgere sempre più villaggi o quartieri esclusivi, difesi da telecamere di sorveglianza, mura e cancelli, guardie giurate e poliziotti.
Al ricco, la vicinanza, anzi la semplice vista del povero, del diverso, dà un fastidio fisico; lo spinge a reazioni pavloviane rabbiose, come mostrare uno straccio rosso ad un toro.
Per i poveri, si moltiplicheranno e allargheranno le bantustan bianche: ghetti, banlieu, periferie in cui chi non può spendere verrà relegato in case modeste, in casermoni, in baracche: chi ha un lavoro, vivrà lì rinchiuso quando non è al servizio del padrone; lì dovrà tornare non appena avrà finito il suo turno di lavoro, e lì dovrà restare fino al turno successivo.
Ai ricchi non serve chi può spendere poco e con fatica: chi deve contare i centesimi non fa girare l'economia, dunque non è necessario, perciò la sua esistenza non interessa. Vivere? Morire? Soffrire? non sono elementi economici immediatamente utili al profitto, dunque non hanno diritto ad alcuna considerazione.
E la nuova pseudo-cultura dei ricchi ha trovato anche la giustificazione ideologica di questo bestiale darwinismo sociale: se sei povero, la colpa è solo tua. Se non hai investito su di te, la colpa è solo tua e la miseria è la punizione che hai meritato. 
L'apartheid sociale, a mio avviso, è la prossima meta che questo stato italiano vuole raggiungere. Ai ricchi, è riservato tutto il bottino: abitazioni sontuose, scuole private, vestiti costosi, gioielli, viaggi, vacanze, ospedali eccellenti ed esclusivi. I poveri, o i non-abbastanza-ricchi, sono destinati ad una vita opaca, uguale nella tetra pochezza, sottoposti al padrone, affidati alla carità.
Non è folle prevedere che verrà ufficializzato lo status di povero: già adesso vediamo che sono stati soppressi i viaggi in treno economici, sostituiti da percorsi su treni il cui biglietto è un discrimine che separa chi può pagare e chi no.
A quando i giardinetti riservati ai figli di ricchi che vi entreranno con le nurses svizzere o filippine? A quando i teatri in cui i poveri non potranno neppure avvicinarsi? A quando i ristoranti cui possono accedere solo i ricchi, mentre i poveri dovranno mangiare in trattorie da cui i ricchi staranno alla larga?
A quando la qualifica di "povero" nella carta di identità?
E quando i poveri ed i lavoratori saranno stanchi, esasperati da tanta mostruosa ingiustizia?
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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