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L’avvertimento di Kissinger, l’assist della Merkel e la demilitarizzazione di Natolandia

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Parla Heinz Alfred Kissinger, classe 1923. E nel mondo della geopolitica ha ancora un suo peso. Dopo il discorso davanti all’assemblea “ordonovista” di Davos lo scorso 24 maggio, in cui dichiarava che l’Ucraina farebbe meglio a rinunciare a qualche territorio, ora torna ad avvertire – a modo suo – il partito guerrafondaio di Washington. E, non a caso, lo fa dalle pagine della storica rivista inglese di area conservatrice “The Spectator”, pubblicata nella capitale del paese la cui classe politica ha esternato un tipo di russofobia ancora più estremista di quella dei neocon statunitensi.

Quei neocon che a quanto pare non sanno che cosa siano i freni, figuriamoci la retromarcia.

L’articolo spazia tra vari argomenti, ma dopo decenni di impegno come uno tra i principali artefici dell’imperialismo statunitense, è già tanto che il “grande vecchio” del sogno-incubo imperiale americano abbia voluto esternare nuovamente qualche dubbio sulla politica del blocco atlantista.

Ci sono, afferma Kissinger, tre possibile esiti del conflitto in Ucraina: (1) la Russia resta nei territori attualmente occupati, che comprendono importanti zone industriali ed agricole, con interventi limitati da parte della Nato, con una sostanziale vittoria russa; (2) un tentativo di espellere i russi da tali territori, il che comporterebbe una guerra più accanita contro la Russia stessa; (3) la Russia in qualche modo viene costretta a ritirarsi sulle posizioni del febbraio del 2022 e l’Ucraina si integra ancora di più nella Nato, ma la Crimea resta nella Federazione Russa: ossia la sostanziale sconfitta anche politica dell’intervento russo.

Il terzo esito, secondo Kissinger, sarebbe quello più auspicabile per la Nato che avrebbe dimostrato di poter contrastare un’azione militare di tipo convenzionale utilizzando mezzi convenzionali, oltre ad aver acquisito l’adesione svedese e finlandese alla Nato. Tale esito sarebbe accettato anche dal presidente ucraino Zelensky, nonostante le dichiarazioni scostanti di quel personaggio.

L’intervista passa poi alla Cina ed all’Iran, con un occhio critico alla politica americana nei confronti di quei paesi.

Ma sull’Ucraina mancano diversi passaggi.

Da una parte manca il quarto scenario che si sta delineando oggi: ossia quello di un crollo ucraino nel Donbas ed una inesorabile avanzata delle forze russe, potenzialmente fino al fiume Dnepr. Tra l’altro, ad ovest delle regioni ad alta densità abitativa e produttiva di Lugansk e di Donetsk, non esistono praticamente barriere naturali, situazione favorevole alle avanzate e sfavorevole ai difensori.

Dall’altra parte, il sostegno al terzo scenario esclude in maniera netta la strategia mirata allo smembramento della Russia, ribadita dalla fazione neocon in modo palese o indiretta a seconda delle circostanze. Le radici storiche di tale posizione risalgono ad un secolo fa quando, alla fine della Prima guerra mondiale, l’allora Impero tedesco, con il Trattato di Brest-Litovsk del 1918, impose il distacco dell’area ucraina dalla Russia con l’instaurazione di un governo fantoccio del Kaiser; politica poi fallita. Ma la secolare russofobia poterà anche la Gran Bretagna ad una serie di interventi militari, in teoria per sostenere le armate “bianche” antibolsceviche, ma svolti in maniera tale da suscitare il sospetto che fossero concepiti per fallire.

E saranno poi sempre i tedeschi ad instaurare un nuovo governo fantoccio ucraino dopo l’invasione nazista. Che l’eredità nazista sia viva e vegeta nell’odierna politica ucraina è cosa nota; è forse meno nota l’attività di ispirazione neocon volta a promuovere, ancora nel 2022, il progetto dello smembramento della Russia, sotto le spoglie di convegni di studio.

L’intervistatore dello “Spectator” tace prudentemente sul fatto che la Russia sta “demilitarizzando” non solo l’Ucraina, che ha subito perdite ingenti, ma anche gli stessi paesi Nato; questi, da dieci mesi, hanno svuotato gli arsenali per inviare armi che poi finiscono in buona parte distrutte. E a questo si aggiunge l’autogol delle sanzioni imposte “contro la Russia” le quali però hanno colpito duramente proprio le economie dei paesi “sanzionanti”.

Kissinger si era comunque espresso in maniera chiara anche a Davos. Secondo lui, era da preferire, come base per i negoziati, l’accettazione dello stato delle cose prima del conflitto scoppiato nel febbraio del 2022.

Ma a questo punto c’è da chiedersi in quali circostanze i russi potranno fidarsi delle potenze del blocco atlantista fino a quando gli estremisti neocon resteranno al comando. Da tempo i russi hanno criticato i c.d. occidentali in quanto “incapaci di stringere accordi”. E a questo proposito è arrivato un formidabile assist dall’ex cancelliera Angela Merkel, con una intervista in cui ha dichiarato che il vero scopo del processo di Minsk non era di giungere ad un accordo sull’Ucraina, ma di prendere tempo per armare quello sfortunato paese in vista della “guerra per procura” in corso. Si potrebbe anche argomentare che all’epoca la Merkel fosse anche in buona fede; ma la dichiarazione resta comunque una manna dal cielo, consentendo al presidente Putin ed altri di citarla come ottimo esempio della perfidia della classe politica atlantista.

Infine, è uscito un nuovo articolo (riportato sul canale di Alexander Mercouris lo scorso 24 dicembre) del tenente colonnello Alexander Vershinin, l’analista militare russo con trascorse esperienze nelle forze della Nato. A dieci mesi dall’inizio dell’operazione militare speciale, le due parti continuano ad agire in base ai propri principi strategici: i russi mirano a distruggere le forze ucraine, mentre gli ucraini mirano a difendere e possibilmente ricatturare dei territori. Nei primi tempi, dice l’analista, entrambi i contendenti hanno avuto dei successi nel proseguimento di tali strategie; ma nelle offensive dello scorso autunno le forze di Kiev hanno esaurito uomini e materiali, sempre più difficili da sostituire in maniera adeguata. E quindi per il periodo invernale la strategia russa dell’attrito conseguirà verosimilmente sempre maggiori successi. In questo quadro anche gli aiuti esteri a Kiev diventano sempre meno efficaci, a causa della differenza tra la filosofia industriale russa e quella del blocco atlantista. In sintesi, la prima si basa sulla produzione nazionale e sull’accumulo di congrue riserve negli arsenali, mentre la seconda, dopo il processo di delocalizzazione industriale avviato soprattutto negli Usa negli anni 90, si basa sugli ordini “just in time” con una notevole dipendenza sui materiali di importazione. In questo quadro, gli ucraini si trovano sempre meno in grado di rispondere al fuoco massiccio dell’artiglieria russa, tra obici e missili, per mancanza di munizioni; munizioni che il blocco atlantico non è attualmente in grado di sostituire per motivi strutturali.

In questo quadro, c’è da chiedersi per quanto tempo ancora gli ucraini possano, o vogliano, restare in balia della fazione militarista di Washington alla quale Kissinger ha lanciato il suo avvertimento.

 

Dana Lloyd Thomas

 

 

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