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LE DUE CULTURE DI POTERE di Aldo Reggiani

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Fui invitato, insieme ai miei
eccellenti colleghi Alida Valli, Giulio Brogi, Raffaella Azim e
Antonietta Carbonetti , a presenziare la consegna del Premio
“Vallecorsi”, per giovani autori teatrali, nelle officine della Breda
Ferroviaria che nella città toscana hanno sede.

A pranzo chiesi notizia al
gentilissimo general manager della Breda (di cui purtroppo non ricordo
il nome) e squisito nostro anfitrione, di un certo treno chiamato “Pendolino” di cui,
all’inizio degli anni settanta, avevo letto le innovative tecnologie in
un articolo del “Corriere della Sera
che informava anche essere stato,
detto treno, messo in prova sulla linea Roma- Ancona proprio
perchè, piena di curve, poteva costituire un efficace test
sull’efficienza del nuovo gioiello della tecnologia italiana: di questo
treno non avevo più sentito, in seguito, parlare.

Quel simpatico signore mi
disse:”Vede, caro Reggiani, noi (la Breda) e la Fiat
sapevamo già
dalla fine degli anni sessanta che in Europa si stava pensando allo
sviluppo dell’alta velocità ferroviaria come mezzo principe per
offrire
un’alternativa più veloce ed ecologica al trasporto su gomma e
che
avrebbe inoltre permesso di alleggerire l’intensità del
traffico
su strade ed autostrade.

Ma mentre i francesi ed i
giapponesi si concentravano su treni che avevano bisogno di nuove linee
costruite per la bisogna, noi italiani, più geniali, avevamo
concepito
un treno che potesse andare, per merito di un carrello ad assetto
variabile, più veloce di circa il venti per cento, rispetto gli
altri
convogli, anche sulle linee già esistenti: ciò significa
che se
un treno copre un percorso in quattro ore il Pendolino poteva
effettuare la stessa tratta in tre ore ed un quarto offrendo da subito
un miglior servizio ai viaggiatori.

Purtroppo, però, in
Italia la
cultura politica imperante è quella che io definisco (è
sempre il
manager che parla)
“arabo-borbonico-papalino-spagnolesco-mediterranea”, per la
quale chi è al potere elargisce favori a sudditi che,
grati,
“baciano le mani” confermando, con ciò, il potere di chi
è al potere.

Per un esponente di tale
cultura di potere, un treno tra Milano e Palermo, sulla carta,
c’è: che

poi questo treno possa
portare tremila persone quando invece la richiesta da soddisfare
è di
cinquemila, che copra la tratta in venticinque ore quando ci sarebbe la
possibilità di compiere il percorso in dodici, che le
toilettes
non funzionino e che non abbia un servizio di ristoro nemmeno
all’altezza di una mensa per poveri, per tale signore queste cose
costituiscono particolari di secondaria importanza: non stiamo a
sottilizzare.

Questa è la ragione,
continuava
il gentile manager, per cui, pur avendo offerto su un piatto d’argento
il Pendolino
alle Ferrovie dello Stato, in modo che si potessero porre
all’avanguardia in Europa, il treno, dopo i collaudi sulla linea Roma-
Ancona, è stato messo in un deposito ad ammuffire: lo tireranno
fuori
per i campionati
mondiali di calcio del novanta
tanto per far vedere che anche in
Italia abbiamo fatto qualcosa in proposito.

Nel frattempo, però,
a
distanza di quasi vent’anni, siamo stati sopravanzati dai francesi e
dai giapponesi.

Il danno è stato enorme
per
l’economia e l’occupazione italiana perchè quando cercavamo di
vendere
alla ferrovie di altri Paesi, compresi quelli dell’Est europeo, il
nostro gioiellino, giustamente ci chiedevano come mai, se il prodotto
era cosÏ valido, le ferrovie italiane non lo utilizzassero”

Queste le parole del manager,
il quale passò a spiegarmi che la cultura politica di cui sopra
era per
forza di cose perdente rispetto a quella scaturita dalla Democrazia
Ateniese e rispuntata nel medioevo in Inghilterra con la Magna Charta ,
per la quale si va al governo sulla base di un programma, eletti da
cittadini, e non da sudditi, che poi giudicheranno nei fatti se gli
amministratori hanno o no mantenuto le promesse: la politica,
insomma, come servizio.

A conferma di ciò
mi
spiegava che qualche tempo prima la Breda aveva vinto un concorso
internazionale per il ricambio totale di tutto il parco autobus della
Città di Seattle ( due milioni di abitanti circa), negli Usa
(gli
americani, per fortuna, son fatti cosÏ), mettendo in campo un
altro gioiello della tecnologia Made in Italy, il Dual-Bus, un
autobus non inquinante col propulsore a metano ed una batteria
elettrica che, alimentata da una dinamo collegata al motore termico,
una volta riempita, fornisce energia ad un motore elettrico, con
notevole risparmio economico.

Mi raccontò che quando
andò in
quella città per firmare il contratto si ritrovò in un
salone,del
Comune dove l’assessore ai trasporti spiegava a rappresentanti dei
clienti del trasporto pubblico municipale (operai, impiegati,
professionisti ed altri) che i tecnici avevano scelto l’autobus
italiano, preferendolo a quelli presentati da General Motors,
Mercedes, Toyota ed altre case mondiali, poichè era quello
maggiormente
rispondente ad alti standard ecologici, economici e di sicurezza.

Ad un certo punto alzò
la mano
un paraplegico in carrozzella, rappresentante degli handicappati, che
domandò “and for us, please?” ( e per noi, grazie?).

Subito l’assessore
scartabellò
nel fascicolo e mostrò all’interessato che tutti i Dual-Bus erano
attrezzati in modo che un paraplegico potesse salire sul mezzo ed
inchiavardare la propria carrozzella senza l’aiuto di alcuno: se quel
signore non fosse stato convinto nessun assessore o sindaco si sarebbe
arrischiato a firmare il contratto: in una vera democrazia i cittadini
hanno il diritto effettivo di controllare la bontà delle scelte
degli
amministratori. Non mi risulta che , per faccende del genere, in Italia
si seguano simili procedure (possiamo anche notare che di Dual-Bus,
prodotti fin dagli anni ottanta del secolo scorso, nelle
nostre città, non si è vista l’ombra).

Questo ci spiega perchè
nei
Paesi in cui, con le buone o con le cattive, si è affermata la
cultura
di potere che potremmo chiamare “Angloateniese” (Stati Uniti,
Canada, Australia, Giappone, Nord Europa ed oggi anche l’India)
assistiamo ad uno sviluppo economico molto alto e ad un livello
di partecipazione quotidiana alla vita della “Polis” molto intenso e
responsabile da parte dei cittadini.

Questo ci spiega anche
perchè
nelle ex colonie spagnole e portoghesi non si riesce a sviluppare una
società veramente democratica e si passa, malgrado
territori ricchi di risorse (vedi l’Argentina e/o il Brasile), da
una dittatura ad un’altra, da una oligarchia ad un’altra col
contorno di devastanti crisi economiche.

Questo ci spiega perchè
due
onesti signori in pensione, qui a Roma, quando hanno voluto aprire una
pizzeria da asporto in Via dei Monti di Primavalle, nel pieno della
zona di interscambio tra la stazione della metropolitana
“Battistini” e le fermate d’autobus, anche per creare un lavoro
ai propri figli, hanno aspettato “i permessi” per quasi un anno dovendo
pagare a vuoto l’affitto del locale senza poter produrre una focaccia,
col risultato poi di vedersi piovere come un falco, il giorno
dell’inaugurazione, la solita guardia comunale che voleva far pagar
loro una multa di dieci milioni delle vecchie lire perchè si
erano,
ormai esausti, azzardati ad aprire l’attività senza avere
ancora
l’ultimo permesso per l’armadio-frigorifero delle bibite, a causa di un
ritardo dell’ufficio “preposto”: mi informava un indiano Sick (quelli
col turbante), di nazionalità inglese, che, dopo la rivoluzione
liberale di Margaret
Thatcher
, nel regno di Albione i permessi si ottengono in una
settimana e l’amministrazione pubblica ti invia anche un biglietto di
auguri, dicendosi grata per il fatto che con una nuova attività
stai
creando lavoro e ricchezza. Negli Usa prima apri e dopo cinque
anni cominci a pagare le tasse poichè il pensiero dominante,
laggiù, è
che non si può cominciare a potare un albero mentre ancora
spuntano le
foglie.

Questo ci spiega anche
perchè
il mio amico Saro, proprietario di un ristorante nella splendida
Petralia Sottana, in Sicilia, sulle Madonie, uomo di grande energia e
fantasia produttiva, quando non ne può più, si mette ad
urlare “Bossi non
deve stare a
Milano: in Sicilia deve venire!”.

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