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LETTERA APERTA AI MIEI FIGLI di Paolo Cortesi

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Sull’immigrazione

“ROMANCE” (1986)

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Immagino che non sia sempre gradevole che vostro padre non solo non vi nasconda, ma anzi vi additi la violenza degli uomini sugli uomini fatta di sfruttamento e di indifferenza. Insomma, immagino non sia sempre comodo avere un padre intellettuale.

Ma so ancora – e so meglio – che il dono più prezioso che un padre può fare ai propri figli è la consapevolezza, la serenità di osservare, la lealtà nel tentare interpretazioni critiche del tempo in cui si vive.
La vita sociale dell’uomo è sempre stata un enigma.
Non credete a chi vi dice che si stava meglio “una volta”: fin dall’antico Egitto dei faraoni c’era chi si lamentava del presente e rimpiangeva impossibili età dell’oro perdute…

Noi rimpiangiamo davvero solo ciò che non abbiamo mai avuto. E non è mai esistita su questa terra un’epoca felice per ogni singolo essere umano.
Non vi ho mai nascosto, però, che questo nostro tempo è particolarmente difficile, perché la sua caratteristica fondamentale è la rinuncia alla ragionevolezza. Temo che sia un tempo particolarmente crudele verso i giovani, che sono per istinto assetati di verità e di chiarezza, e non riescono a comprendere le contraddizioni laceranti e le meschine doppiezze che invece si trovano proprio dove non dovrebbero essere.

Davanti ai problemi sociali e morali ogni anima sincera si strazia per cercare una risposta e per elaborare una soluzione.
Davanti alla violenza e ai soprusi cosa possiamo fare? Come può un singolo opporsi alla guerra, alla miseria, allo sfruttamento, alle ingiustizie? Il generoso cuore dei giovani sanguina e geme davanti a tanta assurda follia. Il senso di frustrazione e di impotenza diventa talvolta un vero disagio fisico: non si riesce ad accettare di restare immobili davanti a innocenti massacrati da bombe intelligenti o a millenarie foreste devastate per farne parquet.

Kant, il filosofo che vi ho insegnato ad amare quasi come uno di casa, come un nonno, diceva che nell’agire sociale occorre considerare l’umanità come fine e mai come mezzo.

Questa luminosa verità ci offre una grande risposta alle domande precedenti: la sola rivoluzione possibile passa dentro l’uomo, non sopra di lui.

Non si può cambiare l’umanità imponendole un progetto perché questa è violenza, cioè esattamente quell’errore che noi denunciamo. Non si può modellare la società a colpi di leggi o guerre o bombe perché l’umanità non è marmo o pietra, ma carne viva pensante.
Da millenni l’umanità accetta di vivere sotto padroni che la comandano come una mandria di bestie docili. Chi ha spezzato questa tragica condizione non è stato colui che è salito da servo a padrone, ma chi ha gridato forte e chiaro una domanda ai suoi compagni di pena: “volete ancora restare schiavi?”
La più potente denuncia che io abbia mai letto contro gli orrori della guerra non è un dossier o un saggio, ma un romanzo: “Il fuoco” di Henri Barbusse, e fu scritto nel 1916.

Come vi dico spesso, c’è ancora tanto da fare. Ma questo non ci spaventa, vero?, perché questo impegno ha un grande premio: avere fatto veramente qualcosa di buono in questa curiosa, difficile, fantastica occasione di esistere che si chiama vita.

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