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LIBANO-ISRAELE:L’ORA DELLA VERITA’ di Jacqueline Amidi

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Ma il bombardamento di Haret Hreik non è certamente il solo a essere una «violazione del diritto Umanitario».
E il bombardamento di questo quartiere non ha certo avuto luogo perché lì «si trovava il Quartier Generale dell’Hezbollah», secondo il miserabile alibi che alcuni giornali e giornalisti «embedded» offrono servilmente all’animalità degli assassini israeliani.
Dal 12 luglio, infatti, tutto il Libano viene bombardato, bruciato, distrutto, massacrato.
Tutto il Libano sarebbe dunque «il Quartier Generale dell’Hezbollah»?

Le tenebre in cui è stato fatto cadere il Libano dall'odio israeliano

1. La follia omicida di Israele e il suo delirio di Caino
Venerdì 21 luglio
, a Beirut, davanti a giornalisti, il segretario di Stato agli Affari Esteri d’Inghilterra, Kim Howells, ha criticato apertamente la strategia militare israeliana.

«Non sono bombardamenti chirurgici. […] Se [gli israeliani] perseguono l’Hezbollah, occorre mirare all’Hezbollah, non all’insieme della nazione libanese», ha detto il segretario di Stato, che effettua una visita nella regione.
Gli israeliani «distruggono l’insieme delle infrastrutture libanesi e uccidono un numero enorme di persone
».
Queste parole – osserva L’Orient – Le Jour – «contrastano nettamente con la posizione del primo ministro Tony Blair, che si è astenuto accuratamente dal criticare Israele e si è allineato senza riserve sulla posizione americana» (2).
Sì. Ormai la follia omicida di Israele e il suo delirio di Caino non hanno più limiti.
Il Libano subisce bombardamenti «preventivi»contro tutto ciò che si muove, contro tutto ciò che è vitale.
A parte le infrastrutture, i porti e gli aeroporti (quello di Beirut e l’aeroporto militare di Ryaq), i bombardamenti di questi ultimi giorni hanno come bersagli le fabbriche di ogni genere, i depositi di prodotti alimentari, le ambulanze, i furgoni delle derrate alimentari, le automobili civili e… chiese e moschee!
Alcuni camion bombardati la scorsa settimana erano semplicemente adibiti al trasporto di cemento e di materiale da costruzione: sono stati colpiti da fermi, a motore spento.
Tutti i pretesti sono buoni, dunque, per bombardare e distruggere.
Con o senza l’Hezbollah.
Infischiandosi di tutte le convenzioni internazionali, Israele fa uso di materiali bellici proibiti, di armi chimiche, ecc.

Mio Dio, come è tragicamente ripetitiva la storia!
Durante la rivoluzione francese, la feccia giacobina e massonica, per potersi meglio gettare, come una bestia feroce, sul corpo della Francia e della Vandea, spinse, con tutti i suoi mezzi di propaganda, a una specie di «unione sacra», suscitando il mito della «Grande peur», della «Grande paura».
Oggi si direbbe che da alcuni anni c’è chi spinge a una medesima «unione sacra»e a una «grande coalizione» di tutti i complici della canaglia usraeliana (Usraele: la coppia degli Stati-canaglia USA-Israele), diffondendo il mito analogo di una «Grande paura»: la «Grande paura» del vasto complotto mondiale del «terrorismo»contro la suprema e benefica perfezione della loro «democra-zia» all’irachena, che ci viene proposta – guarda guarda! – proprio dai due principali Stati-canaglia: USA e Israele, i veri e principali Stati terroristi di oggi.
Allora, contro i malviventi giacobini e le loro truppe di assassini, i contadini vandeani si sollevarono, presero le poche armi di cui arrivarono a disporre e risposero alla chiamata del dovere e dell’onore cristiano e francese.
Furono alla fine schiacciati e sterminati.
Ma la loro «guerra di giganti»indica ancora oggi la strada di ogni «buona battaglia».
Oggi, «servata distantia», la Vandea potrebbe ben diventare il modello del Libano.
Ma i giacobini di oggi – animati dal magistero di barbarie talmudico e sionista – noi preghiamo di poterli vedere finalmente vinti.
Ed è qui che la storia prenderà un altro percorso.

2. Guerra contro il Libano: «Déjà vu»
Su France 2
, la mattina di domenica 23 luglio, il vicario patriarcale dei maroniti a Parigi, padre Saïd, raccontò questo episodio: verso la metà degli anni ‘50, in un villaggio maronita del sud molto vicino alla frontiera, l’esercito israeliano venne «gentilmente»a chiedere agli abitanti di abbandonare per 48 ore il loro villaggio, per «motivi di sicurezza», dopo di che avrebbero potuto far ritorno alle loro case.

Una volta abbandonato il villaggio, gli israeliani rasero al suolo tutte le case, distrussero tutto il villaggio.
Ed è così che abbiamo avuto i nostri profughi maroniti, molto prima dei «terroristi» islamici.
Durante l’invasione israeliana del sud del Libano nel 1973, non dimenticherò mai l’immagine di una famiglia intera (di cinque persone, credo), padre, madre e bambini, tra cui una bambina di due anni, schiacciati deliberatamente all’interno della loro automobile da un carro armato israeliano che vi passò sopra.
Chi ha sentito parlare di questi due episodi, tra i tanti altri ugualmente occultati e ignorati?
Il Libano non faceva ancora notizia sulla prima pagina dei giornali!
Un’amica mi disse un giorno: «Come? Non ci sono ebrei per bene?».
«Ma certo che sì. E grazie a Dio», le risposi. «Loro, almeno, quando testimoniano contro i crimini di Israele, non li si può accusare di essere antisemiti!».
Il progetto di invadere, destabilizzare e distruggere il Libano risale a molto prima della presenza dell’Hezbollah.
Risale almeno al tempo in cui Sharon, nel 1982, era ministro della Difesa.
«Così come nel 1982 – riferisce il 15 luglio scorso lo scrittore e giornalista israeliano Uri Avnery, fon-datore di Gush Shalom – anche l’operazione in corso [contro il Libano] è stata pianificata e viene por-tata avanti in piena coordinazione con gli Stati Uniti».
«Come allora, non c’è dubbio che sia coordinata con parte dell’élite libanese.
Questo è il punto principale. Il resto è clamore e propaganda
».
«Alla vigilia dell’invasione del 1982, il segretario di Stato Alexander Haig disse ad Ariel Sharon che prima di dare il via libera all’operazione, era necessaria avere una ‘chiara provocazione’, che sarebbe stata tenuta per buona dal mondo» (3).

Quale fu, allora, la «provocazione»? Questa: un gruppo di Abou Nidal avrebbe tentato di assassinare l’ambasciatore di Israele a Londra.
Quale il rapporto con il Libano?
Nessuno.
Eppure Israele, quell’anno, arriva fino a Beirut, seminando le stesse distruzioni, causando lo stesso spargimento di sangue di libanesi; insomma, lo stesso scenario di oggi. (Di passaggio, è tempo che si sappia una volta per tutte che il massacro di Sabra e Chatila non fu affatto un massacro «cristiano», ma integralmente israeliano).
«Questa volta, la necessaria provocazione – continua Uri Avnery – è stata fornita dalla cattura dei due soldati israeliani da parte dell’Hezbollah. Tutti sanno che non possono essere liberati
se non attraverso uno scambio di prigionieri. Ma l’enorme campagna militare, che era pronta a par-tire da mesi, è stata venduta al pubblico israeliano e internazionale come un’operazione di salvatag-gio
. […] Naturalmente, l’operazione in corso ha anche diversi scopi secondari, che non includono la liberazione dei prigionieri. Chiunque capisce che questo non si può ottenere con azioni militari. Ma probabilmente è possibile distruggere una parte delle migliaia di missili che l’Hezbollah ha accumulato negli anni. A questo scopo, i comandanti dell’esercito sono pronti a mettere in pericolo gli abitanti delle città israeliane che sono esposte ai razzi. Credono che il gioco valga la candela, come in uno scambio di pedine a scacchi. […] Chiunque capisce che questa campagna – sia a Gaza che
in Libano – è stata pianificata dall’esercito e imposta dall’esercito
» (4).
Déjà vu.
Nel 1954-55 Moshé Sharett racconta nel suo diario privato – come riferisce Livia Rokach – le innumerevoli provocazioni organizzate dal potere israeliano con l’obiettivo di trascinare i Paesi arabi in guerra: «Il terrorismo e la vendetta continuano a essere glorificati come la nuova morale, e anche come i valori sacri della società israeliana… le vite degli israeliani dovevano essere sacrificate per creare le provocazioni che giustificassero le rappresaglie. Una propaganda martellante e quotidiana, controllata dai censori […], alimentava la popolazione israeliana con immagini della mostruosità del nemico» (5).

Gilad Atzmon – autore e musicista, nato in Israele, dove ha svolto il servizio militare, e ora residente a Londra – scrive: «Israele non riuscirà mai a imporre la sua disgustosa nozione unilaterale di ‘pace’. […] Però la reazione israeliana agli attacchi dei militanti palestinesi ed hezbollah è abbastanza strana. Nonostante che sia i militanti palestinesi sia l’Hezbollah abbiano inizialmente colpito obiettivi militari legittimi, la controffensiva israeliana è stata chiaramente diretta verso obiettivi civili, infrastrutture civili, e ha visto uccisioni di massa dirette contro una popolazione innocente. Non serve un genio per capire che non è certo il modo per vincere una guerra o per affrontare un tipo di combattimento particolare come la guerriglia. […] Dalla fine della guerra fredda le cose sono cambiate. Israele non è più minacciata dagli Stati vicini, piuttosto negli anni più recenti è diventato evidente che in realtà è il popolo palestinese che alla fine distruggerà il sogno di uno Stato ebraico nazionale. […] Israele è una democrazia a orientamento razziale. I suoi leader
sono impegnati in un’unica cosa, cioè mantenere il loro potere politico
. […] In altre parole Peretz ed Olmert devono fornire al popolo israeliano un glorioso spettacolo di spietata rappresaglia. Devono dimostrare ai loro entusiasti elettori di avere interiorizzato il vero significato biblico di ‘Occhio per occhio’. Di fronte al massacro di oggi a Beirut sembra in qualche modo che abbiano provato addirittura a dare al vecchio detto ebraico un nuovo significato. Per quanto devastante possa sembrare, è esattamente quello che gli israeliani vogliono che facciano. All’interno del democratico Israele, il richiamo biblico ‘Scaglia la tua furia contro i goyim’ viene tradotto in una pratica politica pragmatica ebraica laica. Non è solo triste, è una vera tragedia. E mi chiedo se c’è qualcuno là fuori che è ancora sopraffatto dall’agenda di pace unilaterale israeliana» (6).
Chi meglio di Avnery e Atzmon può osare esporre queste verità?
Israele, nel suo progetto messianico, ha ben dimostrato di essere capace dei peggiori crimini, anche contro le proprie pecorelle.
Non sarebbe forse stata «suicidata»Livia Rokach, nella notte tra il 31 marzo e il 1° aprile 1984?
Figlia di Israel Rokach, che fu un tempo ministro degli Interni del governo di Moshé Sharett (1954-55), «ciò che vide e visse vivendo in Israele nel centro del potere – scrive Maurizio Blondet – fece crollare tutti i suoi sogni di rinnovamento morale dell’ebraismo nella terra promessa. Non volle più saperne di sionismo. Si trasferì a Roma, dove si presentava come ‘scrittrice italiana d’origine palestinese’» (7).

3. In quale stato d’animo vivono oggi i libanesi
I libanesi
– del Libano e della diaspora – sono infuriati contro Israele.
Tutti, tranne evidentemente i «compari»dell’aggressore che siedono al governo e nella sedicente «maggioranza».
Ma i libanesi in maggioranza hanno capito che le rappresaglie non sono contro l’Hezbollah, ma contro tutto il Libano, il suo carattere, la sua anima, la sua unità, la sua sovranità.
Ecco l’Appello lanciato da RJLiban il 20 luglio 2006:
«Appello ai libanesi, discendenti dei libanesi e amici del Libano nel mondo.
Appello alla resistenza libanese – Hiroshima Libano.
No, signor Chirac. No, signor Bush. No, dirigenti di questo mondo.
Noi non vogliamo corridoi umanitari. Non vogliamo evacuazioni. Non vogliamo pietà.
Il popolo libanese chiede il Diritto di vivere, la cessazione dei bombardamenti sui civili e la fine del blocco dell’aeroporto internazionale e dei porti del Libano, il nostro Paese, che non è fuorilegge!
Voi ci prendete in ostaggio, decimate le nostre famiglie e le nostre città, ci riducete a carne da cannone.
Basta!
Di cosa ci accusate? Di avere rapito due soldati nemici? Il fronte del sud esiste ancora e noi abbiamo il diritto di rapire soldati per chiedere la liberazione di decine di libanesi torturati nelle carceri israeliane.
Noi siamo fieri del nostro Paese. Siamo fieri del nostro popolo in tutte le sue componenti. Siamo fieri di avere manifestato, a milioni, nel marzo 2005 per reclamare un Libano democratico, lasciato libero dalle truppe siriane che detengono ancora decine di libanesi torturati nelle prigioni siriane.
Voi accusate l’Hezbollah di terrorismo, voi inventate menzogne, voi create motivi per giustificare l’aggressione barbara di Israele contro il nostro Paese.
No. L’Hezbollah non esisteva ancora al tempo degli attentati contro le truppe francesi e americane a Beirut nel 1983. Non ha bombardato civili israeliani al tempo della grande resistenza nel sud del Libano che ha permesso di sconfiggere Israele nel maggio del 2000. Non ha utilizzato bambini israeliani come scudi umani.
Voi rimpatriate i vostri cittadini per poterci massacrare meglio, col pretesto di distruggere l’apparato militare dell’Hezbollah. Voi fate sprofondare il nostro popolo in uno stato generale di panico collettivo. Ci date una dilazione, prima della soluzione finale. Quanti combattenti si trovano, tra le centinaia di vittime cadute da una settimana o sotto le macerie della fabbrica di trattamento del latte ‘Candia Liban Lait’?
Persone di buona volontà, libanesi, discendenti di libanesi e amici del Libano nel mondo, vi chiediamo di manifestare, là dove siete, di pregare, là dove siete, per il popolo libanese, che è sul punto di essere distrutto.
I nostri carnefici stanno per concedere ancora una settimana allo stato ebraico per trasformare il Libano in una nuova Hiroshima.
Ma non avere paura, popolo del Libano. Non fuggire. Continua la tua resistenza. Abbiamo resistito già a 25 anni di guerra.
Il Libano ci appartiene.
Viva il Libano!
» (8).

In Libano, una sola parola d’ordine: «Tutti uniti contro l’invasore!».
Dove si rifugiano i nostri sciiti del Libano meridionale?
Trovano rifugio nelle nostre chiese, che sono state loro fraternamente aperte, nelle nostre scuole, nei nostri conventi, nelle nostre case, ecc.
Conosco personalmente famiglie cristiane che hanno aperto le porte delle loro case ai loro amici sciiti. Le suore che si occupano della Caritas aiutano tutte le famiglie dei rifugiati.
Un giornalista di France 2 chiede a una di loro: «Anche le famiglie di Hezbollah?».
«Tutte, senza eccezione. Noi – risponde la suora – siamo tutti libanesi e oggi tutto il Libano è bombardato ed è in guerra.
Oggi più di prima siamo responsabili gli uni degli altri, perché la situazione è più tragica e decisiva. Le mie nipotine
(Juliette di 13 anni, Marie-Claire di 11 anni e Rita di 10 anni), come molti altri della loro età, accompagnati dai loro genitori, vanno ogni pomeriggio a fare compagnia ai bambini dei rifugiati sciiti e a giocare con loro».
Begli esempi di «divisioni confessionali»e di «guerra civile», non è vero?!
Negli anni ‘80 l’ex primo ministro libanese Saëb Salam, sunnita, aveva detto: «Lasciate i libanesi fra loro: si soffocheranno di abbracci!».

Israele conosce questa realtà.
Per questo decide di bombardare città e quartieri cristiani dove la milizia dell’Hezbollah non è mai stata presente.
Perché? Per capovolgere la situazione e spingere i cristiani a volgersi contro l’Hezbollah (fino a prendere le armi contro di esso, forse), perché l’Hezbollah sarebbe stato il «motivo»di tante distruzioni in Libano.
Ma questa volta Israele sogna.
Non solo il gioco non è riuscito, il gioco crudele delle distruzioni e dei massacri senza fine, ma anzi e al contrario la stragrande maggioranza del Libano si è saldata intorno alla guerra dell’Hezbollah contro le bestie immonde israeliane – impregnate di odio e pazientemente «educate»all’odio dal magistero di barbarie e di crimine dell’halakhah talmudica – che distruggono e uccidono il mio Libano e che sulle loro fronti portano solo il marchio di Caino.
E alcuni giornalisti cominciano ad averne abbastanza di tenersi la museruola sulla bocca.
Alcune piccole misere notizie sulla sproporzione mostruosa dell’uso israeliano della forza cominciano infatti, pur molto timidamente, a filtrare.
Risultato: a Baabda, proprio vicinissimo all’edificio occupato esclusivamente dai giornalisti di tutto il mondo che si trovano in Libano per la loro missione, la notte di giovedì 20 luglio sono cadute alcune bombe israeliane.
Sul tetto dell’edificio era scritto a grandi caratteri: «Presse», «Stampa».
Che [messaggio] si è capito da questa vicenda?
Questo: «Giornalisti, attenzione, badate bene alla vostra museruola!».

Non è un déjà vu? Dove? In Iraq, durante la guerra nel 2003: gli americani spedirono le loro bombe direttamente sull’hotel dove si trovavano tutti i giornalisti.
A quel tempo Lilli Gruber, giornalista italiana di RAI 1, si trovava in Iraq come corrispondente (oggi è deputata europea, bel bottino di guerra!): aveva tuonato, urlato, fatto fuoco e fiamme, all’inizio.
Ma subito dopo è rientrata nei ranghi.
Giornalisti simili, falsi profeti del giorno, a quando la verità, a quando l’indipendenza e la rettitudine?
In Israele i mass-media («revisionisti»anche loro?!) avanzano l’ipotesi che il numero dei morti in Libano sia stato molto probabilmente gonfiato.
Ma come?, proprio loro, i cui morti (e il loro numero) sarebbero intoccabili, si prestano a questo gioco vergognoso e cinico sul conteggio dei morti altrui?
Ci sono forse morti di prima e di ultima classe?
C’è un sangue «eletto»(ebraico) e un sangue spregevole (il nostro, quello dei non-ebrei, i goyim, i «gentili») che si potrebbe spargere senza scrupoli e senza limite.
Per un certo rabbinato, per l’halakhah talmudica e sionista e per la «purezza delle armi»ebraiche, evidentemente sì! (9).
Ciò è del resto confermato dalle parole del miserabile John Bolton, degno ambasciatore americano all’ONU, secondo cui tra vittime libanesi e vittime israeliane non sarebbe possibile nessun paragone: «sul piano morale, non ci sarebbe nessuna misura comune tra coloro che muoiono in Libano […] e quelli che muoiono in Israele […]» (10).
«Soffrire purifica l’anima e la rende più saggia e più lungimirante», dice san Giovanni della Croce.
Ma le loro sofferenze, a loro, a queste ipotetiche eterne «vittime» di tutti, che cosa hanno insegnato?
A renderli più ingiusti, rancorosi, ripugnanti, odiosi?
Se è vero che essi avrebbero tanto sofferto, come possono causare tante sofferenze agli altri?

4. In che situazione si trova oggi Israele?
Israele è insoddisfatto dell’effetto prodotto sull’opinione pubblica israeliana e internazionale.
Sabato 22 luglio: in Israele, manifestazione di israeliani che denunciano i «crimini contro l’umanità»commessi dall’esercito israeliano in Libano.
Si leggeva tra l’altro su alcuni striscioni: «Fermate i crimini di Israele!».
Lunga vita ai giusti e coraggiosi ebrei infuriati contro il loro Stato criminale!
Ma anche fra gli israeliani che appoggiano la guerra contro il Libano, l’opinione è disorientata e il morale è al peggio.
Non è infatti necessario essere un genio militare o un esperto di studi strategici per accorgersi che questa guerra è sul punto di prendere una brutta piega per Tsahal, l’esercito israeliano.
Ho la netta impressione che questi miserabili soldati ebrei siano più bravi in azioni criminali (per esempio nei bombardamenti di civili, nell’uso di armi proibite, nell’assassinio di disarmati, nella tortura di prigionieri ecc.), che in azioni di combattimento.
Per una buona guerra infatti non basta solo munirsi di armi ipersofisticate, ma urge soprattutto disporre di uomini che siano veri combattenti.
E francamente, per quanto riguarda la qualità degli uomini di combattimento, l’esercito israeliano fa pena.
Malgrado le apparenze, Israele non guadagna affatto terreno nell’opinione pubblica internazionale, nonostante la vigliaccheria di tutti i governi d’Europa che non chiedono ancora e non impongono, apertamente e virilmente, il cessate il fuoco e la fine dell’aggressione contro il Libano.
Ho visto per esempio in televisione – domenica 16 luglio, su RAI 3 – dei rimpatriati italiani, di origine italiana, piangere per il Libano e denunciare la barbarie israeliana.
Onore a loro.
E onore a tutti gli stranieri – e ce ne sono! – che hanno scelto di restare in Libano.
Ciò può sembrare paradossale: hanno preferito la «vita»alla cultura di morte che hanno nei loro Paesi d’origine (aborto, eutanasia, pedofilia, matrimoni omosessuali, adozione di bambini da parte di coppie omosessuali ecc.).

Fedele alle sue idee criminali, Israele sarebbe capace di organizzare e di fabbricare non importa dove (in Europa? Negli Stati Uniti?) un grande atto di terrorismo: per sviare l’attenzione dai massacri perpetrati in Libano (come in Palestina), per legittimare Israele a moltiplicare dovunque i massacri e i saccheggi e per far rullare i tamburi del mondo per la guerra contro il terrorismo «islamico».
L’esito delle guerre nazional-sioniste israeliane dipenderebbe dalle reazioni possibili: da una parte quelle dei governi, dall’altra quelle dei popoli.
Sulle reazioni dei governi d’Europa e del mondo, Israele è tranquillo: qualche miagolio e gesticolazione ipocrite e nient’altro, come sempre.
Perché tutti conoscono la provenienza della vera minaccia terrorista (e la temono): Israele e la malavita nazional-sionista, che gestisce attualmente il regime israeliano e contemporaneamente l’amministrazione americana.
Le reazioni dei popoli del mondo occidentale potrebbero al contrario recare molti fastidi a Israele, visto che sulla gente e su alcuni rari media Israele non è ancora riuscito a far regnare l’istupidimento selvaggio che Israele si augura e promuove per mezzo dei suoi Shylock e dei suoi tesorieri.
Una maggioranza di europei ha ben percepito che Israele rappresenta senza mezzi termini la più grave minaccia per la pace nel mondo (11).
Ma Israele, è minacciato?
L’esperto militare israeliano Martin van Creveld, docente di storia militare all’Università ebraica di Gerusalemme, già nel 2003 – esprimendo in tal modo la sua collera contro i paesi d’Europa (la Francia in particolare) a causa della loro evidente mancanza di entusiasmo per la guerra universale degli Sharon-Bush «contro il terrorismo»- si era fatto portatore di minacce esplicite, peraltro
confermate nel corso di svariate interviste.
Il professor van Creveld ci avvisava dunque che:
«Noi possediamo diverse centinaia di bombe atomiche e missili, e siamo in grado di lanciarle in ogni direzione, eventualmente anche su Roma. La maggioranza delle capitali europee sono bersagli per le nostre forze aeree […]. Le nostre forze armate sono le seconde o le terze al mondo, per potenza.
Abbiamo la capacità di trascinare il mondo intero nella nostra caduta. E posso assicurarvi che questo accadrà, nel caso in cui precipitassimo nell’abisso
» (12).
È dunque minacciato, Israele?
Non esattamente.
È proprio il contrario, direi.
Israele è la vera minaccia per «la pace e la sicurezza», che gli sono tanto care!

Malgrado le apparenze, niente prova, in definitiva e realmente, che Israele sia sul punto di vincere.
Dopo più di due settimane di combattimenti, infatti, una delle più forti potenze militari ancora non riesce ad avere il sopravvento sulla guerriglia libanese hezbollah.
Inoltre, proprio qualche giorno dopo l’inizio degli scontri, l’esercito israeliano è stato costretto a mobilitare i suoi riservisti: venerdì 21 luglio, le autorità israeliane si sono trovate nella necessità di richiamare tra 3000 e 6000 riservisti; venerdì 28 si parla già di 15 mila e perfino di 30 mila.
E «l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Daniel Ayalon, ha indicato che l’offensiva militare non era ‘facile’, ma che Israele faceva progressi. Il ministro israeliano Eytan Cabel, segretario generale del partito laburista, ha ammesso di essere stato deluso dai risultati ottenuti fino a quel momento dall’offensiva israeliana in Libano. ‘Ammetto di aver sperato di meglio, per l’esercito’, ha dichiarato al canale 10 della televisione israeliana» (13).
Poi, domenica 23 luglio, Israele fa arretrare i suoi abitanti del nord fino a 40 km più a sud dei suoi confini.
E sebbene all’inizio Israele abbia assolutamente rifiutato di discutere la questione di «forze multinazionali d’interposizione», sempre domenica 23 luglio comincia a cedere e finisce per accettare questa ipotesi. Spera forse, Israele, di riuscire così a trascinare queste forze (dell’ONU o della NATO) a continuare contro il Libano, e dall’interno del Libano, la guerra di cui non riesce a venire a capo?
Infine, come per magia (e come tutte le volte che questi magliari della pace si trovano in difficoltà), gli usraeliani fabbricano e fanno uscire dai loro nascondigli e dalle loro «case di produzione specializza-te»i loro burattini: giovedì 27 luglio diffondono dunque il loro ennesimo video falso del sedicente vice di Osama bin Laden – o più esattamente di Osama bin Mossad, secondo il felice titolo di uno dei saggi di Maurizio Blondet (14) – che promette aiuto ai libanesi e ai palestinesi «contro i crociati e i sionisti».
Palestinesi e libanesi, è evidente, hanno rifiutato pubblicamente qualsiasi aiuto o collaborazione con la perfettamente sospetta Al-Qaida (l’altra faccia della medaglia CIA-Mossad, di cui Al-Qaida è nello stesso tempo, e fin dall’inizio, la creazione, la produzione e l’alibi) e ha rispedito al mittente CIA-Mossad l’aiuto offerto.
Ma che sincronismo! Non sbaglia mai.
Come per un colpo di bacchetta magica, quando gli usraeliani si trovano nei guai Al-Qaida tende
caritatevolmente la mano – offrendo un video o un attentato o una provocazione qualsiasi – per tirarli fuori dai pasticci.
Per noi, già avvisati, la buffonesca uscita di questo video è un ottimo segno.
Significa, fortunatamente, che gli usraeliani non sanno esattamente a che santo – per così dire – votarsi.

5. «Confida nel Signore e agisci bene!»
Constato con tristezza che coloro che abbandonano il Libano sono libanesi dalla doppia nazionalità. Posso capirli.
E provo anche pietà: possono esserci dei casi tragicamente impellenti…
Ma tutti questi figli del Libano ritorneranno.
Mi domando invece cosa aspettino ad andarsene (e per sempre!) i politici venduti, provvisoriamente «maggioranza».
Loro che hanno permesso che arrivassero rovine e disastri.
Loro che di padre in figlio si trasmettono le peggiori eredità: tradimenti e corruzione.
A questi politici grido: Il Libano non ha bisogno di voi.
Il Libano ride dei vostri cuori di coniglio.
Ride dei camaleonti.
Il Libano vive dei veri cuori di leone, cioè della gente che resiste senza abbassare la testa (né le braccia), sfidando la morte, senza vili paure: come un tempo gli eroi vandeani seppero battersi contro la feccia «illuminata»giacobina e massonica che compì il primo genocidio della modernità, quello franco-francese della Vandea.
Il Libano ha bisogno di Michel Aoun.
Di lui, nel corso di un’intervista al nostro grande poeta nazionale Saïd Akl, scrivevo nel dicembre 1989: «Il generale Aoun è il solo a fronteggiare, fermo, l’impossibile […]. Avendo la verità per compagnia, avanza con cuore di leone. […] Il generale non ha paura di nulla e di nessuno: è pulito e valoroso. Ha dalla sua parte la verità. Un giorno saprete che il generale Aoun avrà lavorato non soltanto per respingere gli invasori del Libano, ma ugualmente per il Libano creatore» (15).
E noi sappiamo che Satana, sebbene scatenato in questi giorni (anche a causa delle nostre colpe), è pur sempre una bestia alla catena.
San Michele saprà bene – saprà presto, di questo lo preghiamo! – respingerlo nella sua tana.
Sarà ricacciato, Israele, nella sua cuccia.
«Non ti infiammare contro i malvagi, non essere zelante contro i criminali, poiché appassiranno presto, come l’erba, e come vegetazione appassiranno. Confida nel Signore e agisci bene… Ho visto l’empio abusare della sua forza e dispiegarsi come una pianta tenace» (16).
«Tutto riesce bene a chi sa attendere», dice il proverbio.

6. Cosa è possibile sperare per il Libano?
La gioventù libanese può diventare un potente antidoto contro la putrefazione dei politici, di cui soffre il Libano.
Lo si vede, questi giovani vogliono sbarazzarsi di un’eredità politica che non è altro che una vecchia carcassa inutilmente pesante da portare.
Hanno la ferma volontà di amare e di salvare realmente il loro Paese.
Per decenni, hanno lasciato fare quelli che decidevano per loro.
Oggi, quando si parla con dei giovani libanesi, si percepisce nettamente il legame nuovo che hanno stabilito con il Libano.
Una maturità e un risveglio nazionale nuovo si sono instaurati.
Forse meglio di chiunque altro hanno capito che dipendono dal loro Paese e che altrove non potrebbero vivere.
In Libano abbiamo molti canti popolari patriottici che i nostri genitori ascoltavano da giovani e che la gioventù di oggi ascolta e canta ancora.
Canzoni sempre attuali, malgrado l’usura del tempo.
Vi si dice, nell’una o nell’altra di esse:
«Libano, tu, il più bel cielo, non c’è un tuo pari sulla terra», «Il tuo Paese, figlio mio, il tuo sangue
bisogna che tu gli doni
», «La terra dei cedri vale più dell’oro», «Dio è con te, o casa che resisti nel sud», «Ti amo, Libano, patria mia, ti amo», «Di fronte alle grandi tribolazioni non si dorme, la morte è sulla punta del fucile», «Non si piegheranno le ginocchia, resisteremo di fronte ai cannoni».
L’anima libanese è anche l’anima di questi canti.
E la gioventù libanese ha degnamente ereditato dai suoi antenati.
Veniamo dalla montagna del Libano, noi.
La montagna può renderci rudi, ma forma uomini coraggiosi, che rispondono alla chiamata.
È come se questi giovani libanesi avessero ora nel cuore la mirabile strofa del canto di Émile Jacque-Delcroze in onore delle guardie svizzere massacrate alle Tuilleries e a Parigi nel 1792 (17).
Strofa che ben merita – per la salda fiducia, la speranza e la preghiera che la animano – di essere dedicata a questa audace gioventù del Libano oggi rinascente:

«Seigneur, accorde ton secours
au beau pays que mon coeur aime,
celui que j’aimerai toujours,
celui que j’aimerai quand même.
Tu m’as dit d’aimer et j’obéis.
Mon Dieu, protège mon pays
».
«Signore, concedi il tuo soccorso
al bel Paese che il mio cuore ama,
quello che amerò sempre,
quello che amerò nonostante tutto.
Tu mi hai detto di amare e io obbedisco.
Mio Dio, proteggi il mio Paese
».

Il mese di luglio è dedicato al prezioso Sangue di Cristo.
Ha dunque permesso, Dio, che proprio in questo mese fossimo chiamati a spargere il nostro sangue per sbarrare la strada alla barbarie e all’animalità di Israele?
I soldati israeliani fanno mettere ai loro bambini dediche sulle bombe, prima di spedirle da noi, indirizzate ai nostri bambini («Da Israele con amore!»).
Il loro Talmud insegna loro l’odio.
Ma il sangue di Cristo è stato sparso anche per loro.
Al loro odio noi rispondiamo con le nostre preghiere.
Ma alle loro armi ingiuste, noi opponiamo le armi giuste della nostra legittima difesa e della nostra «buona battaglia».
Io non ho nessun timore.
Il Libano risorgerà.
A prezzo del sangue libanese sparso dal Caino-Israele.
Come scarafaggi, fuggiranno di fronte alla luce.
Gli scontri di questi ultimi giorni si svolgono intorno ai due villaggi di Maroun er Ras e di Bint Jbeil.
Quale velario di simboli questi due nomi sollevano…
Maroun er Ras indica San Marone il Capo.
E Bint Jbeil significa La figlia di Byblos.
Presume dunque, Israele, di combattere contro questa doppia eredità cristiana e fenicia del Libano, e di vincere?
Ardua impresa!
Perché dall’alto delle nostre montagne vigilano, tra cielo e terra, temibili guerrieri, nelle loro corazze nere: i loro bruni e luminosi abiti monastici.
Vigilano sul Libano: il Libano fraterno di comunità intrecciate e molteplici: cristiane, sciite, sunnite, druse, alawite.
Vigilano invincibili san Marone, san Charbel, sant’Hardini, santa Rafqa.
Essi sostengono con la loro forza celeste la forza e il coraggio di tutti i combattenti che oggi in terra proteggono l’anima e il corpo del Libano.

Si ha a volte tendenza a disprezzare coloro che tengono al patrimonio della loro storia e delle loro tradizioni, ma bisogna sapere una volta per tutte che nessuno potrà radere al suolo l’eredità – le eredità . della nostra civiltà.
Quando i fenici attraversavano i mari alla scoperta di nuovi mondi e offrivano il loro alfabeto unico (in seguito adottato dal mondo occidentale, che si è potuto civilizzare proprio grazie al nostro alfabeto), il mondo era ancora ai balbettii e ai primi passi della civiltà.
E come un tempo siamo stati tra coloro che hanno aperto generosamente ad altri le vie della civiltà, noi saremo forse ancora una volta, in questo mondo fangoso che agonizza nel sudario di tutte le sue lebbre, di tutti i suoi vizi e di tutte le sue viltà, noi saremo forse il popolo fedele che affida alle altre nazioni – con la nostra testimonianza di rettitudine, di coraggio, di irremovibile combattimento – la fiaccola della riconquista e della rinascita.


Note
1)
Egeland denuncia «una violazione del diritto umanitario»nella distruzione della periferia sud, in L’Orient – Le Jour, 24-7-2006. 2) Downing Street nega ogni disaccordo in seno al governo sul Libano, in L’Orient – Le Jour, 24-7-2006.
3) Uri Avnery, The real aim, in Gush Shalom, 15-7-2006: zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1152991173/.
Traduzione italiana: Uri Avnery, Il pacifismo israeliano e la guerra, in Peacereporter, 18-7-2006:
www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=5869.
4) Uri Avnery, Ibidem.
5) Livia Rokach, Israel sacred terrorism, pagina 5.
Citato in Maurizio Blondet, Il sacro terrorismo, in http://www.effedieffe.com/, 19-7-2006.
6) Gilad Atzmon, Israel’s raids on Gaza and Lebanon. Echoes of the Wehrmacht, in CounterPunch, 14-7-2006: www.counterpunch.org/atzmon07142006.html.
Traduzione italiana: I raids israeliani su Gaza e il Libano. Riecheggiano la Wehrmacht, in Come don Chisciotte, 19-7-2006: www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2324
7) Maurizio Blondet, Il sacro terrorismo, in effedieffe.com, 19-7-2006:
www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1300&parametro=esteri.
8) www.rjliban.com/appel-francais.htm.
9) In due articoli intitolati «Le ‘benedizioni’ della violenza» e «La scuola dell’odio», apparsi sul Corriere della sera il 10-11-1995, Lorenzo Cremonesi, corrispondente di riguardo del giornale e notoria «voce di Israele», ci dà un’idea della «dottrina» predicata da sempre da una percentuale considerevole e [oggi] crescente del rabbinato, tra cui il «pio»e «timorato» rabbino Ido Ebla, che nel marzo 1995 – in un volume in omaggio al medico-colono Baruch Goldstein (che, non meno «pio»e «timorato», aveva massacrato 29 musulmani in preghiera a Hebron) – aveva avuto cura di ricordare che quello dei dieci comandamenti che prescrive «non uccidere», ebbene, tale comandamento «non è valido se ebrei uccidono non-ebrei»(Corriere della sera, citato). Se infine i goyim – i non-ebrei, i «gentili»- pretendessero un giorno di proteggere la loro vita ingiustamente aggredita o i loro beni ingiustamente saccheggiati dai loro aggressori «eletti», ciò li collocherebbe ipso facto nel campo in cui «nessun gentile [nessun non-ebreo] […] è innocente» (Ibidem).
Confronta riguardo al magistero di barbarie dell’halakhah talmudica, Israel Shahak, Jewish history, jewish religion. The weight of three thousand years, Pluto Press, London, 1994, pagina 128; traduzione francese: Israël Shahak, Histoire juive, religion juive. Le poids de trois millénaires,
Prefazione di Gore Vidal, Introduzione di Edward W. Saïd, La Vieille Taupe, Paris, 1996, pagina 232. Confronta inoltre Israel Shahak, Israeli foreing and nuclear policies, Foreword by Christopher Hitchens, Pluto Press, London, 1997, pagina 215; e Israel Shahak e Norton Mezvinsky, Jewish
fundamentalism in Israel, Seconda edizione, Pluto Press, London, 2003, pagina 224.
10) Fady Noun, Le sang, le miel et le lait, in L’Orient – Le Jour, 22-7-2006.
11) Questo sondaggio, riguardante la percezione della guerra contro l’Iraq da parte dell’opinione pubblica europea e la percezione delle minacce attuali per la pace nel mondo, è stato formalmente richiesto dalla Commissione Europea. Affidato a Eos Gallup («Taylor Nelson Sofres coordinated by Eos Gallup Europe»), è stato condotto nell’ottobre 2003.
Il full report, la relazione integrale, contenente l’analisi e i risultati completi offerti dal sondaggio, è stato pubblicato sul sito della Commissione Europea, in «Flash Eurobarometer 151», nel novembre 2003, con il titolo: «Iraq and peace in the world. Fieldwork 8-16 october 2003. Publication november 2003. Full report. Realised by Eos Gallup Europe upon the request of the European Commission. Survey organised and managed by Directorate-General ‘Press and Communication’ (Opinion Polls, Press Reviews, Europe Direct)», pagina 162:
http://europa.eu.int/comm/public_opinion/flash/fl151_iraq_full_report.pdf.
L’opinione pubblica dei diversi paesi europei indica apertamente Israele come la principale minaccia attuale per la pace nel mondo (59%, vedi pagine 81 et 144); gli Stati-Uniti arrivano a malapena ad attestarsi al secondo posto (53%, vedi pagine 87 et 140).
In eventuali olimpiadi degli Stati-canaglia, dunque, i primi due posti sarebbero già aggiudicati: primo premio e medaglia d’oro a Israele, secondo premio e medaglia d’argento agli USA.
12) Vedi David Hirst, The gun and the olive branch [Il fucile e il ramo d’ulivo], 2005, Terza edizione, che riporta ampiamente le affermazioni di Martin van Creveld. Confronta il resoconto del volume in Israel Adam Shamir, La storia definitiva del sionismo (in inglese), in South China Morning Post, 8-11-2003 (e in www.israelshamir.net). David Hirst, come ricorda Israel Shamir,
espone nel suo volume i casi «di quelle spie israeliane che fanno saltare ambasciate americane, biblioteche britanniche, sinagoghe irachene e navi dove si ammassano rifugiati ebrei, quando si tratta di provocare la reazione che si attendono. Ci narra la lunga sanguinosa carriera di Ariel Sharon, dal massacro di 60 contadini nel piccolo villaggio di Kibyeh, mezzo secolo fa, fino ai massacri in Libano e altrove». Sul pensiero di van Creveld e le «lezioni di distruzione e massacro» date agli americani in Iraq sulla base della ricca esperienza acquisita dagli israeliani soprattutto al tempo delle loro distruzioni e dei loro massacri a Jenin, confronta Chris McGreal, Mandate i bulldozers: ciò che ha detto Israele ai marines sugli scontri di strada (in inglese), in The Guardian, 2-4-2003. Vedere inoltre Israel Adam Shamir, È mezzanotte meno cinque, dottor Sharon, in www.israelshamir.net, 13-11-2003.
13) L’Orient – Le Jour, 24-7-2006
14) Maurizio Blondet, «Osama bin Mossad», Effedieffe, Milano, 2003, pagine 144, € 11.
15) Jacqueline Amidi, Said Akl: un géant mais près du coeur, in La Revue du Liban, n° 1569, 30-12-1989 / 6-1-1990, pagine 30-32.
16) Salmo 37, 1-3 e 35-36.
17) Il 10 agosto 1792, alle Tuilleries, 626 guardie svizzere, dopo che il re aveva dato l’ordine di cessare il fuoco, furono massacrate dalla feccia giacobina e massonica. Altre 200 furono massacrate in seguito, nelle prigioni di Parigi, tra il 2 e il 10 settembre dello stesso anno. Il canto
di Émile Jacque-Delcroze si può ascoltare nel bello e recente cd, intitolato «Vandea», del «Choeur Montjoie Saint-Denis», diretto da Jacques Arnould (www.choeur-montjoie.com). Il cd «Vande-a» raccoglie inni e marce del tempo (o riferite al tempo) di quella fioritura di grandezza e di eroismo che fu la «guerra di giganti»dei contadini, dei giovani e del popolo intero della Vandea contro le «colonne infernali» dei massacratori giacobini.

Originale francese:
Jacqueline Amidi, Liban-Israël, l’heure de la vérité?, in www.effedieffe.com, 29-7-2006:
www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1324&parametro=esteri.

(Tratto da www.effedieffe.com)

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