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L’IMBARAZZANTE RITARDATO GLOBALE di Maurizio Blondet

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bush cry

Bush che piange: «Dovevamo bombardare Auschwitz» (sua unica soluzione ad ogni problema), e poi farfuglia «le ferrovie che portavano in prigionieri, voglio dire».
Condy Rice gli passa un bigliettino: «Zitto, shut up».
Bush che insiste ad Abu Dhabi: «Le azioni dell'Iran minacciano la sicurezza di tutte le nazioni. Sicchè gli Stati Uniti rafforzano il loro impegno di lunga durata per la sicurezza dei nostri amici nel Golfo, e radunano amici in tutto il mondo per affrontare questo pericolo prima che sia troppo tardi».
E gli «amici del Golfo», emiri e monarchi petroliferi, si guardano imbarazzati.
«L'Iran è nostro vicino, e dobbiamo conviverci» ha spiegato poco dopo ai giornalisti Ibrahim Mohieldin, direttore del dipartimento Americhe della Lega Araba.
«Gli USA sono lontani migliaia di miglia – è la 'nostra' sicurezza che sarà minacciata se isoliamo Teheran» come chiede Bush. Bush dice di sentirsi «incoraggiato dalle elezioni in Libano, Iraq e territori palestinesi», e tutti si scambiano occhiate a disagio (1).

A proposito dei fanatici religiosi (gli sciiti iraniani): «Essi odiano il nostro governo perché non condivide la loro oscura visione. Odiano gli Stati Uniti perché sanno che stiamo al vostro fianco opponendoci alle loro brutali ambizioni».
Imbarazzo persino dei grandi media americani, che sorvolano su questo triste viaggio di Bush, e obiettano mitemente a questa retorica che stanno sentendo da sette anni.
Un certo senso di pena ha accolto il cosiddetto «incidente di Hormuz», con motoscafi iraniani contro un incrociatore e due cacciatorpediniere lanciamissili; nemmeno la Fox ci ha ricamato sopra tanto.
Solo Olmert e il governo israeliano abbracciano questi deliri: attaccare Teheran, attaccare Teheran, ha la bomba atomica…

Il lato più imbarazzante è stata la bocca impastata del presidente: «Nookular bombs», «Amer'ka» «A-rabs».
Anche, qui, i presenti non sapevano dove guardare.
Che Bush sia stato spesso ubriaco in questo tour («Tour del Ritardato», ha scritto un blogger) è stato troppo evidente.
La biografia autorizzata racconta che Bush è stato alcolizzato, ma oggi ha trovato la fede ed è un sobrio «cristiano rinato».
Ma le contusioni sul volto che spesso mostra (gli ubriaconi cadono e si feriscono di frequente in faccia), le lacrime facili («la làcrimas de ron» di un famoso tango), la pronuncia impastata, il singhiozzo da alcool («Gli è andato di traverso un dolcetto», è la scusa pietosa) sono segni troppo evidenti per passare sotto silenzio.

Il Globe Magazine, un tabloid da supermercato ma benissimo informato se queste cose, ha un titolo senza ambagi: «Laura's claws marks!», e la foto di Bush con in faccia i segni di graffi profondi fattigli dalla moglie Laura.
I «segni degli artigli di Laura», appunto (2).
E' avvenuto il primo gennaio, prima del penoso viaggio in Medio Oriente.
«La furiosa first lady gli ha unghiato la faccia durante un aspro litigio sul vizio di bere del presidente».
Il Gobe cita «una fonte della Casa Bianca»: «Laura ha perso le staffe, non può sopportarlo quando beve. Gli ha chiesto di posare il bicchiere, e lui le ha lanciato una serie di insulti e oscenità. Scena disgustosa».
Da tempo si attribuisce a Laura Bush la decisione di divorziare appena scadrà il mandato presidenziale, per i continui litigi e insulti dell'ubriaco.
Pare tenga un diario delle scenate, con cui minaccia di screditarlo.

g0308george-and-laura
Bush graffiato dalla moglie

Il vero mistero è come mai i media, i democratici e gli opinion maker – sempre pronti a lavare i panni sporchi di presidenti e candidati con voluttà (ricordate lo spazio dato al lavoretto che Clinton si fece fare da Monica), voluttuosamente intenti a spiare le «falle di carattere», le debolezze di Obama o di Hillary e a chiedersi se persone così sono degne di guidare l'unica superpotenza rimasta – esercitino tanta reticenza sulle falle di un presidente evidentemente bisognoso di cure psichiatriche, e così al disotto del suo ruolo.
E' l'uomo che ha devastato l'economia, trascinato a terra il prestigio internazionale americano, distrutto le forze armate più potenti (o almeno più costose) del pianeta.

Aviation Week ne ha dato recentemente un triste quadro (3): «Nell'anno fiscale 2008 il Pentagono dovrà finanziare l'aumento delle truppe di fanteria di 92 mila uomini in servizio attivo che Bush ha finalmente accettato, dopo essere rimasto fisso per quattro anni sulla linea negazionista di Donald Rumsfeld, che nessun aumento era necessario. Il ministero deve provvedere all'assistenza dei feriti, riparare e sostituire gli armamenti danneggiati o perduti; riportare le scorte e i rifornimenti pre-posizionati al livello pre-guerra; applicare nel più breve e stringete termine le lezioni di contro-guerriglia che ha imparato in Iraq; risollevare il morale dei soldati e dei Marines che, mancando la leva militare, hanno sopportato il più ingiusto peso. A parte che trovare altri 92 mila volontari per l'esercito e i Marines sarà difficile, se non impossibile».
A questo dovrà dedicarsi il prossimo presidente, chiamato a ripulire il disastro dell'ubriacone.
Con quali fondi non si sa.

«Inchieste del Congresso hanno dichiarato che i fondi possono essere trovati nel bilancio stesso della Difesa, dove 20-50 miliardi di dollari vanno perduti ogni anno in sprechi, frodi e abusi».
Sprechi e corruzione che divorano tra i1 2% e il 29% dei degli stanziamenti normali, per lo più spesi per assoldare costosissimi mercenari a coprire l'insufficienza numerica delle truppe, e per contratti miliardari ad imprese amiche e inadempienti come Hallyburton di Dick Cheney.

Il settimanale ufficioso dell'aviazione elenca altre rovine: «In un periodo in cui serviranno più che mai collaborazione, civiltà e compromessi costruttivi tra i partiti e i leader USA e tra gli Stati Uniti e le altre nazioni, la previsione è al contrario di un deterioramento delle relazioni».
«Per sordità e mancanza d'impegno, gli USA hanno perso gran parte del loro ruolo di leadership negli affari internazionali».
«Gli alleati e i potenziali amici osserveranno come vanno le cose in Iraq, quanto più gli USA continuano una guerra che pochi alleati hanno approvato fin da principio, che ha perso presto ogni giustificazione e che è stata gestita in modo confuso dall'inizio fino ad oggi».
Si cita «il caos in Pakistan», che richiede da parte americana «azioni sottili e non vanterie».
E infine: «Ciò che tutti questi problemi hanno in comune è che richiederanno leader di buona volontà e di spirito generoso, per escogitare accordi che ciascuno sia disposto a sostenere per il bene comune».
Insomma, occorre qualcuno che sia il contrario di Bush.

Soprattutto preoccupa Aviation Week il crollo della potenza militare americana, da cui Bush (e Cheney e i neocon) hanno fatto dipendere in così decisiva parte le loro ambizioni di egemonia mondiale.
«Gli USA non sono più capaci di sostenere lo sforzo che hanno profuso in Iraq dal 2003».
L'Iraq, paese di 25 milioni di abitanti, male armato e già indebolito dall'embargo quando fu attaccato, ha esaurito la «sola superpotenza rimasta».
E ovviamente, meno per merito dei guerriglieri iracheni che per la gestione torbida, o sub-normale, della guerra da parte di Bush, Rumsfeld e i loro consiglieri neocon.
Il Washington Post ha raccontato, l'11 gennaio, che l'Air Force metterà a riposo «indefinitamente» almeno 160 caccia F-15 per gravi difetti di fabbricazione.
Vecchi modelli della McDonnell Douglas, oggi assorbita da Boeing, ma pur sempre il 40% degli
F-15 disponibili.
I voli in zona operativa (ma senza che il «nemico» disponga di aviazione) hanno rivelato ali che si crepano perché troppo sottili, longheroni che si spaccano, in un caso una fusoliera che s'è aperta in due durante un combattimento aereo simulato sui cieli del Missouri.
Tanti saluti alla revolution in military affairs di Rumsfeld; il sogno della superiorità tecnologica assoluta è stato intaccato dalla corruzione dell'apparato militare-industriale, che rifila al suo unico cliente, il Pentagono, pericolosi catorci e prezzi d'affezione.

bushdrunk
Bush in una foto di qualche anno fa a seguito di una caduta…

Mai un'Amministrazione è stata tanto stupida e folle, tanto rovinosa e discutibile – un presidente ubriaco che si ripete come un disco rotto, un vice-presidente in conflitto d'interessi colossali e forse golpista, un «pensiero strategico» dei neoconservatori rivelatosi distruttivo per il Paese – eppure mai un'Amministrazione ha avuto tanto buona stampa.
Il Washington Post che braccò Nixon e lo costrinse alle dimissioni, la CNN che non mancava mai di dedicare ore di pettegolezzi velenosi alle scappatelle di Clinton, la Fox e gli altri network e grandi giornali hanno dato all'alcolista un credito mai visto nella storia americana.
Hanno taciuto sui suoi errori folli, non hanno criticato la sua brutale inefficacia, si sono fatti trascinare in guerre pretestuose (e perdute) senza alzare l'ombra di una critica.
Hanno accettato la legalizzazione della tortura e le intercettazioni telefoniche di cittadini americani sospetti.
Hanno accettato un ministero chiamato «Sicurezza della Patria» e una legge come il Patriot Act, che riduce le libertà personali.
Hanno condonato brogli e trucchi sporchi.
Sopportano un presidente imbarazzante ad occhi bassi.
Un presidente che finisce sui tabloid per i litigi con la moglie…
E non l'hanno fatto per lisciare per il suo verso il pelo del popolo americano, i suoi pregiudizi. L'impopolarità di Bush cresce ogni giorno da anni.

Nel 2006, gli elettori hanno votato un Congresso massicciamente democratico, ossia d'opposizione al presidente, perché i democratici promettevano di tenere a freno i pazzi della Casa Bianca.
Questo Congresso non ha fatto che approvare e ratificare le follie di Bush, anche quelle liberticide. Nessuno più di Bush meritava l'impeachment; nulla.

C'è un solo motivo plausibile per questa mancanza di opposizione, per questa reticenza nelle critiche: qualcuno esercita sui media e sul Congresso un qualche tipo di pressione, di influenza.
O forse di minaccia e ricatto.
Una minaccia o pressione così capillare, incessante e temibile, che nessuno osa alzare la voce, e gli stessi candidati anti-Bush si affrettano a proclamare che, se diverranno presidenti, faranno le guerre di Bush meglio di Bush, e attaccheranno l'Iran come vuole Olmert.
Provate a immaginare qual è la lobby capace di fare una simile pressione.

Maurizio Blondet


Note
1)
Hanna Allam, «Bush Mideast speech draws cool response», McClatchy, 13 gennaio 2008.
2) «First Lady Laura's Bloody Fight With Boozing Bush», Globe, 9 gennaio 2008.
3) «Bush's Last Chance To Repair The Pentagon», Aviation Week, 17 dicembre 2007.

Fonte:  effedieffe.com

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