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L’ORRORE E LA SPERANZA di Paolo Cortesi

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I nemici, ora, sono i romeni?
Certo: quando sfilano statistiche, tutto sembra molto convincente, ed io non ho nessuna intenzione di fare del razzismo alla rovescia e di nominarmi difensore d’ufficio di un’intera nazione…
Desidero solo proporre spunti di riflessione su un problema attuale e terribile (veramente terribile, se non altro per il fatto che una donna inerme è stata ammazzata con una brutalità che spezza ogni pensiero).
Colui che ha aggredito – e forse ucciso – la signora romana la quale tornava a casa in una strada che taglia una zona depressa è un romeno. Ha derubato la donna e l’ha selvaggiamente picchiata, fino a lasciarla (così dicono i giornali) in coma, scaraventata a terra come un fagotto. Una donna, romena anche lei, ha assistito alla scena, ha chiamato aiuto, ha indicato il responsabile.
Quando la polizia è intervenuta, tutta la piccola collettività di disperati che vive in quella sordida baraccopoli ha fatto muro in difesa dell’uomo e ha definito la sua accusatrice una malata di mente inaffidabile, così riporta La Stampa del 2 novembre.
Tutto ciò è agghiacciante. L’aggressore è al di là di ogni giustificazione, ma sembrano ancora più moralmente ripugnanti coloro che, istintivamente, difendono quell’uomo.
Così, la gente sentenzia che i romeni sono cattivi, ovvero: basta essere romeno per essere considerato cattivo. Ma facciamo un poco di attenzione: per circa un paio di secoli, in nostre regioni italiane (abitate da italiani nati da italiani,  per generazioni) l’omertà è stata legge, e la popolazione non solo non accusava delinquenti noti,  ma arrivava a proteggerli con il silenzio,  o con dichiarazioni false. Esisteva una condizione ambientale in cui la violenza era ritenuta inevitabile.
Penso alla Campania, alla Sicilia, alla Calabria, alla Sardegna, alla Romagna, all’alto Lazio: camorra, mafia, ‘ndrangheta, brigantaggio e altre storiche organizzazioni criminali hanno prosperato nel terrore e nella complicità di intere collettività. Non crediamo, tuttavia, che esistesse in quelle popolazioni una specie di misterioso “virus della violenza”, annidato nel DNA, incastrato nel destino della comunità.
Ed allora, occorre definire meglio la questione, affinché il problema esca da contorni confusi, anzi isterici, e si delinei nella sua reale natura, che non è meno atroce, ma è almeno più aderente alla realtà. Chiediamoci: quale può essere la struttura mentale di un uomo che arriva a fare tanto male ad un suo simile? Qual è la cultura che conduce ad un disprezzo così assoluto della vita umana? L’origine etnica non conta assolutamente nulla: nordici con capelli biondi e occhi azzurri hanno devastato l’umanità con azioni che una mente sana stenta a concepire. Ciò che conta davvero è la cultura, e con questo termine, qui, intendo l’interpretazione della realtà che disegna rete di relazioni tra l’individuo e gli altri. Che esistano culture più inclini alla violenza è un dato di fatto. Così come è un fatto che siano esistiti momenti della storia in cui la violenza è stata non solo accettata, ma esaltata.  Individui come il romeno aggressore non hanno cultura nel senso alto e pieno della parola, ma solo un rozzo codice di comportamento animalesco.
Animali da preda, insensibili al dolore altrui, si fa davvero fatica a definirli persone. Ma tale orrore non ha nazionalità, né caratteristiche fisiche evidenti, come invece voleva Lombroso, non ha una specifica collocazione nel tempo e nello spazio.
E la sola salvezza all’orrore si trova, tutta e soltanto, nella cultura e nell’evoluzione morale.  La repressione è la risposta della paura e della disperazione; darà frutti immediati, ma non duraturi e saldi e profondi, a meno che non si scelga la scellerata via della “tolleranza zero”, la quale non è altro che un perenne stato di guerra falsamente dichiarato pace.
Il nostro tempo è tempo di violenza, una violenza così diffusa, così capillare e pervasiva che si confonde con la realtà quotidiana, con la cosiddetta normalità.  Disoccupazione, carovita, precariato, vergognose differenze di classe, devastazione della natura: tutto questo è violenza, eppure ne siamo così immersi che non ne abbiamo il timore, lo sdegno  che dovremmo avere.  La sola vera soluzione si trova in un nuovo umanesimo laico, che restituisca alla persona dignità e consapevolezza.
Ma questo sarebbe/sarà un percorso lunghissimo, difficile, ostacolato.  Siamo nel cuore tenebroso della più oscura galleria della storia umana; noi abbiamo il duro privilegio di indicare l’uscita, anche se forse non ne vedremo la luce.
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