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MORIRE E VEDERE di Paolo Cortesi

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Poi, dissi all’edicolante, fra un giorno o due al massimo verrà diffuso il video integrale, quello che mostrerà la caduta del corpo dalla botola, la fine.
La giornalaia – che pure non ha mai avuto alcuna particolare sensibilità verso i problemi dei diritti umani – ha commentato:
“Però, vedere morire così uno, a freddo. Anche se è uno come quella carogna, ti fa impressione…”
Vedere morire…questa mi sembra una delle chiavi per comprendere. Dal punto di vista politico non c’è nulla di incomprensibile né di straordinario nell’esecuzione di Saddam. Era la fine che moltissimi aspettavano, quella che lui meritava e che lui certo prevedeva. La sola cosa su cui si può discutere all’infinito è sull’opportunità di questa sua esecuzione ora. È facilmente prevedibile che la guerra civile in Iraq raggiungerà punte estreme. Le truppe di occupazione e i soldati del nuovo sedicente governo iracheno avranno più vittime del solito; è solo questione di quando ciò accadrà.
L’elemento che mi sembra significativo è il fatto che la fine di Saddam è la tipica fine avvenuta in era mediatica: l’esecuzione è stata (malamente) filmata, e solo così, solo diffusa su tv e internet, è “effettivamente” avvenuta.
La storia e la politica non si fanno con i “se”, ma credo che se l’esecuzione non fosse stata ripresa, se non si fosse visto il volto teso, lo sguardo fisso e già non più vivo, se non si fosse visto un uomo inebetito dal terrore preparato ad essere ucciso, se quella atroce ritualità di morte non fosse stata vista, forse le riflessioni sulla necessità o meno di questa esecuzione sarebbero state molto diverse.
Perché un conto è sentenziare sulla pena di morte, un conto è assistere – anche se da un televisore – alla mostruosa procedura.
Per riflettere sulla follia della pena di morte è necessario vedere un’esecuzione?
La nostra morale è diventata una morale visiva? Non riusciamo più a formulare pensieri “forti” se non abbiamo lo stimolo di un’immagine? Pensiamo ad immagini? Siamo già diventati mutanti che possono applicare la loro speculazione solo a qualcosa che vedono? Insomma: la degenerazione da homo sapiens ad homo televisivus è già accaduta?
Ciò che non appare non esiste: questa sembra la triste verità sociologica del nostro tempo. E, come l’incalzante successione di immagini è frenetica e inarrestabile, così la nostra capacità morale e riflessiva è effimera, fugace, instabile e mutevole.
Tutto scorre, diceva l’immenso Eraclito. Ma, oggi, tutto non scorre con la pacata solennità del fiume, ma con la cieca rapidità di un crollo, di una rovina; tutto turbina e si sfalda nella furia demente di un gorgo che alimenta se stesso, verso la desolazione, verso il collasso.
Saddam è stato impiccato. Giustizia per alcuni, vendetta per altri. Evento mediatico per tutti. E mediatico, oggi, significa soltanto assenza totale di giudizio, sospensione di ogni riflessione etica: l’immagine giustifica se stessa; la curiosità si è sostituita al desiderio di conoscere; un voyeurismo vagamente necrofilo ha preso il posto della meditazione.
Lo storico del futuro dovrà lavorare su milioni di immagini, ma su una quantità paurosamente misera di idee.

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