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Un periodo di feste che permetta di stare un poco insieme e, soprattutto, allontani dalla condanna del lavoro, è cosa molto buona. Chiedo solo si sappia cosa si festeggia.
Buone feste a tutti.

Roberto Renzetti


Mitra
(Da Karlheinz Deschner – Prima che il gallo canti – Massari 1998)

Mitra, il dio della Luce celeste, è una personificazione del Sole. Il suo culto, originario della Persia e dell'India, nel III secolo a.c. era già diffuso in Egitto. Quasi contemporaneamente al Cristianesimo, penetrò poi nell'Impero Romano, facendo numerosi proseliti con grande rapidità soprattutto fra i soldati, i mercanti e gli schiavi, estendendosi in Nordafrica, in Spagna, in Gallia, in Germania e persino in Britannia.

Il punto di irraggiamento della religione di Mitra fu la Cilicia, patria di Paolo, dov'era penetrata quasi cent'anni prima di lui. Gli studiosi hanno accertato tutta una serie di corrispondenze fra la sua predicazione e i culti mitraici.

Mitra discese dal cielo e si racconta che alla sua nascita fu adorato dai pastori, che gli recarono in dono le primizie dei greggi e dei frutti della terra. In seguito ascese in cielo, venne posto sul trono accanto al dio del Sole, cioè, divenne partecipe della sua onnipotenza, e infine fu parte di una Trinità. Si credeva, inoltre, che un giorno sarebbe tornato a resuscitare e a giudicare i morti.

Mitra era il demiurgo fra cielo e terra, fra dio e l'umanità: era l'Uomo-dio, il Redentore del mondo e il Salvatore. Era anche «colui che nacque dalla pietra», come Cristo, a sua volta definito «la Pietra», concomitanza già notata dai più antichi apologeti della Chiesa, e come Pietro, sempre accostato all'immagine del gallo e delle chiavi, entrambi simboli del dio del Sole.

Il giorno consacrato al dio del Sole era il dies solis, celebrato in modo particolare nel culto di Mitra come primo giorno della settimana, e in seguito definito «il giorno del Signore» (dies dominica) dai cristiani, per i quali in origine tutti i giorni della settimana erano egualmente dedicati al Signore. Intorno alla metà del III secolo, Origene insisteva sul fatto che per il perfetto cristiano tutti i giorni sarebbero dovuti essere giorni del Signore. E ancora nel IV secolo, nel Cristianesimo la domenica non conosceva la cessazione dell'attività lavorativa, nemmeno nei monasteri di più stretta osservanza: la Domenica fu introdotta da Costantino con una legge del 321.

L'origine del Natale
Il giorno della nascita di Mitra, il dies natalis Solis, era il 25 dicembre, che, come tutti sanno, è oggi il giorno della nascita del Cristo; ma nella cristianità primitiva si celebrava solo una festa, la Pasqua, e fino al IV secolo la Pasqua e la Pentecoste furono le uniche festività ufficiali della Chiesa. A quanto pare, allora si ricordava ancora che Gesù non aveva mai predicato l'introduzione di feste!

Per molto tempo la nascita del Cristo non fu celebrata, e in seguito, per altro, venne determinata in modo estremamente diverso, dato che non era certa neppure la determinazione dell'anno della nascita, per non parlare poi della storicità dell'evento. Intorno al 200, secondo quanto sappiamo da Clemente Alessandrino, per alcuni era il 19 di aprile, per altri il 20 di Maggio, mentre lo stesso Clemente credeva che la data esatta fosse il 17 Novembre.

Il Natale sorse in Egitto nel II secolo, festeggiato il 6 di gennaio, giorno della nascita del dio Eone ovvero Osiride. Ma fu solo a partire dal 353 che la Chiesa indicò il 25 dicembre quale data della nascita del Cristo, quel 25 di dicembre, nel quale ricorreva la festività di Mitra, l'invitto dio del Sole, e tale scelta si proponeva soltanto di cancellare dalla coscienza popolare la ricorrenza pagana. L'Avvento, festa preliminare alla celebrazione del Natale, venne introdotto addirittura solo nel VI secolo.

La nuova solennità ecclesiastica divenne ben presto assai popolare proprio perché altro non era se non la trasformazione e l'adeguamento della festa pagana del solstizio, della festività dell'Eone, cioè della mitica rappresentazione della nascita del nuovo sole. In tale circostanza, nella notte fra il 24 e il 25 dicembre gli iniziati si raccoglievano in un adyton sotterraneo, per compiere i riti iniziatici intorno alla mezzanotte. All'alba i fedeli lasciavano in processione il luogo sacro, portando con sé la statuetta d'un bambino, simbolo del figlio del dio del Sole appena nato dalla Vergine, la Dea Caelestis, e non appena sorgeva il sole recitavano in coro la formula liturgica:

«La Vergine ha partorito, la luce cresce».

E' stata tramandata anche la formula seguente: «Il Grande Re, il Benefattore Osiride è nato». Pare anche che alla nascita del dio risuonasse dal cielo una voce: «Il Signore dell'universo è venuto alla luce». In Luca l'Angelo dice: «Oggi è nato per voi il Redentore» (Lc. 1, 11).

Il racconto cristiano del Natale è talmente popolare, che molti credono ch'esso si trovi in tutti i Vangeli, mentre, al contrario, è presente soltanto in Luca, il quale ha rielaborato una tradizione veterotestamentaria e più ancora un patrimonio culturale pagano. Gli studi teologici anche di recente hanno sottolineato la profonda influenza pagana sulla narrazione di Luca:

«1) La descrizione, così piena di sentimentalismo, della madre errante, che non trova un luogo dove partorire la propria creatura. Qualsiasi lettore greco non poteva non ricorrere col pensiero alla madre di Apollo, che non riesce a trovare un luogo per partorire, e che i poeti descrivono in modo analogo. 2) Come in Callimaco il figlio di Zeus viene avvolto in fasce e Dioniso bambino giace dentro un crivello, così in Luca il Gesù bambino giace dentro una mangiatoia, avvolto in fasce. 3) Il racconto bucolico dei pastori viene riferito pressoché identico a proposito della nascita di Ciro e di Romolo, nonché nelle storie dell'infanzia di Mitra; esso non ha nulla a che fare con i racconti analoghi del Vecchio Testamento, dove manca proprio l'elemento essenziale, cioè l'omaggio alla divina creatura. 4) La luce nella notte è parte della natura dei Misteri: "Nella notte io vidi risplendere il Sole in luce accecante", così suona il racconto della cerimonia iniziatica dei Misteri di Iside. 5) Dalle celebrazioni misteriche proviene il grido: "Oggi vi è nato il Salvatore". L'esclamazione di giubilo degli Ierofanti in Eleusi suona: "La Signora ha generato un sacro fanciullo"; e nelle feste ellenistiche dell'Eone, influenzate da questa tradizione, risuonava il grido: "In quest'ora, oggi, la Vergine ha partorito l'Eone" e "La Vergine ha partorito, la Luce cresce". Per Osiride il grido suona: "Il Signore di tutte le cose viene alla luce … un Grande Re e Benefattore, Osiride, è nato" e nel culto dei re: "Vi è nato un Re … e lo ha chiamato Carilao, perché tutti divennero felicissimi". 6) Dalla pietas verso i sovrani derivano le locuzioni "annunciare una grande gioia", "Salvatore", "a tutto il popolo". 7) L'annuncio d'una grande gioia in occasione della nascita di un redentore è motivo tipico della storia delle religioni, del quale non sappiamo con certezza se abbia le proprie radici nel sorriso del cielo e del mondo quando nacque Buddha oppure nel giubilo cosmico per Zarathustra o se i due motivi videro la luce solo nell'Ellenismo. Forse possiamo presumere in Luca le medesime fonti ellenistiche della IV Ecloga di Virgilio. 8) Le schiere celesti in Luca derivano da concezioni veterotestamentarie, ma ci riportano alla memoria anche i Cureti vestiti da soldati e i Coribanti intorno alla culla di Zeus, o le schiere che circondano il fanciullo Dioniso».

Le concezioni intorno alla nascita dell'Eone quali ricorrono nei Vangeli erano, come si vede, ben note al mondo precristiano; lo attestano, fra l'altro, anche gli eloquenti Dialoghi religiosi alla corte dei Sassanidi:

«Signora – disse una voce – il Grande Helios mi ha a te inviato come messaggero della generazione che in te si compirà … Diventerai madre di un bimbo, il cui nome è "Principio e Fine"».

Anche la celeberrima Ecloga Quarta di Virgilio, composta intorno al 40 a.c., preannuncia la nascita di un bambino inviato dal cielo sulla terra, per portare la pace tanto desiderata: «Il tempo è ormai giunto – si legge nella poesia – già regna Apollo … Verrà generato un figlio dell'altissimo Signore». Analogamente Paolo scrive: «E quando fu giunta la pienezza dei tempi, Dio inviò suo figlio» (Gal. 4, 4). Anche la concezione prediletta da Paolo di «una nuova creazione», «di una nuova umanità» (2 Cor. 5, 17), si può cogliere nel componimento virgiliano espressa in modi assai simili: nel verso 7 vi si parla della nova progenies, cioè di una nuova schiatta. E anche Marco dice: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc. 1,15).

Il culto e la sua storia
La religione di Mitra era seguita da una comunità suddivisa in modo strettamente gerarchico, le cui propaggini si estendevano a tutto l'Impero Romano. Il capo si chiamava Pater patrum (padre dei padri), come il Sommo Sacerdote del culto di Attis e poi il Papa romano. I Sacerdoti portavano spesso il titolo di «Padri» e i fedeli si chiamavano «Fratelli», definizione usuale anche presso altre forme di culto, come, ad esempio, in quello di Juppiter Dolichenus, i cui componenti si chiamavano fratres carissimi assai prima che i cristiani si servissero della medesima terminologia.

Il culto mitraico conosceva sette sacramenti, come ancor oggi la Chiesa cattolica, nella quale, a dire il vero, tale numero ha conosciuto numerose oscillazioni lungo i secoli. Attestati per la prima volta nel XII secolo presso Pietro Lombardo, i 7 sacramenti furono elevati a dogma nel 1439 , durante il Concilio di Ferrara-Firenze.

Il culto di Mitra possedeva un Battesimo, una Cresima e una Comunione consistente in pane e acqua o in un miscuglio d'acqua e di vino, celebrata, come nel Cristianesimo, in memoria dell'ultima cena del Maestro coi suoi discepoli; le ostie erano poi contrassegnate da una croce.

Ai Sacerdoti spettava soprattutto la dispensazione dei Sacramenti e la celebrazione del servizio divino: la messa veniva celebrata quotidianamente, ma la più importante era quella domenicale (nel dies solis): l'officiante pronunciava le sacre formule sul pane e sul vino, nei momenti particolarmente solenni si faceva squillare una campanella e in generale risuonavano lunghi canti accompagnati dalla musica. Sugli altari dei templi di Mitra era accesa una sorta di Luce Perenne. Le iniziazioni avevano luogo in primavera, come molti Battesimi nella Chiesa antica, e in particolari festività culturali i peccati venivano purificati col sangue. I Padri della Chiesa videro in codeste analogie nient'altro che invenzioni diaboliche.

I seguaci di Mitra si richiamavano a una Rivelazione, ponevano un diluvio all'inizio della storia e un giudizio universale alla fine; non solo credevano nell'immortalità dell'anima, ma anche nella resurrezione della carne.

Le istanze morali del culto di Mitra, il «Dio Giusto» e il «Dio Santo», non avevano nulla da invidiare a quelle dei cristiani: come i cristiani dovevano imitare il modello del loro padre celeste, allo stesso modo il fedele del vero, giusto e santo Mitra tenuto a condurre una vita attivamente governata dalla morale. La sua religione definita da precisi «comandamenti», perseguiva un rigoroso ideale di purezza; la castità e la temperanza erano annoverate fra le virtù più alte, e anche l'ascesi vi svolgeva un ruolo non secondario.

L'evoluzione delle due religioni presenta non poche analogie: il Mitraicismo, come il Cristianesimo, esercitò dapprima una forte attrazione soprattutto sui ceti più umili della società, conoscendo, per contro, il disprezzo dei Greci e dei Romani colti, finché, come al Cristianesimo, anche al culto mitraico si volsero ben presto le cerchie più influenti della società imperiale romana. Molti signori furono guadagnati alla nuova fede ad opera dei loro schiavi, proprio come accadde al Cristianesimo. non era raro il caso in cui le più alte cariche religiose venivano ricoperte da schiavi come nella Chiesa primitiva. «In questa confraternita spesso gli ultimi erano i primi, e i primi erano gli ultimi, perlomeno esternamente».

Fra il III e il II secolo la religione mitraica godette presso la corte del medesimo prestigio del Cristianesimo: Diocleziano, Galerio e Licinio consacrarono a Mitra quale protettore dell'impero, un tempio a Carnuntum, sul Danubio, e Massimiano gli innalzò un Mitrèo in Aquileia. I suoi seguaci erano sparsi dappertutto, dalla Spagna al Reno, dalla Britannia alla Gallia, dove gli furono innalzati dei templi a Londra e a Parigi. La fede mitraica lasciò le proprie tracce addirittura in Scozia. Allora per numero di adepti e per influenza sembrò sul punto di superare il Cristianesimo cui fu particolarmente inviso, del quale, per altro, fu da un lato l'avversario più irriducibile, dall'altro il più importante precursore.

Come tutti gli altri culti, anche il Mitriacismo dovette poi soccombere al divieto degli imperatori cattolici: istigati dalla Chiesa, ancora nel II secolo i suoi fedeli vennero perseguitati dai cristiani, i suoi templi saccheggiati, i suoi sacerdoti assassinati sepolti nei sacrari rasi al suolo. Fra le rovine del Mitreo di Salburg è stato ritrovato lo scheletro incatenato del sacerdote pagano, il cui cadavere era stato sepolto in quel luogo per dissacrarlo in perpetuo. A parere di molti studiosi la distruzione di questa religione ebbe successo proprio perché i cristiani innalzavano le proprie Chiese sulle rovine degli antichi luoghi di culto; infatti secondo un'antica credenza, in questo modo la divinità precedente era per così dire resa impotente o addirittura annichilita. Una cripta mitraica pressoché intatta si trova, ad esempio, sotto la chiesa di S. Clemente in Roma, e l'altare è collocato quasi esattamente sopra quello pagano.

La maggior parte dei Mitrei, non meno di quaranta (di cui circa una dozzina solo a Francoforte), sono stati scoperti in Germania, dove il culto di Mitra – dopo le province danubiane – aveva uno dei suoi più importanti punti di forza.

La fede mitraica si mantenne fino al V secolo solo sulle Alpi e sui Vosgi, ma poi fu eliminata anche qui e quasi totalmente dimenticata fino al XIX secolo.

Una delle raffigurazioni più belle di Mitra si trova in San Miniato, a Firenze, sulla tomba di un principe della Chiesa, il Cardinale Giacomo di Portogallo (morto nel 1459).

Asclepio, Eracle, Dioniso, Mitra sono figure mitiche, mentre Gesù, come sostiene trionfalmente la Chiesa, è un personaggio storico e quindi sarebbe tutto veritiero ciò che di lui narra la Bibbia. Ma forse che i miti non possono trapassare anche su personaggi storici? E Buddha, figura storica, non venne divinizzato quasi mezzo millennio prima di Cristo e altrettanto rapidamente? E non ci sono altre figure storiche, che godettero di venerazione religiosa dopo la morte o addirittura quando erano ancora in vita?
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Vi sono poi altre informazioni da legare a queste:
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Il culto del "sol invictus"

(Da un articolo di Alessio Mannucci su
http://www.ecplanet.com/canale/scienza-1/scienza_eretica-101/1/0/21465/it/ecplanet.rxdf )

“E sorgerà per voi, che temete il mio nome, il sole di giustizia con raggi benefici e voi uscirete e saltellerete come vitelli liberati dal giogo; e calpesterete gli empi ridotti in cenere sotto i vostri piedi nel giorno in cui io opero, dice il Signore onnipotente”.

Il Sol Invictus era una divinità solare di Emesa introdotta dall'imperatore Aureliano (270-275), che aveva costruito a Roma anche un tempio in suo onore nel Campus Agrippae (l'attuale piazza San Silvestro). Nel culto del Sol Invictus confluirono la Mastruca celtica e il germanico Yule (ruota), con esplicito riferimento al Sole. Nigel Pennick spiega: “Lo stesso termine Yule (anglo-sassone Geola) significa Giogo dell'Anno, vale a dire il punto d'equilibrio esistente oltre il declino della luce del sole. (…). Il periodo dello Yule inizia quindici giorni prima del solstizio d'inverno con la festa di San Niccolò, che è associato alla figura sciamanica dello stesso Odino”.
Il primo Natale del Sole Invitto (Dies Natalis Solis Invicti), venne festeggiato a Roma e in tutto l'impero il 25 dicembre del 274 d.C. per ordine dell' Imperatore Aureliano, che aveva appena concluso la riunificazione dell'Impero Romano ed era reduce dalla grande vittoria sull'allora principale nemica dell'impero, la Regina Zebedia del Regno di Palmira. La vittoria era stata resa possibile dallo schierarsi di Emesa, città-Stato rivale, a fianco dell'esercito romano, in un momento di sbandamento delle milizie; questa discesa in campo a favore dei Romani fu sostenuto dai sacerdoti di Emesa, cultori del Dio “Sol Invictus”; Aureliano, all'inizio della battaglia decisiva, disse di aver avuto la visione benaugurante del dio Sole di Emesa.
L'Imperatore trasferì a Roma, in segno di ringraziamento, la classe sacerdotale e il culto del Sole di Emesa, ed in onore del Dio Sole Invincibile fece edificare un tempio sulle pendici del Quirinale. L'adozione del culto del Sol Invictus fu vista da Aureliano come un forte elemento di coesione culturale dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell'impero, dall'Egitto all'Anatolia, tra le popolazioni celtiche e quelle arabiche, tra i Greci e gli stessi Romani.
Aureliano propose dunque il Sol Invictus di Emesa ai cultori ellenico-romani di Helios-Apollo, ai diffusissimi seguaci di Mitra, agli egiziani dei riti di Iside/Horus/Serapide, ai siriani ed arabi dei culti di Helios/Dusares/Baalim (a Petra, nell'attuale Giordania, il dio Sole Dusares era celebrato il 25 dicembre già dal 600 A.C. Epifanio, il vescovo cristiano della città di Salamina, padre della Chiesa e noto storico, affermava nel IV secolo d.C. che da tempo a Petra, la capitale del Regno di Palmira era festeggiato Dusares/Helios, il Dio Sole, nel giorno 25 dicembre. Dusares veniva celebrato sopra una pietra nera quadrangolare di lato cm 60 e alta cm 120; la presenza della pietra richiama una origine animista della divinità), ai Celti della Mastruca e ai Germanici cultori della Yule (particolarmente solenni erano le celebrazioni del rito della nascita del Sole in Siria ed Egitto: i celebranti si ritiravano in appositi santuari da dove uscivano a mezzanotte, annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato come un infante).
La festa del Sol Invictus si affermò come la festa più importante dell'Impero, con grande partecipazione popolare a Roma, anche perché si innestava ed andava a concludere la festa romana più antica, i Saturnali. Anche i culti cristiani si confusero con i culti solari, tanto che l'imperatore Adriano scriveva nel 134 d.C.: “Gli adoratori di Serapide sono cristiani e quelli che sono devoti al dio Serapide chiamano se stessi Vicari di Cristo”. Lo stesso Tertulliano (circa 160-220 d.C.), vescovo di Cartagine, cristiano e Padre della Chiesa, così scriveva: “…molti ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto noto che noi preghiamo rivolti verso il Sole sorgente e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia” (“Ad Nationes”). Sant'Agostino esortava invece i fratelli cristiani a non festeggiare il 25 dicembre il Sole, bensì chi aveva creato il Sole.

SOL INVICTUS ELAGABALUS
L'influenza siriana della città di Emesa (l'odierna Homs in Siria) sulla istituzione della Festa del Natale è stata significativa. Da Emesa, l'imperatore romano Settimio Severo prese in moglie Giulia, nata dalla stirpe dei sacerdoti del Dio Sole, e portò il culto a Roma già prima di Aureliano.

Da Emesa proveniva anche l'imperatore Elagabalus (Eliogabalo) che portò a Roma culto, sacerdoti e la sacra pietra a forma di cono con base circolare (pietra che tornò in Siria dopo l'uccisione dell'imperatore). Sulla pietra era scolpita un'aquila con un serpente nel becco, un simbolo del Sole (il culto del Sole di Emesa, di probabile origine araba, da parte dei nomadi beduini, prevedeva la presenza di una pietra cultuale, una pietra nera come quella della Mecca, in origine un meteorite, ndr), i nomi delle dinastie reali, l'evirazione del sommo sacerdote, il divieto di mangiare carne di maiale.

Altre teorie sostengono la provenienza di questo culto dall'egiziana città di Heliopolis o da Babilonia, sempre in un epoca antecedente al 1400 a.C. Eliodoro di Emesa scrisse nel III secolo d.C. il romanzo forse più completo di quel secolo, “Le Etiopiche” che ben descrive questa “contaminazione” tra culti solari egiziani e siriani, arabici ed etiopi. Eliogabalo è ricordato come il più giovane imperatore romano (a solo diciottanni), e anche uno dei più scandalosi. Fu mandato al potere grazie ad un complotto ordito dalla zia di Caracalla, Giulia Mesa, ai danni di Macrino, il legittimo successore.
Eliogabalo, nato in Siria dall'unione di Giulia Soemia, figlia della Mesa, e il senatore Vario Marcello, ebbe in eredità il sacerdozio del dio del sole El-Gabal di Emesa (manifestazione di El, principale divinità solare semitica), che cercò di porre al centro della religione di stato romana, addirittura più in alto di quella di Giove. Il suo matrimonio con la vestale Severa doveva tra l'altro servire a dimostrare l'alleanza tra le due fedi, per lo stesso motivo diede in moglie ad El-Gabal la dea romana Minerva.

Per l' invincibile divinità solare (Sol invictus), fece edificare sul Palatino un tempio dall'aspetto fallico in meteorite nera. Fu proprio a causa di questo culto che l' imperatore fu chiamato Eliogabalo. Erodiano narra che usava danzare intorno agli altari consacrati a El-Gabal mentre donne siriache suonavano cembali e tamburi e senatori e cavalieri stavano in piedi a guardare. Danze lascive, cerimonie oscene, e c'è chi dice anche sacrifici umani, tutto davanti l'ara del dio Sole.
Il giorno di mezz'estate la divinità assumeva il ruolo centrale in una festa che diventò la più grande festività di Roma. Dal tempio sul Palatino, la pietra nera veniva portata ad un altro tempio sopra un ricchissimo carro, tirato da cavalli bianchi, scortato dalle guardie e dal popolo e seguito dai simulacri degli altri dei, lungo le vie di Roma cosparse di fiori.

Continua Erodiano: “Piazzava il dio del sole su un carro ornato di oro e gioielli che veniva portato per i sobborghi, fuori dalla città. Il carro recante la divinità era trainato da sei grandi cavalli bianchi. Nessuno teneva le redini e nessuno stava sul carro, il carro veniva scortato come se lo stesso dio fosse il cocchiere. Eliogabalo, procedeva a ritroso davanti al carro, tenendo le redini e guardando il dio; faceva tutto il percorso all' indietro, con lo sguardo fisso in alto verso il suo dio”.
A dargli una ancora maggiore notorietà, furono le sue “disinvolte” inclinazioni sessuali. L'opinione pubblica romana era abituata agli imperatori che si tenevano vicino qualche fanciullo, generalmente in parallelo con le normali attività eterosessuali. Ma Eliogabalo era davvero senza freni. Secondo Dione Cassio, senatore e storico contemporaneo agli avvenimenti, ci racconta che Ierocle, uno schiavo biondo della Caria, fosse considerato il 'marito' favorito dell' imperatore e che Eliogabalo avesse l'abitudine di stare nudo in piedi davanti alla porta della sua stanza nel palazzo imperiale, alla maniera delle prostitute, muovendo la tenda appesa ad anelli d' oro e cercando di attirare con voce dolce e suadente i passanti.

Una tale condotta, ma soprattutto la questione religiosa, fecero sì che la situazione degenerò in fretta. Eliogabalo e sua madre furono uccisi l'undici Marzo del 222: i cadaveri vennero trascinati per le strade di Roma e poi gettati nel Tevere insieme ad un grande numero di loro accoliti. La pietra nera, simbolizzante il dio di Emesa, fu rimandata alla città d'origine.
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Una curiosità.

Sul Machu Picchu (Perù) vi è una pietra sistuata su una piramide a gradoni e chiamata Intiwatana, “la pietra a cui si lega il Sole”. E' il monumento più noto della città, esso rappresenta, appunto, la pietra a cui si legava il Sole per impedire che continuasse a scendere sull'orizzonte, sparendo definitivamente.
Se si riflette un momento, ci si rende conto che l'accorciarsi indefinito del giorno doveva essere teroririfico per le civiltà primitive e che l'accorgersi che il Sole risaliva doveva signnificare rinascita, speranza nel futuro.
R.R.

Fonte: Fisicamente.net

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